“2 Dicembre 1943: Inferno su Bari” – di Fabio Toncelli

Il bombardamento tedesco colpì la città di Bari il 2 dicembre del 1943 con oltre mille morti. Un disastro bellico, il secondo per gravità dopo quello di Pearl Harbour, e un disastro chimico: una nave colpita, la John Harvey, trasportava circa 100 tonnellate di bombe all’iprite, anche noto come il “gas mostarda“.

Andato in onda il 29 agosto 2014 su Rai 3, alle 21.00, il documentario diretto dal regista Fabio Toncelli e basato su progetto e ricerche storiche originali di Francesco Morra, fa parte della serie “La Grande Storia”.

Il video:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-435e5871-8798-4af9-816f-2f2578adbee8.html?iframe

I misteri dell’iprite. Stasera su Rai3 il documentario

www.barilive.it

Andrà in onda su Rai 3, questa sera alle 21 il documentario d’inchiesta “2 Dicembre 1943: Inferno su Bari”.

Il filmato, diretto dal regista Fabio Toncelli e basato su progetto e ricerche storiche originali di Francesco Morra, fa parte della serie “La Grande Storia”.

«Si tratta della conclusione di un progetto di documentario d’inchiesta iniziato qualche anno fa – racconta Morra -, quando negli archivi militari di Friburgo, avevo ritrovato i messaggi dei ricognitori tedeschi su Bari nei giorni precedenti l’attacco del 2 dicembre 1943. Su Bari, sui misteri dell’iprite, sulle misure di segretezza messe in atto dalle Forze Alleate, c’erano ancora domande che mi ponevo e alle quali ho voluto dare risposte attraverso le ricerche per il documentario. Ricerche svolte negli archivi italiani, tedeschi e inglesi – oltre alle interviste agli ultimi testimoni oculari ancora in vita – che rivelano errori, reticenze, disorganizzazione da parte degli Alleati».

«Senza anticipare la visione del documentario, posso senz’altro anticipare che ci saranno molte sorprese rispetto alle conoscenze storiche sino ad ora acquisite», aggiunge.

Il bombardamento tedesco colpì la città di Bari il 2 dicembre del 1943 con oltre mille morti. Un disastro bellico, il secondo per gravità dopo quello di Pearl Harbour, e un disastro chimico: una nave colpita, la John Harvey, trasportava circa 100 tonnellate di bombe all’iprite, anche noto come il “gas mostarda“.

Il documentario in onda questa sera è impreziosito anche da ricostruzioni in computergrafica e mostrerà la testimonianza di George Southern, cannoniere sulla nave inglese Hms Zetland, presente a Bari il 2 dicembre 1943 e autore di un libro di memorie sul bombardamento.

Santa Barbara in mare, 20 casse di munizioni

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Nel corso dei controlli delle coste al largo di Bari, agenti della Squadra Nautica della Questura del capoluogo pugliese, unitamente al team di sommozzatori, hanno scoperto 20 casse contenenti munizioni risalenti alla seconda guerra mondiale. Sono state individuate a circa 400 metri dalla costa di Torre a Mare.
Le casse sono difficili da rimuovere, in quanto hanno formato nel tempo un corpo unico con il fondale marino. Solo due sono state fatte riemergere, poichè, essendosi impigliate nelle reti da pesca, risultavano libere. La presenza delle restanti casse è stata segnalata alla capitaneria di Porto per le operazioni di rito.

Il Comune di Molfetta approva un odg su “No Triv”, ma senza osservazioni

CITTÀ DI MOLFETTA    PROVINCIA DI BARI

DELIBERAZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE     del 1/08/2014

OGGETTO. Ordine del Giorno della Commissione Esecutiva del Forum di Agenda 21 della Città di Molfetta sul tema della prospezione nel mare della Global Petrolum Limited. (su richiesta di Consiglieri).

