Dopo 76 anni da quel lontano 2 dicembre 1943, l’eredità scomoda delle bombe all’iprite.

di Matteo d’Ingeo –liberatorio.altervista.org

Il bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre 1943 non è mai stato oggetto di una particolare attenzione storiografica; solo nei primi anni settanta, Glenn B. Infield, un ex maggiore dell’ U.S Air Force, nel suo saggio “Disaster at Bari”, (tradotto in italiano da Vito ManzariAdda Editore 1977, e di recente ristampato con un saggio introduttivo di Giorgio Assennato e Vito Antonio Leuzzi) fornì una originale ricostruzione basata su fonti militari e su un gran numero di interviste di sopravvissuti e testimoni.
Quel giorno il porto di Bari era gremito da quasi una quarantina di navi e alcune di queste custodivano un segreto militare.
La nave americana John Harvey, appena arrivata dalle banchine del “Curtis Bay Depot” di Baltimora ed ancorata nei pressi del molo foraneo, aveva la stiva ancora piena di “bombe all’iprite”. I giorni successivi sarebbero state avviate a deposito nei pressi dei principali aeroporti pugliesi. Ciascuna bomba, lunga quasi 120 cm e del diametro di 20 cm conteneva circa 30 kg. di iprite, un gas tossico e vescicante, dal caratteristico odore di aglio. Con otto bombe si poteva contaminare completamente oltre un ettaro di terreno. Gli effetti dell’iprite, usata per la prima volta dai Tedeschi, durante la prima guerra mondiale, a Ypres (da cui il nome) nel Belgio, non sono immediati ma si fanno sentire dopo qualche tempo dalla contaminazione.
Solo pochi uomini a bordo della Harvey conoscevano il contenuto di quel carico, coperto dal più assoluto segreto, che sarebbe stato scaricato l’indomani.
Ma quelle bombe non furono mai scaricate perché alle 19.30 del 2 dicembre 1943 un centinaio circa di bombardieri della Lutwaffe tedesca attaccò il porto di Bari dove erano concentrate le navi alleate, tra cui la John Harvey. L’incursione, preparata minuziosamente ebbe effetti devastanti. Diciassette navi affondate, otto gravemente danneggiate, il porto distrutto, fortissime perdite tra il personale militare alleato e civili.

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Il bombardamento di Bari fu definito dal Generale Eisenhower la sconfitta più pesante dopo quella di Pearl Harbor; tuttavia per una discutibile censura imposta a suo tempo da Winston Churchill (che non voleva si sapesse che sulle navi di Sua Maestà vi erano gli aggressivi chimici da anni posti al bando dal consesso delle Nazioni), è stato a lungo ignorato sia dalla stampa dell’epoca, sia dagli storici. Solo recentemente le conseguenze di lungo periodo di quell’episodio si sono imposte all’attenzione della ricerca storica e medico-scientifica.
Secondo Glenn B. Infeld, il primo ministro Chuchill dispose che non fosse adoperata la parola iprite nei documenti che riguardavano il disastro di Bari. Le ustioni furono classificate per causa N.Y.D. – not yet identified – non ancora identificata.
Tutte le informazioni sulla vicenda, sulle navi e sul loro carico, dovevano rimanere un segreto di stato.
Le navi americane avevano nelle stive contenitori e bombe all’iprite messi fuori legge dalla convenzione di Ginevra del 1925.
Stime precise dei morti non ve ne sono, tra civili e militari certamente sfiorarono il migliaio. Oltre ai morti per le bombe ed i crolli, tra i quali circa 250 civili baresi, vi furono oltre 800 soldati ricoverati con ustioni o ferite.