IL CONSIGLIO COMUNALE DELLA CITTA’ DI MOLFETTA

PREMESSO CHE:

la società Global Petroleum Limited con sede legale in Australia, infatti, di recente ha comunicato di aver inviato al Min. dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare ai sensi dell’art. 23 del D.Lgsl nr. 152/2006 le istanze per l’avvio della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale del progetto: Intervento di indagine geofisica 2D, ed eventualmente 3D, nell’aree dell’istanze di permesso di ricerca in mare “d80 F.R.-.GP, d81 F.R.-.GP, d82 F.R.-.GP, d83 F.R.-.GP” – “Prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi a mare”. Il progetto è localizzato nel bacino dell’Adriatico meridionale all’interno dell’area marina “F”. Le aree in istanza hanno rispettivamente un’estensione che varia in un range tra 744,8 km2 e 749,9 Km2 per un totale di quasi 3000 chilometri quadrati che coprono quasi la metà della costa pugliese, interessando i Comuni di Molfetta, Giovinazzo, Bari, Mola di Bari, Polignano a Mare, Monopoli, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi, San Pietro Vernotico e Torchiarolo;

VISTO CHE:

la Puglia continua a ribadire il suo fermo “NO” al Petrolio. Infatti, in perfetta sinergia tra società civile ed istituzioni, la popolazione in diverse occasioni è scesa in piazza e la Regione Puglia si è resa megafono di tali istanze nonché collante tra le regioni adriatiche e ioniche in questa battaglia anche attraverso le proposte di legge alle Camere (MORATORIA CONTRO LE RICERCHE PETROLIFERE E LE TRIVELLAZIONI NELL’ADRIATICO), per vietare la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi nelle acque dell’Adriatico, approvate da cinque Assemblee regionali (Puglia, Veneto, Abruzzo, Molise e Marche);

RIBADENDO
Il proprio NO alle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale del progetto proposto dalla società Global Petroleum Limited riaffermando il parere favorevole alla proposta di MORATORIA CONTRO LE RICERCHE PETROLIFERE E LE TRIVELLAZIONI NELL’ADRIATICO

IMPEGNA

Il Sindaco Paola Natalicchio ad attivarsi e farsi promotore, in ogni sede istituzionale utile, con la massima urgenza, con i Sindaci dei Comuni interessati dalle attività della Global Petroleum (Giovinazzo, Bari, Mola di Bari, Polignano a Mare, Monopoli, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi, San Pietro Vernotico e Torchiarolo) per la costituzione di un tavolo congiunto per la presentazione comune delle osservazioni (che scadono il 4 agosto prossimo) e per l’individuazione di eventuali carenze normative nella documentazione presentata, anche attraverso la nomina di professionisti specifici, nonché di eventuali ulteriori iniziative che si dovessero rendere necessarie.

Non è bastato lo scempio

Apprendiamo dal sito del Ministero dell’Ambiente che la Global Petroleum Limited ha avanzato ben 4 istanze per ricerche di giacimenti di idrocarburi nel mar Adriatico. L’area interessata, complessivamente di oltre 700 km2, è quella compresa tra i territori di Molfetta e Brindisi.

Pensiamo sia superfluo sottolineare che coinvolge comunità da sempre basate su pesca e  turismo. Per questo eventuali permessi concessi dal governo segnerebbero una violenza evidente nei confronti di tali territori. Vogliamo evidenziare che le analisi esplorative utilizzate dalla multinazionale del petrolio per cercare eventuali giacimenti petroliferi sono estremamente impattanti sull’ambiente. Ci sono inchieste e studi che denunciano come l’utilizzo della tecnica “Air-gun” (consistente nello “sparare” a grande velocità aria compressa sul fondale provocando vere e proprie esplosioni) risulti dannosa per molte specie marine. Ci chiediamo che effetto possa produrre, per esempio, nelle acque al largo di Molfetta e Giovinazzo, risaputamente sature di ordigni bellici affondati lì dopo la bonifica del porto di Bari, dopo il bombardamento del 2 dicembre 1943, e delle bombe inesplose della guerra del Kosovo rilasciate nella stessa area.

Ci lasciano esterrefatti le parole del Ministro all’Ambiente (sic!) Gianluca Galletti che sostiene “l’opportunità offerta dal petrolio” e accoglie a braccia aperte le trivellazioni nel nostro mare.
Eppure basterebbe scorgere cosa è avvenuto e avviene in altre regioni a noi vicine a causa del petrolio per capire che sarebbe molto meglio farne a meno.

In Emilia Romagna le istituzioni locali hanno revocato i permessi per le operazioni di estrazione a seguito dello studio scientifico che ha messo in relazione le attività di trivellazione con le potenti scosse sismiche che hanno distrutto gran parte della provincia emiliana nel 2012.

Ma per smontare tutte le mistificazioni rispetto ai grandi vantaggi di cui il petrolio è portatore basta spostarsi di qualche chilometro, in Basilicata.

Quando in Lucania, venti anni fa, si scoprì il petrolio, tutti i politici locali e nazionali accolsero la novità urlando che la popolazione si sarebbe arricchita e sarebbe piovuto lavoro per tutti.

Dopo vent’anni ci troviamo di fronte allo stupro di un territorio ricco di storia e natura, dovendo evidenziare che gli unici ad essersi arricchiti sono stati i petrolieri.

Infatti, secondo l’Istat  la Basilicata è la regione più povera d’Italia.  La popolazione sta diminuendo a vista d’occhio: sono oltre 3000 all’anno i giovani che lasciano la regione per emigrare altrove. I dati della Cgil denunciano un tasso di disoccupazione costantemente in crescita: «Nella sola Val d’Agri (dove è più intensa l’attività dei petrolieri) ci sono 8 mila persone tra disoccupati e inoccupati».

Ma la vera beffa riguarda le royalties (in Italia pari appena al 7% del profitto globale delle multinazionali). A fronte dei 141 milioni di euro che hanno portato al Pil regionale, le stesse hanno determinato l’uscita della Basilicata dai fondi UE per l’obiettivo 1, perdendo così finanziamenti europei per circa 320 milioni di euro.

Ma non basta! Ci sono anche l’inquinamento ed i danni permanenti causati al territorio.

La Basilicata ha una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale (dati dell’Associazione Italiana Registro Tumori) e le aziende agricole si sono dimezzate nell’arco di 10 anni (dati Confederazione Italiana Agricoltori).

Secondo i dati della Commissione Bicamerale sul Ciclo dei rifiuti le attività di estrazione hanno inoltre prodotto oltre 400 siti contaminati.

Gli studi della Prof.ssa Albina Colella ci allarmano riguardo le condizioni di salute dell’invaso del Pertusillo, nella Val d’Agri, fonte di acqua potabile anche per molti comuni pugliesi. Le analisi hanno mostrato una consistente presenza di idrocarburi (oltre i valori consentiti dall’Istituto della Sanità) e addirittura di metalli pesanti (forse derivanti dalle sostanze lubrificanti che si usano per le trivelle).

A questo proposito vogliamo ricordare che Eni, Shell e Total finanziano parte dell’attività didattica dell’Università della Basilicata, come seminari, convegni, borse di studio e assegni di ricerca, proprio nell’ambito dello studio geologico del territorio lucano specificatamente in correlazione alla attività estrattiva. Dato l’evidente conflitto di interessi, ci chiediamo quanto possano essere credibili tali studi ed analisi.

Vale la pena sottolineare, tra le famigerate “riforme” che il governo Renzi vorrebbe portare a casa con la stampella della destra, la modifica del Titolo V della Costituzione che esautorerebbe Regioni ed Enti Locali da ogni in merito alle politiche di tutela ambientale e di sviluppo energetico.