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Dei 617 intossicati da iprite, 84 morirono in Bari. Si ritiene che molti altri siano morti in altri ospedali, sia italiani, sia del Nordafrica, sia dell’America, nei quali furono trasportati. Anche alcuni sanitari ebbero irritazioni agli occhi e lievi ustioni.
Quando il piroscafo John Harvey, con le stive cariche di bombe all’iprite venne centrato, parte del carico esplose e il micidiale contenuto si riversò nelle acque del porto, dove i naufraghi degli altri mercantili cercavano scampo.
Quando la nave si adagiò sul fondo del porto, una parte del terribile carico si disperse tra i rottami e sul fondale circostante. Almeno duemila bombe, furono stimate dai sommozzatori impiegati, subito dopo la fine della guerra, nella difficile operazione di bonifica. Duemila di questa sola nave.
Durante le operazioni di recupero degli ordigni si accertò che più navi Liberty statunitensi giunte nel porto di Bari avevano nelle stive armi a caricamento chimico e non solo d’iprite. Venne accertata la presenza di altri aggressivi chimici: acido clorosolforico, cloro picrina, cloruro di cianogeno. Una motivazione ufficiosa intenderebbe accreditare la tesi secondo cui gli americani avrebbero deciso il trasferimento di aggressivi chimici dagli Stati Uniti a Bari per essere pronti a rispondere ad un eventuale impiego di “gas” da parte dei tedeschi.
Le operazioni di bonifica del porto iniziarono nel 1947 e si protrassero per alcuni anni. Per dare un’idea della quantità immane dei vari ordigni recuperati, è sufficiente leggere i rapporti che settimanalmente venivano inviati ai diversi Ministeri interessati ed alla Prefettura. Da questi risulta che i soli ordigni chimici caricati ad iprite assommarono a ben 15.551 bombe d’aereo e 2.533 casse di munizioni (ovviamente il quantitativo di munizionamento ordinario recuperato fu di gran lunga superiore). Le operazioni consistevano nel recupero dei vari ordigni, dai fondali del porto, e nel loro caricamento su appositi zatteroni. Poi apposite ditte civili trasportavano al largo questi zatteroni e ne affondavano il carico su fondali del nord barese ed in particolare al largo di Torre Gavetone.
Oggi gli ordigni impigliati nelle reti dei nostri pescatori sono in realtà bombe all’iprite, o a caricamento chimico colate a picco con le navi statunitensi che le trasportavano per impiegarle sul fronte italiano.
Una realtà ben conosciuta dai pescatori e dagli addetti ai lavori, ma coperta da una certa “riservatezza”, salvo qualche sortita su pagine interne della stampa locale in presenza di incidenti. Episodi rari, subito dimenticati, soprattutto perché non è conveniente pubblicizzarli.
Si rischia di incappare in controlli, verifiche, procedure burocratiche, compromettendo la pesca e i suoi non marginali proventi.
Solo in presenza di un conflitto, di sgancio di bombe in mare, di una stampa disponibile, diventa utile denunciare gli inconvenienti per chiedere risarcimenti.
Le acque dell’Adriatico, segnatamente quelle a nord di Bari, nell’immediato dopoguerra, sono state teatro di scarichi enormi di ordigni bellici. I fondali sono costellati, per miglia e miglia quadrate, di estesi depositi che tutt’ora costituiscono un rischio. L’insidia maggiore, e i pescatori molfettesi e pugliesi ne sono perfettamente a conoscenza, è rappresentato dalle bombe all’iprite, al fosforo e da fusti metallici contenenti anch’essi iprite.

Il problema “del gas”, come viene chiamato dai pescatori di Molfetta,  ha inizio nel 1946.
Infatti, proprio in quell’anno, si deve ad un medico dell’Ospedale Civile di Molfetta, il dott. Adamo Mastrorilli, la registrazione dei primi casi di contaminazione quando la Puglia era ancora sotto l’occupazione anglo-americana. Nell’estate di quell’anno si verificò un incidente gravissimo con diverse vittime. L’intero equipaggio di un peschereccio, che aveva caricato a bordo una bomba chimica all’iprite, fu colpito dagli effetti letali del gas.

Nella relazione di Mastrorilli si legge: “Inizialmente non fu possibile capire quale fosse stata la causa di tale ustione collettiva, successivamente però dal comando alleato (con un rapporto del colonnello Alexander, ufficiale medico, inviato a Bari) all’uopo interessato, si seppe che si trattava di ustioni di “mustard gas” broncopolmonite massiva gettato in bombole con altri residuati bellici lungo le coste del basso Adriatico. Nei primi giorni di ricovero decedettero 5 soggetti più gravemente ustionati per sopravvenuta gravissima ribelle ad ogni terapia ”.
(A.Mastrorilli- Esiti a distanza di lesioni da vescicatori. –“Giornale della medicina militare”. 1958, n.4, pag.356)

Gli incidenti in questione, comunque, non sono esclusivi della marineria di Molfetta che pure conta la casistica più numerosa, ma di tali episodi si hanno notizie anche lungo la costa che va dal Barese al Golfo di Manfredonia.
Nel tempo, però è stata la marineria molfettese a pagare il tributo più alto in termini di casi d’intossicazione da iprite.

Infatti proprio l’area costiera tra Molfetta e Giovinazzo antistante l’ex impianto di “sconfezionamento ordigni Stacchini” (Torre Gavetone) diventò negli anni della bonifica del porto di Bari, una sorta di pattumiera di ordigni bellici a caricamento chimico. Quell’area oggi, georeferenziata,  è diventata ancora più ampia e comprende anche la zona antistante il porto e potrebbe raggiungere una superficie di oltre 100.000 mq.

Dunque, tra i pescatori che svolgevano la normale attività di pesca e quelli che parteciparono alle operazioni di bonifica cominciarono i casi di esposizione; e proprio alla marineria molfettese è rivolto uno studio condotto dai medici G. Assennato, D. Sivo, A. Ferrannini, P. Minafra (Università di Bari – Medicina del lavoro) con lo scopo di descrivere una particolare esposizione ad agenti tossici.

Lo studio è stato condotto su:
– 93 casi di esposizione relativi a marittimi ricoverati presso l’Ospedale Civile di Molfetta dal 1946 al 1954 come descritti da uno studio effettuato da Mastrorilli nel 1958; in tale studio erano compresi anche altri 9 casi di non marittimi;
– 135 casi di marittimi riconosciuti come intossicati dalle denunce di infortunio depositate presso gli archivi della ex Cassa Marittima Meridionale;
 11 osservazioni personali tra il 1994 ed il 1998.
Tutti i casi oggetto dello studio si riferiscono ad incidenti avvenuti durante la pesca.