Alla luce di tutto questo, e tanto altro, ci opporremo con tutte le forze a questa follia, figlia di un sistema economico capitalista e di una produzione energetica che garantiscono  i profitti delle solite lobby, calpestando il diritto all’autodeterminazione di ogni comunità e distruggendo i beni comuni e le nostre vite.

Cercheremo un fronte comune, costruito dal basso, con chi, in Puglia e non solo, voglia condividere questa lotta in difesa del proprio territorio.

Saremo nelle piazze ad informare la gente ed al contempo fuori dai palazzi a pretendere che le istituzioni tutelino per davvero il nostro diritto alla salute.
Da un lato quindi esortiamo chiunque ne abbia voglia a mettersi in rete e a dar vita nelle proprie realtà ad incontri, dibattiti o qualsiasi altra forma d’informazione rispetto a quanto sta avvenendo e dall’altro chiediamo a gran voce alle istituzioni locali di prendere una posizione netta, al di là delle sterili dichiarazioni sui media o sui social network, contro le trivellazioni in Adriatico, magari partendo, nel caso occorra, dalla modifica dello statuto comunale e/o dal ricorso al principio di precauzione. Chiediamo inoltre, a chiunque sia in possesso delle competenze necessarie, di farci pervenire ogni tipo di osservazione tecnica volta a bloccare le istanze di Global Petroleum Limited in sede di Via entro il 4 agosto.

Le trivelle non piovono da sole dal cielo! Sono il frutto di semplici e precise scelte politiche. I sindaci delle nostre città, i presidenti delle nostre Province e Regioni fanno parte o sono alleati dei partiti che sono al governo e che oggi scelgono di svendere il nostro territorio. Nessuno accampi scuse di non competenza ma piuttosto ci si prenda delle dovute responsabilità politiche.

Adesso tocca alle amministrazioni locali ed alla politica
Il Coordinamento “No Triv Terra di Bari”, formatosi a metà giugno con una prima assemblea pubblica a Molfetta (Ba), a seguito della pubblicazione sul sito del Ministero dell’Ambiente delle quattro richieste della Global Petroleum Limited per ispezionare i fondali alla ricerca d’idrocarburi con la tecnica dell’Air Gun (http://www.va.minambiente.it/it-IT), ha svolto in questo mese e mezzo un’intensa attività di coinvolgimento dal basso dei cittadini e delle associazioni di categoria legate al mare.
L’obiettivo, sin da subito, è stato quello di sensibilizzare la popolazione sui rischi che le attività di ricerca nei fondali da Molfetta a Brindisi possono arrecare alla flora ed alla fauna marina e sull’insensatezza, oggi, di portare avanti una politica energetica nazionale basata sullo sfruttamento delle risorse fossili.
Oggi con la collaborazione del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute ed all’ambiente salubre” nato a Molfetta, dell’ “A.B.A.P.” ( Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi, http://www.infoabap.it/) e dell’ Associazione “Mediterraneo No Triv” abbiamo inviato le osservazioni al Ministero dell’Ambiente, ribadendo che le scelte nazionali non tengono conto della storia naturale, economica e sociale dell’Adriatico (oltre a sottovalutare la presenza in molti punti della costa ed, in particolare, nelle zone d’ispezione per la ricerca d’idrocarburi segnalate dall’azienda australiana, degli ordigni bellici scaricati durante la Seconda Guerra Mondiale ed il conflitto nel Kosovo).
Abbiamo inviato queste osservazioni anche ai comuni interessati dalle quattro richieste, ovvero, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Mola, Polignano, Monopoli, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi, San Pietro Vernotico e Torchiarolo, chiedendo a sindaci e presidenti dei consigli comunali di farle proprie tramite delibere di consiglio comunale ed inviarle al Ministero dell’Ambiente entro la scadenza del 4 Agosto. Riteniamo sia necessaria da parte delle istituzioni di queste comunità una forte consapevolezza verso le scelte nazionali nel campo delle politiche energetiche e della difesa dell’ambiente, ribadendo gli effetti negativi sul piano culturale ed economico che queste avrebbero sui territori coinvolti. L’autonomia decisionale delle comunità in campo energetico ed ambientale non può essere più messa in discussione come sta ormai avvenendo con i continui tentativi di modifica dell’articolo V della Costituzione.
Il percorso del Coordinamento “No Triv Terra di Bari” proseguirà con altre assemblee pubbliche, dopo esser stati a Molfetta, Giovinazzo, Santo Spirito e Bari, con lo scopo di creare un fronte comune dal basso che si opponga a questi continui tentativi di mettere in discussione l’ambiente e la salute per fare profitto. 