L’esposizione  è avvenuta così come descritto nei verbali dei casi della Cassa Marittima, generalmente in tre modi:
a) al momento di issare le reti, i pescatori rinvenivano accidentalmente, assieme al pescato, ordigni al solfuro di etile biclorurato o parti di essi che, una volta in coperta, venivano maneggiati;
b) al momento di issare le reti, i pescatori si accorgevano della presenza di ordigni o parti di essi, che non venivano maneggiati poiché provvedevano a tagliare le reti stesse;
c) il contatto tra le reti e l’iprite avveniva sott’acqua; solo successivamente, dall’odore dell’iprite e/o dai sintomi da questa provocati, i pescatori si accorgevano di aver maneggiato reti contaminate.
Queste modalità sono state ricostruite in 117 infortuni di cui è stato possibile ricavare dai verbali la dinamica di infortunio.
Per due casi, invece, la modalità di contatto con il tossico è stata, rispettivamente, la cernita del pesce e l’indossare stivali contaminati.

Dal 1946 alla fine degli anni ’90 sono stati ricostruiti 239 casi di intossicazione da iprite.
I soggetti, tutti di sesso maschile e di professione pescatori, hanno una età media di 31 anni, compresa in un range tra 15 e 72 anni. Si tratta, in tutti i casi, di singole esposizioni, tranne che per un caso, espostosi due volte in tempi successivi.
Il picco massimo di incidenza calcolato per quinquenni si riferisce al periodo compreso tra il 1951 ed il 1955 con 67 casi. Sono questi gli anni che seguono allo smaltimento in mare dell’iprite, avvenuto negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Successivamente l’incidenza è andata calando, rimanendo grosso modo stabile negli ultimi quindici anni.
La descrizione della sintomatologia cutanea e oculare degli esposti di Molfetta non è diversa dai quadri classici di esposizione al tossico già descritte nel corso della Prima Guerra Mondiale.

In tutti i casi, a distanza di 6-8 ore dall’esposizione, i marittimi avvertivano bruciore agli occhi con intensa lacrimazione e riferivano di notare il formarsi di zone eritematose cutanee, che evolvevano in bolle dolorose a contenuto sieroso o siero-ematico.
Alla visita in ospedale o presso la Cassa Marittima, gli intossicati avevano l’aspetto di ustionati da agenti chimici con diagnosi di ustioni chimiche di primo, secondo e terzo grado e quadri diversi di lesioni oculari.
Due casi su sette, tra i pescatori sottoposti a studio per evidenziare i possibili effetti a lungo termine della esposizione ad iprite, mostravano quadri radiografici compatibili con la patologia cronica polmonare da esposizione ad iprite.
Lo studio si conclude con la constatazione di fatto che il rischio di esposizione ad iprite è ancora presente tra i pescatori e la gravità delle lesioni, inoltre, non sembra decrescere con il trascorrere del tempo.
A tale proposito si sottolinea che gli effetti sulla cute dei pescatori sono sovrapponibili agli effetti provocati sulla cute dei bonificatori del porto di Bari (1946-1954).

Ancora un brillamento di ordigni bellici al largo del porto di Molfetta

Con Ord. n. 12 del 13 marzo 2019, la Capitaneria di Porto ha interdetto la navigazione, l’immersione e qualsiasi altra attività, nello specchio acqueo al largo della diga Salvucci, interessato dalle attività di brillamento di ordigni residuati bellici, corrispondente alle coordinate geografiche (Datum WGS 84) LAT. 41°13.7′ N — LONG. 016°36.3′. Entro un raggio di 500 (cinquecento) metri dal punto di brillamento, viene interdetto alla navigazione, transito, ancoraggio e sosta di qualsiasi mezzo navale, ed in generale, a qualsiasi attività di superficie e subacquea; nonché, entro un raggio di 1100 (millecento) metri dal medesimo punto. Il punto di brillamento è meglio indicato nello stralcio cartografico allegato. Le operazioni di brillamento avverranno dalle ore 09.00 alle ore 12.00 del 15 marzo, e comunque sino al termine delle attività del Nucleo SDAI della Marina Militare.

Non si hanno notizie sulla provenienza e tipologia degli ordigni.

 

Monopoli, al largo spunta un paradiso di coralli

fonte: FLAVIO CAMPANELLA – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

«Nella carriera di un ricercatore una fortuna del genere capita una sola volta». È palpabile l’eccitazione del professor Giuseppe Corriero, direttore del Dipartimento di Biologia dell’Università di Bari, mentre racconta la scoperta a nord di Monopoli, nella profondità del mare, di una scogliera corallina. «È la prima volta – dice – che nel Mediterraneo se ne scopre una, modificata da madrepore, con caratteristiche molto simili alle barriere coralline di memoria equatoriale. Questo tipo di comunità marina negli oceani di tutto il mondo è stato osservato soltanto in un altro caso: nel mar Rosso a 200 metri di profondità».