Il nostro sarà un confronto continuo con gli altri comuni coinvolti e le realtà collettive o individuali che, in questi giorni (e ci auguriamo anche in futuro), si stanno mobilitando per portare alla politica centrale la loro voce.
Coordinamento “No Triv Terra di Bari”

Bombe sotto il mare e sulla spiaggia quei tuffi da brivido a Capo Teulada

di PAOLO BERIZZI – www.repubblica.it

Un gruppo di bambini gioca con palette e secchiello a pochi metri dalla coda di un razzo conficcato nella sabbia. Una coppia di fidanzati cammina in acqua sfiorando, senza accorgersi, la sagoma di un “suppostone” adagiato sul fondale antistante la battigia: infiliamo la maschera, scendiamo a vedere. È un proiettile da mortaio. Inesploso. Ne conteremo una dozzina, alcuni abbandonati sott’acqua, altri sparsi qua e là vicino a ombrelloni e asciugamani. Gli ordigni più piccoli non misurano meno di mezzo metro. Eccoli lì, roventi sotto il sole, ai piedi delle dune. Pochi quelli squarciati, e dunque già esplosi. Fossero anche, queste bombe, dei «corpi inerti», come si dice in gergo militare, vederle in mezzo ai bagnanti fa impressione.

Non siamo in un campo di Hamas. Nemmeno sulle coste israeliane in tempi di missili. Siamo a Capo Teulada, sud della Sardegna, uno dei tratti di costa più belli dell’isola che da 40 anni, in un’altalena di convenienza reciproca, proteste, compromessi da real politik, “sopporta” il peso di 35mila ettari di terreno coperti da servitù militari. La spiaggia delle bombe si chiama Cala Zafferano. Mare cristallino, sabbia bianca, morbide dune. Sarebbe una normale spiaggia da cartolina se non fosse che la geografia la colloca all’interno della vasta area — 7.500 metri quadrati — della base militare Nato, il Poligono di Teulada. È un campo di addestramento interforze dove dagli anni ‘70 i soldati simulano offensive belliche e piani di difesa, sbarchi e bombardamenti aerei. Un via vai di cacciabombardieri, navi appostate al largo, carriarmato che sganciano razzi e ordigni di ogni tipo.

Le esercitazioni avvengono soprattutto in inverno e sono sottoposte ai rigidi protocolli di sicurezza della Nato. Così fino a febbraio-marzo. Poi arriva la primavera, e poi l’estate e l’estate a Cala Zafferano non porta fregate militari e mezzi cingolati ma barche: motoscafi, gommoni, vele. Benché un’ordinanza stabilisca che la permanenza sulla spiaggia sia vietata, a luglio e agosto un “esercito” di bagnanti la invade senza che nessuno, né militari né amministratori, batta ciglio. Né si curi dei rischi legati alle “bombe inesplose” sfuggite alle bonifiche, pure puntuali, post-esercitazioni. 