La chicca naturalistica, ritrovata in ambiente di media profondità (tra i 40 e i 55 metri), a circa due chilometri dalla linea di costa in un’area di studio che si estende per 2,5 chilometri, solleverà questioni di conservazione e finirà per costituire un richiamo per il turismo di nicchia, considerando anche le prospettive: lo studio ha descritto quella situazione su un tratto limitato, ma, secondo gli studiosi, è presumibile una presenza molto più ampia, con una distribuzione a macchia di leopardo, su un tratto che da Bari arriva almeno fino a Otranto. «L’aspetto paradossale – spiega Corriero – è che ce l’avevamo davanti agli occhi e non l’abbiamo mai vista. Eppure ha caratteristiche imponenti sia in senso batimetrico (la batimetria è una branca dell’oceanografia che si occupa della misura delle profondità, della rappresentazione grafica e dello studio morfologico dei fondali marini e lacustri, ndr) sia per spessore, dovuto all’accumulo nel tempo degli scheletri di madrepore».
Il modello è identico a quello tipicamente equatoriale. La peculiarità di questa scogliera corallina, però, è che non cresce in acque superficiali e ben illuminate. «Nel caso delle barriere delle Maldive o di quella australiana – aggiunge Corriero – i processi di simbiosi tra le madrepore e le alghe unicellulari, alla base dei processi vitali che si svolgono nella comunità, sono facilitati dalla luce. La nostra invece vive a circa 50 metri di profondità in penombra e quindi le madrepore costruiscono queste strutture imponenti di carbonato di calcio in assenza di alghe. Da noi c’è molto meno pesce e i colori dominanti sono più soffusi e dati da spugne policrome con tonalità che vanno dal’arancione, al rosso, al viola. L’aspetto rilevante di tutto questo è che non ci eravamo mai accorti di cosa ci fosse perché lo sforzo di ricerca di base indirizzato verso l’ambiente marino è stato in passato modesto. Durante le fasi di studio (iniziate tre anni fa, ndr) ho notato qualcosa di strano e per investigare è stato attivato un subacqueo specializzato».

Sembrerà strano, ma quello sotto i quaranta metri è un ambiente marino pressoché inesplorato. La scoperta (allo studio hanno partecipato anche i ricercatori di Scienze della Terra dell’Uniba, dell’Università del Salento e di Roma Tor Vergata) è stata possibile grazie a una tecnologia di immersione che permette di raggiungere quote impegnative stazionando più a lungo rispetto a quanto è consentito da bombole con tecnologia tradizionale. I subacquei professionisti, con robot filoguidati e dotati di telecamera, hanno setacciato la zona facendo venire a galla un… mondo ancora sconosciuto. «Pensiamo – conclude Corriero – che questa sia una scoperta di assoluto rilevo, tanto da immaginare di poter istituire una zona protetta in modo da evitare pesca, ancoraggio e attività che per una scogliera corallina sono letali. In questo senso abbiamo già allertato informalmente l’Ufficio Parchi e Tutela della Biodiversità della Regione Puglia. Sono consapevoli del valore dell’emergenza naturalistica e quindi della necessità di iniziare le procedure. Inoltre, una scoperta del genere può assolutamente fare da ulteriore volano per lo sviluppo dell’economia turistico-naturalistica. È un settore di nicchia che in Italia muove tanti soldi».

Ancora interdetta la spiaggia di Torre Gavetone per la presenza di ordigni bellici inesplosi

 

Dalle ore 11:00 di ieri 6.3.2019, con Ord. n. 9/2019 della Capitaneria di porto e Ord. n.106 del Sindaco, per motivi di sicurezza e pubblica incolumità, è stato interdetto al transito veicolare e pedonale il tratto di costa prospiciente località Torre Gavetone (LAT.41°11.67 N e LONG.16°3 8.24 E). La zona interdetta è stata già delimitata, da transenne e nastro bianco rosso, per operazioni di bonifica dello specchio acqueo antistante la battigia per la presunta presenza di ordigni bellici inesplosi; la durata del provvedimento sarà subordinata alle cessate esigenze di termine delle operazioni.

Presentati i dati di mortalità correlati all’esposizione all’arsenico nella provincia di Viterbo

Tempo scaduto: nel Lazio, e in particolare nel Viterbese, molte famiglie dall’1 gennaio non possono più utilizzare l’acqua del rubinetto di casa e delle fontanelle pubbliche, perché contiene arsenico e fluoruro in quantità superiori ai limiti di legge. Le diverse concentrazioni di arsenico nell’acqua potabile

www.comitatoacquapotabile.it

Per iniziativa dell’Ordine dei Medici – Chirurghi ed Odontoiatri di Viterbo e delle sezioni viterbesi della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) e dell’Associazione italiana medici per l’ambiente – Isde (International Society of Doctors for the Environment – Italia ), si è svolta Sabato 22 novembre 2014 presso la sede dell’Ordine dei Medici la presentazione dello studio “ Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili : studio di coorte nella popolazione residente nella provincia di Viterbo, 1990-2010” realizzato dal Dipartimento di Epidemiologia del SSR (Servizio sanitario regionale) del Lazio.

Presenti all’incontro medici, rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, della Asl di Viterbo, giornalisti e cittadini impegnati nei comitati per la difesa della salute e dell’ambiente.

Questo recentissimo studio è parte di una serie di indagini realizzate nell’ambito del programma di attività di sorveglianza epidemiologica coordinato proprio dal Dipartimento di Epidemiologia del SSR e rappresenta, come sottolineato dalla dottoressa Michelozzi, uno dei più grandi studi mai condotti in Europa su popolazioni esposte a dosi di arsenico inferiori a 100 microgrammi per litro nelle acque destinate a consumo umano.

La prima fase di indagine, conclusasi nell’aprile 2012, includeva 91 Comuni del Lazio con richiesta di deroga per i livelli di arsenico (As) nelle acque destinate al consumo umano (Direttiva 98/83/EC).

Lo studio illustrato nella conferenza di sabato riporta i risultati della seconda fase della ricerca che ha utilizzato un disegno di coorte, relativo a 17 Comuni della provincia di Viterbo.

Hanno costituito la coorte di studio 165.609 persone, 82.169 uomini e 83.440 donne, residenti in 8 Comuni esposti a livelli di arsenico nelle acque ad uso umano superiori a 20 microgrammi per litro (As>20 μg/L, livello medio As=36.4) e in Comuni con esposizione a valori di arsenico meno elevati (As<10 μg/L, valori medi As=8.7 μg/L).

Lo studio ha valutato l’associazione tra esposizione cronica ad arsenico ed effetti sulla mortalità in un periodo di 20 anni (1990-2010) ed ha definito indicatori di esposizione individuale a questa sostanza tossica e cancerogena per valutare nelle popolazioni esposte possibili effetti sulla mortalità per tumori (polmone, vescica, prostata, fegato, rene) e per malattie croniche (cause cardiovascolari, respiratorie e diabete).

I risultati dello studio hanno evidenziano effetti significativi sulle diverse patologie sopraindicate ed un gradiente di rischio al crescere del livello di esposizione, in particolare è stato rilevato un eccesso di mortalità per il tumore del polmone, le malattie del sistema circolatorio, le malattie respiratorie e il diabete.

Tali risultati hanno importanti implicazioni di sanità pubblica poiché il mancato adeguamento ai parametri di arsenico previsti già nel 1998 dalla legislazione (Direttiva 98/83/CE del Consiglio del 3 novembre 1998 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano) ha avuto come effetto l’aumento dell’esposizione ad As della popolazione residente nell’area oggetto dello studio.

Al termine dell’incontro la dottoressa Antonella Litta e il dottor Luciano Sordini, anche a nome del Consiglio dell’Ordine dei Medici- Chirurghi di Viterbo, sono tornati a chiedere a tutte le istituzioni il pieno rispetto delle vigenti disposizioni di legge e l’attuazione, come già più volte indicato, di interventi rapidi e risolutivi per la completa dearsenificazione delle acque ad uso potabile.

L’avvio di una informazione corretta e diffusa rivolta a tutti i cittadini residenti nei Comuni della provincia di Viterbo e in particolare nelle scuole, negli ambulatori medici, nelle strutture militari e carcerarie, come la necessità di studi di monitoraggio dello stato di salute delle persone e in particolare dei bambini per patologie correlabili anche all’esposizione all’arsenico, attraverso progetti di prevenzione che prevedano l’esecuzione di visite ed esami mirati, totalmente gratuiti e che possano almeno in parte “risarcire” a livello sanitario l’esposizione ad una sostanza tossica e cancerogena come l’arsenico che da più di 10 anni, e secondo quanto prescritto dalle vigenti disposizioni di legge, avrebbe dovuto cessare.

Viterbo, 23 novembre 2014

In allegato il documento “Valutazione Epidemiologica degli effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da Arsenico nelle acque potabili : studio di coorte nella popolazione residente nella provincia di Viterbo, 1990-2010

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Per il processo del nuovo porto di Molfetta saranno ascoltati il cap. Giambattista Acquatico, l’operatore subacqueo Claudio BUOSO e l’ex ass. Pietro UVA

Presso il Tribunale di Trani, domani 19 novembre alle ore 14.00, prosegue speditamente il processo sulla costruzione del nuovo porto di Molfetta. Il collegio giudicante presieduto dalla Presidente Dott.ssa Marina Chiddo, e dai giudici a latere Dott.sse Sara Pedone e Claudia Pizzicoli, ascolteranno altri testi. Saranno interrogati dal Pubblico Ministero Dott. Giovanni Lucio Vaira, il Capitano di Fregata Giambattista Acquatico, Comandante del Nucleo S.D.A.I. (Sminamento e Difesa Antimezzi Insidiosi); Giacomo Claudio BUOSO, un sommozzatore che ha partecipato alle varie fasi della bonifica dei fondali marini dell’area portuale. E’ stato convocato dal Pubblico Ministero anche l’ex assessore avv. Uva Pietro, ma probabilmente la sua testimonianza sarà rinviata al prossimo 3 dicembre.

Le testimonianze di Acquatico e Buoso riguarderanno le operazione di bonifica sistematica dell’area portuale di Molfetta, nell’ambito delle attività regolate dall’“Accordo di Programma per la caratterizzazione e la bonifica da ordigni bellici ai fini del risanamento ambientale del Basso Adriatico”, redatto e sottoscritto, nel Novembre 2007, tra Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Puglia, Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare (I.C.R.A.M) ed Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Puglia (A.R.P.A.).