La spiaggia è accessibile solo via mare: decine di famiglie la raggiungono ogni giorno. Repubblica racconta ora – ultimo sopralluogo ieri, venerdì primo agosto – la situazione di Cala Zafferano. Foto e video esclusivi mostrano che cosa c’è in questa spiaggia, quali pericoli corra chi la frequenta e l’ambigua anomalia di un pezzo di litorale formalmente vietato ai bagnanti, ma nella pratica frequentatissimo ogni giorno, e nella disponibilità di tutti. “Zona militare, pericolo bombe inesplose”, avvertono i cartelli. Arriviamo in gommone. Appena sbarcati ci imbattiamo in un lungo “tappeto” di ferro bucherellato: è il cingolo di un carroarmato. Arrugginito, è srotolato sulla spiaggia e un padre di famiglia ci ha appoggiato sopra una borsa termica. Ci sono bambini che giocano. Un po’ più in là c’è un’ogiva di mortaio, un fumogeno inesploso nella sua capsula di ferro, proiettili da esercitazione da 4,500 e da 10 chili. Spiega una fonte militare: “Nelle esercitazioni si spara a salve, la carica è dimezzata. Ma se un ordigno dovesse esplodere accanto o sotto i piedi di un bagnante, lo fa a pezzi”.

Nicola ha 9 anni, viene da Cagliari. “Guarda papà!”. Indica una “bombetta di spessore” da 2 kg, si chiamano così. Affonda nella sabbia, spunta solo il collo, tipo una bottiglia tozza. Marrone scuro. Non è il caso di estrarla per capire che è intatta. Vengono i brividi. Cento metri oltre, sempre lungo la spiaggia: ombrelloni e teli. La rada piena di barche. Gente che fa il bagno. Giù in fondo verso gli scogli affiorano altri residuati bellici: un’ogiva in acciaio “fuso forata”. Mancano il tubo e la piastra di base. In teoria è, o era, piena di tritolo e amatolo. Materiale da strage. È tutto talmente in vista che nessuno, men che meno i militari che hanno avvisato coi cartelli, può supporre che qualsiasi avventore di passaggio a Cala Zafferano faccia dell’inutile sensazionalismo. ” È una situazione pericolosissima – dice Elisa Monni, del comitato “Amparu” (“proteggimi”, in sardo) – . Per non parlare dell’uranio delle bombe sganciate nel poligono che ha spappolato i polmoni ai teuladini“. Ciò che non si vede bisogna cercarlo. In mare. Vicino riva. Bastano maschera e boccaglio. Guardi il fondale: dove ancora si tocca. Fossero solo i bossoli da arma da fuoco, ormai verdi perché ossidati. C’è anche una bomba. Grigia, ogiva rossa. Potrebbe essere una S. A. P da 15 kg.

Settantacinque centimetri di lunghezza. Inerte? Quando si è “persa” sul fondale (1,80 cm)? E se esplodesse? Dice la scrittrice Michela Murgia, terza alle ultime elezioni regionali: “Dove terra, cielo e mare sono invasi dalle sparatorie non è possibile esercitare l’agricoltura, la pesca e il turismo in modo da garantire la salute umana. Nessuna compensazione economica ai singoli operatori può essere messa a confronto con la compromissione dei territori. L’unica risposta ai teuladini è la chiusura del poligono e la bonifica dell’area“. Già. Da Roma però arrivano altri segnali. In una specie di valzer dell’equivoco, o forse no, il governo ha rilanciato con 20 milioni di euro per il potenziamento. La regione protesta, ma per denaro sembra disposta a trattare. “La stessa risposta degli ultimi sessant’anni – conclude Murgia – . E i teuladini – 17% di affluenza alle urne – a votare non vanno più”. Per la cronaca: quest’estate, forse per stemperare i malumori degli abitanti, i vertici del poligono hanno lanciato una specie di campagna spiagge (militari) aperte al pubblico. Due. Dal lato opposto di Cala Zafferano. C’è un piantone che sorveglia gli ingressi: parcheggi e vai a fare il bagno. Nella spiaggia degli ordigni no. I soliti cartelli “pericolo bombe inesplose“, anche in inglese. Ultimo tuffo in mezzo alle bombe. Dopo la scogliera. In mezzo a due ali di gommoni, a tre metri di profondità, spunta il siluro: una bestia da 100 kg. Per fortuna ha uno squarcio sulla coda.