Per dare attuazione al suddetto accordo, la Regione Puglia, in qualità di membro esecutore dell’AdP, siglò, nel settembre 2008, un apposito Protocollo d’Intesa con lo Stato Maggiore della Marina Militare, successivamente integrato, nel settembre 2009, con una “Convenzione per la permuta di prestazioni finalizzata alla caratterizzazione e la bonifica da ordigni bellici ai fini del risanamento del Basso Adriatico” con la quale la MM si impegnava a realizzare la bonifica, ad opera dei propri Nuclei SDAI, dei residuati bellici, segnalati in esito a prospezioni condotte a cura dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A., Ente che nel frattempo aveva assorbito i compiti dell’ICRAM). La Regione Puglia, di contro, si impegnava ad assicurare, in favore della M.M.I., la fornitura di combustibile navale distillato (F- 76) di valore pari alle prestazioni fornite e sino al raggiungimento delle risorse economiche rese disponibili, per un ammontare di € 2.300.000,00.

Dall’esame della documentazione che Giacomo Claudio BUOSO ha esibito in sede di sommarie informazioni testimoniali è emerso un dato inquietante: anche la certificazione di area sgombra da ordigni bellici che ZANNINI ha prodotto in data 08.05.2012, per i lavori di prolungamento della Diga Antemurale, è risultata essere non veritiera.

Infatti leggendo la descrizione di Buoso (elenco n.1) e confrontandola con quella di Zannini (elenco n.2) si noterà come gli ordigni diventavano semplici target  metallici e “una bomba di aereo chimica di cm 38×80 con spoletta (WP415)” era diventata “un cilindro metallico” di cm 38×80. 

Sicuramente molto interessanti saranno le dichiarazione del Capitano Acquatico circa la situazione della bonifica bellica e il numero degli ordigni recuperati o distrutti alla data del 30.06.2013.

Il “mercato diffuso” pagato con i soldi per il porto?

fonte: liberatorio.altervista.org

Prosegue, presso il Tribunale di Trani, il processo per la costruzione del nuovo porto commerciale di Molfetta. Oggi, alle ore 12:00, ci sarà il controesame della dott.ssa Ottavia Antonucci, da parte degli avvocati difensori degli imputati. La dott.ssa Antonucci, funzionaria del Settore Economico e Finanziario del Comune di Molfetta, nell’udienza del 5 novembre ha risposto molto bene, e dettagliatamente, alle domande del Pubblico Ministero dott. Vaira, sul meccanismo di rendicontazione dei finanziamenti ministeriali giunti al Comune di Molfetta per la costruzione del prolungamento della diga foranea e delle altre opere del nuovo porto commerciale.

La teste ha praticamente confermato ciò che aveva dichiarato in sede di sommarie informazioni in data 28.10.2013, quando si ipotizzavano per alcuni amministratori e dirigenti comunali anche i reati di falso in bilancio. Tra le altre cose il P.M. le ha chiesto di spiegare come era formato il capitolo di bilancio n. 50-380 del Comune di Molfetta negli anni 2008-2011. L’Antonucci ha spiegato che quel capitolo era stato istituito per finanziamenti ministeriali destinati al porto di Molfetta e in seguito sono state imputate anche altre voci di spesa non strettamente attinenti al porto. La Legge 203/08 e successive, consentiva un’imputazione differente oltre al completamento della diga foranea era stata introdotta la possibilità di finanziare anche opere di “natura sociale, culturale e sportiva“.

Il Pubblico Ministero chiede all’Antonucci: “Lei si è mai posta il problema dell’attinenza col sociale di questo tipo di opere? Cioè noi parliamo di gazebo per i fruttivendoli, lei si è posta il problema se questo tipo di spesa inerisse o no il sociale?Ma gli avvocati difensori si sono opposti a questa domanda.

Si spera che nel corso dell’odierna udienza si possa chiarire questo passaggio molto importante e tanti altri punti oscuri dell’affare porto, come la distrazione dei fondi, destinati al completamento della diga foranea e di ampliamento del porto commerciale, per il pagamento di altre spese correnti, occultando le stesse. Oppure che si chiarisca se, e come, ci fossero eventuali false rendicontazioni onde consentire al Comune di Molfetta di continuare a percepire i finanziamenti statali e comunque per evitare la revoca di quelli o il loro ridimensionamento; o far risultare nei bilanci di previsione un fittizio equilibrio economico finanziario dell’ente comunale, oppure attestare falsamente il rispetto del “patto di stabilità” da parte del Comune di Molfetta.

 

 

Nel processo del nuovo porto di Molfetta qualche teste comincia a perdere la memoria

Domani, 5 Novembre, alle ore 14.00 presso il Tribunale di Trani, nuova udienza del processo per la costruzione del nuovo porto commerciale di Molfetta. Prima teste ad essere ascoltata sarà la dott.ssa Ottavia Antonucci, funzionaria del Settore Economico e Finanziario del Comune di Molfetta. Lei risponderà sul meccanismo di rendicontazione dei finanziamenti ministeriali giunti al Comune di Molfetta per la costruzione del prolungamento della diga foranea e delle altre opere del nuovo porto commerciale.

Subito dopo saranno ascoltati il prof. Francesco Karrer, ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici; l’ing. Gianluca Ievolella, consigliere tecnico del  Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici; l’ing. Nicola Duni, ex Dirigente dell’Uff.4-Opere Marittime del Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche per la Puglia e Basilicata; il dott. Gerardi Mastrandrea, Capo Ufficio Legislativo del Ministero delle Infrastrutture  e dei Trasporti, nonché Consigliere di Stato e il dott. Luigi Emilio Mandracchia, ingegnere e dirigente dell’Ufficio Legislativo del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (fino al mese di Maggio 2013). Questi testi saranno ascoltati sulla ormai famosa 2^ perizia suppletiva e di variante comportante lo stravolgimento dell’originario progetto esecutivo, validato dal r.u.p. e approvato dalla Giunta Comunale, senza il parere Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

La variante prevedeva la riduzione dell’approfondimento della zona di dragaggio da 9 a 8 metri di profondità, in difformità dai progetti definitivi ed esecutivi approvati; la realizzazione delle banchine con cassoni in cemento armato anziché con pali e conseguente realizzazione di una fossa di varo previo maggior dragaggio sino alla quota di meno 10 metri; la riduzione dei lavori di dragaggio all’imboccatura del porto e la mancata esecuzione di opere previste nel progetto esecutivo.

Invece è stata interessante l’udienza del 22 ottobre scorso con i testi ing. Antonello Antonicelli, ex Dirigente del Servizio Ecologia della Regione Puglia; il dott. Luigi Alcaro ricercatore e responsabile dell’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca Ambientale – ISPRA.

L’ing. Antonicelli è stato ammonito dal Presidente per l’atteggiamento reticente assunto durante l’interrogatorio; la sua esposizione è stata poco convincente rispetto alle dichiarazioni fornite agli inquirenti nelle sommarie informazioni rilasciate in data 04.05.2012, quando aveva dichiarato: 

“ Ricordo che a seguito di ulteriori verifiche condotte dal mio ufficio, successive al rilascio, in data 06.05.2010, dell’autorizzazione al dragaggio al Comune di Molfetta, ritenni di sospendere l’atto autorizzatorio fino all’acquisizione del parere della Commissione Consultiva per la Pesca. La sospensione dell’autorizzazione provocò delle proteste da parte dell’ingegner Vincenzo BALDUCCI, Responsabile Unico del Procedimento nell’appalto del porto di Molfetta. Ricordo una giornaliera attenzione, quasi un marcamento a uomo, per così dire, per la definizione della procedura in essere.

Anche il dott. Vincenzo MORETTI mi riferì di particolari difficoltà dovute alle persistenti richieste di accelerazione da parte dell’amministrazione Comunale di Molfetta, nella persona sempre dell’ingegner BALDUCCI. Concordai con il MORETTI di mantenere sempre e comunque una linea di rigore rispetto alle procedure. Nel mese di giugno del 2010 comunicai ai competenti Uffici che l’autorizzazione, precedentemente sospesa in attesa del parere della Commissione Regionale per la Pesca, pervenuto il 6 giugno 2010, era da considerarsi efficace con le prescrizioni evidenziate.
In termini generali unitamente alle prescrizioni viene indicata anche la componente specialistica deputata alla verifica delle stesse: ISPRA, ARPA, Nucleo SDAI della Marina o Capitaneria di Porto. Tutte le attività che ponevano ostacolo alla cantierabilità dell’opera hanno provocato proteste da parte della Stazione appaltante, Comune di Molfetta. Posso solo dirvi che di tutto rimando abbiamo avuto un atteggiamento di maggiore rigore, coinvolgendo sempre i Settori Urbanistica e Lavori Pubblici.

Ritengo di essermi trovato ad essere quasi il terminale di un’attività molto più complessa, quale quella dello sminamento dei fondali del porto di Molfetta, per cui il rilascio dell’autorizzazione sembrava essere, comunque, un atto imprescindibile per la Stazione Appaltante, in quanto preliminare e propedeutico all’avvio di qualsiasi attività connessa alla realizzazione del Porto. Ribadisco che le insistenze della Stazione Appaltante, nella persona del predetto BALDUCCI ed anche del Senatore AZZOLLINI, e soprattutto le urla di quest’ultimo, mi fecero molto arrabbiare per i modi con cui le questioni mi furono poste. In particolare, oltre al rilascio dell’autorizzazione al dragaggio, essi pretendevano che il porto di Molfetta dovesse essere la prima area da bonificare nell’ambito di un più ampio progetto di risanamento del basso Adriatico, giacché interessato dalla contestuale realizzazione del nuovo porto commerciale. Le pressanti richieste in tal senso mi arrecavano fastidio ed anche la sensazione di essere sotto aggressione per una richiesta che non consideravo giusta poiché puntava a snaturare un programma d’interventi rivolto a più amministrazioni comunali e invece voleva essere portata a vantaggio del solo Comune di Molfetta, alla luce delle complessive risorse disponibili.

Ebbi l’impressione che nell’appalto per la realizzazione del porto commerciale di Molfetta potevano esserci state delle anomalie. Senza dubbio l’attività di bonifica doveva essere preventiva all’avvio di qualsiasi opera nell’ambito della realizzazione del porto. In realtà l’Amministrazione Comunale di Molfetta operava con un progetto per la realizzazione del porto e aveva aggiudicato lavori che non potevano essere avviati se non al termine delle attività di bonifica e rimozione degli ordigni bellici e del materiale ferroso dall’intera area. È in corso un’istruttoria da parte della Regione Puglia inerente il conferimento della delega amministrativa al Comune di Molfetta per lo svolgimento di funzioni e compiti concernenti i lavori di prosecuzione e completamento della diga foranea del porto comunale. Mi riservo di portarvi elementi di aggiornamento riguardanti la proroga della predetta delega amministrativa. Non sono a conoscenza che essa sia scaduta nel 2007”.

Invece il dott. Luigi Alcaro dell’ISPRA ha confermato, speditamente e chiaramente, ciò che aveva dichiarato nell’interrogatorio delle sommarie informazioni: 

“Sono ricercatore dell’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca Ambientale. In tale veste mi sono imbattuto nei lavori per la realizzazione del nuovo porto commerciale di Molfetta.

Per quanto a mia conoscenza la Stazione Appaltante, Comune di Molfetta, era sicuramente a conoscenza della smodata presenza di ordigni bellici nei fondali del realizzando Porto, in quanto nel 2005 aveva affidato lavori di prospezione dei fondali, propedeutici all’esecuzione dell’opera, alla ditta specializzata LUCATELLI s.r.l..

Alla fine dell’anno 2007 la Regione Puglia, il Ministero dell’Ambiente, l’ICRAM (ora ISPRA) e l’ARPA Puglia hanno sottoscritto l’Accordo di Programma per la Definizione del Piano di Risanamento delle Aree Portuali del Basso Adriatico; l’obiettivo dell’accordo doveva essere raggiunto mediante il Piano di caratterizzazione e bonifica dagli ordigni bellici delle aree portuali del Basso Adriatico.

Faccio rilevare che, nel corso della riunione del 30.06.2008 del Comitato di Coordinamento Tecnico Scientifico, erano presenti anche il Senatore AZZOLLINI e l’ingegner Vincenzo BALDUCCI. Le attività previste dall’accordo non erano ancora partite e AZZOLLINI, con un atteggiamento intimidatorio, sollecitò l’avvio dei lavori di prospezione proprio partendo dal Porto di Molfetta. Ricordo che parlava in dialetto molfettese e non proferiva parole gentili, fondamentalmente inveiva contro la Regione Puglia dicendo che avrebbe fatto un casino in Senato. Nel corso della riunione si decise di pianificare gli interventi di risanamento tenendo conto dell’urgenza di procedere alla prospezione e bonifica degli ordigni bellici nel Porto della Molfetta, giacché interessato dalla contestuale realizzazione del nuovo Porto commerciale. Preciso che l’attività di cui all’accordo di programma non era finalizzata al rilascio della certificazione di avvenuta bonifica, mentre il Comune di Molfetta, nella persona dell’ingegner BALDUCCI, pretendeva ricevere una certificazione in tal senso.

Ricordo che nel mese di Luglio del 2010 si tenne una riunione presso il cantiere del porto di Molfetta finalizzata a stabilire le procedure autorizzative per l’avvio delle operazioni di dragaggio. Alla riunione erano presenti anche GABELLINI, responsabile di un Dipartimento dell’ex ICRAM, la Dott.ssa Iolanda LISI dell’ISPRA, il Dott. MORETTI della Regione Puglia, l’ingegner BALDUCCI, l’ingegner PARMIGIANI, il Comandante della Capitaneria di Porto di Molfetta, il professor Matarrese di Bari ed altre persone che adesso non ricordo. Al termine della riunione l’ingegner BALDUCCI offrì un pranzo presso un ristorante tra Giovinazzo e Molfetta, vicino Torre Gavetone. Io partecipai allo stesso pranzo ma non ricordo se tutte le persone presenti alla riunione vi presero parte.

 

Bari, rimossi dal porto 2.200 ordigni bellici: ormeggi più sicuri per le navi da crociera

fonte: bari.repubblica.it

Oltre 2.200 ordigni bellici piccoli e medi (proiettili, granate, bombe a mano, inneschi) sono stati scoperti e rimossi dai palombari del gruppo operativo subacquei (Gos) del comando subacquei e incursori della Marina militare nel porto di Bari, di fronte alla zona di ormeggio delle navi da crociera e grandi navi veloci.

L’operazione subacquea ha consentito di individuare moltissimi residuati bellici per i quali è stata disposta la bonifica urgente. In sintesi sono stati svolti 99 giorni di attività d’immersione che hanno consentito di rimuovere e distruggere un totale di 2.219 ordigni, ripristinando così le condizioni di sicurezza del porto.

“Operazioni analoghe si sono tenute anche in Toscana e in Veneto: complessivamente – precisa una nota della Marina Militare – nelle tre operazioni sono stati neutralizzati, con la collaborazione dell’esercito 4.813 ordigni esplosivi convenzionali”.