Per le armi chimiche un esposto collettivo alla Procura di Pesaro

Il 16 Settembre 2014 scorso si è tenuto a Pesaro un incontro pubblico organizzato dal Movimento 5 Stelle sul problema delle armi chimiche disperse nel mare antistante la costa pesarese durante la seconda guerra mondiale. Ospite e relatore il presidente e portavoce del Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, prof. Alessandro Lelli, che ha potuto informare dettagliatamente sulle dimensioni dell’inquinamento da residuati bellici chimici in Italia, sulle attività del CNBAC, sulle mancate risposte da parte delle istituzioni e amministrazioni locali e nazionali alle innumerevoli richieste prodotte e sullo stato delle rarissime e parziali bonifiche avviate. Nell’occasione è stato presentato l’esposto che i membri pesaresi del CNBAC hanno redatto per richiedere l’intervento della magistratura a fronte dell’immobilismo degli organi competenti. Molte sono state le domande da parte del pubblico e a conclusione del dibattito tanti cittadini hanno voluto firmare l’esposto e aderire al comitato locale.

Dragaggio-darsena-e-bombe-chimiche

I segreti della Chemical City

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-01455 – Mercoledì 24 luglio 2013, seduta n. 59
presentato da
BERNINI Massimiliano

MASSIMILIANO BERNINI, BUSTO, DAGA, BENEDETTI, GAGNARLI, TOFALO, PARENTELA, CRISTIAN IANNUZZI, NICOLA BIANCHI e LUPO.

— Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute.

— Per sapere – premesso che:
il bacino del lago di Vico è un importante complesso naturalistico e ambientale, costituito riserva naturale parziale dal 1982 con la legge regionale n. 47 del 28 settembre 1982;
sulle sponde del lago si trova la cosiddetta Chemical City, un magazzino di materiali difesa NBC (nucleare, batteriologico e chimico) oggetto di fuga di elementi nocivi nonché di diverse bonifiche; in passato, infatti, si sono verificati incidenti che hanno causato la dispersione di alcune delle sostanze chimiche contenute nel sito militare;
l’esistenza della Chemical City è rimasta per decenni nascosta, mentre, di fatto si tratta di uno dei più importanti bunker risalente addirittura al periodo fascista di conservazione, caricamento e scaricamento di armi chimiche: iprite mescolata ad arsenico, fosgene;
le acque del lago sono utilizzate dagli abitanti dei comuni limitrofi per l’uso potabile e sanitario e associazioni quali ISDE e Legambiente hanno più volte segnalato agli enti preposti lo stato di degrado in cui versa attualmente il lago;
è evidente che tale situazione potrebbe determinare (se non ha già determinato), nel medio e lungo periodo, gravi problemi sia per la salute umana che per l’ambiente;
diversi studi sulle acque del lago hanno dimostrato che la concentrazione di metalli pesanti e altre sostanze chimiche nelle acque e nel terreno del sito del lago di Vico è al di sopra del livello di guardia –:
se intendano fornire l’elenco completo di tutte le bonifiche fino ad oggi effettuate nell’area dell’oasi ecologica del lago di Vico, completo dei bandi di gara laddove ce ne siano stati e dei capitoli di spesa riguardanti costi sostenuti e stanziamenti totali, le bonifiche ancora da effettuare e come si intende procedere;
se intendano fornire l’elenco completo di tutte le sostanze chimiche presenti, non più presenti e che hanno transitato anche per un periodo limitato all’interno della così detta Chemical City e il loro grado di pericolosità per la salute umana e per l’ambiente, nonché i dati completi circa le incidenze di malattie e patologie causate dall’esposizione umana alle sostanze presenti all’interno della Chemical City, degli abitanti dei comuni limitrofi e che usufruiscono delle acque del lago di Vico per uso potabile e sanitario ed una comparazione di questi dati con l’incidenza media nazionale delle stesse malattie e patologie;
se siano a conoscenza di episodi relativi a versamenti di una qualunque delle sostanze contenute all’interno del sito militare;
se vi siano o vi siano stati canali di scolo che dal sito militare immettevano o immettono acque di scarico di qualunque tipo all’interno del lago e se in qualche caso fortuito queste acque siano state contaminate da una qualunque delle sostanze contenute all’interno del sito militare;
se siano in grado di valutare il grado di incidenza che abbia avuto il ruolo del magazzino materiali difesa NBC nei valori di metalli pesanti presenti nel sito del lago di Vico e come si intenda procedere per una bonifica dell’intera area naturalistica;
se siano in grado di valutare il rischio per la salute umana non in base alla pericolosità singola di ogni sostanza chimica dispersa nella zona, ma tenendo in considerazione più recenti studi internazionali riguardo l’effetto cocktail di sostanze chimiche che, anche se assunte singolarmente in quantità entro i limiti, risultino nocive per la salute umana a causa del suddetto effetto;
se intendano mettere gli interroganti a conoscenza dei risultati per quel che riguarda i possibili danni alla fauna o alla flora causati dalla possibile dispersione nella zona di sostanze chimiche o radioattive e qualora suddetti studi non siano mai stati effettuati, di programmare ricerche urgenti in tal senso;
se esistano segreti di Stato o militari riguardo le attività svolte all’interno della Chemical City ed eventualmente se intendano rimuovere quelli che riguardano possibili conflitti con l’articolo 32 della Costituzione. (4-01455)

Atto Camera

Risposta scritta pubblicata Giovedì 7 agosto 2014
nell’allegato B della seduta n. 281 4-01455
presentata da
BERNINI Massimiliano

Risposta. — L’ex magazzino materiali per la difesa nucleare, batteriologica, chimica (Nbc) di Ronciglione è una struttura realizzata negli anni ’30 per la produzione, lo stoccaggio e il caricamento di gas fosgene e, presumibilmente, per il caricamento di ordigni bellici con iprite proveniente dagli impianti di Cesano (entrambi i citati composti chimici non contengono arsenico).
Negli anni seguenti il 2o conflitto mondiale, il magazzino è stato utilizzato per il caricamento di artifizi nebbiogeni e ha cessato le attività alla fine degli anni ’70.
Successivamente, negli anni 1995-1996, ha avuto inizio l’attività di bonifica dell’area interessata, condotta sia dall’allora Stabilimento militare dei materiali per la difesa Nbc – l’attuale Centro tecnico logistico interforze (Cetli) Nbc – sia da una ditta specializzata.
Nel 2007 la struttura è stata inserita tra i beni dismissibili della difesa e, prima di procedere alla sua alienazione, è stato deciso di effettuare un rilevamento preliminare dell’area per quantificare le eventuali attività di bonifica da porre in essere.
A tale scopo, la difesa, nel dicembre 2008, ha stipulato un contratto con la società Soing per identificare masse metalliche e non, eventualmente presenti in profondità.
Gli esiti di tale indagine geofisica hanno evidenziato:
la presenza di masse interrate di varia tipologia, tra cui alcune di natura ferromagnetica, riconducibili anche ad eventuali ordigni inesplosi;
un livello appena superiore per l’arsenico dei valori di concentrazione della soglia di contaminazione (Csc) previsti dal decreto legislativo n. 152 del 2006 in tre dei dieci campioni di terreno prelevato.

L’amministrazione difesa ha prontamente notificato la situazione agli enti locali territorialmente competenti e ha attivato l’iter per procedere alla bonifica dell’area.
Alla fine del 2010 è stato aggiudicato all’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) del Lazio il contratto per la redazione e l’esecuzione operativa del piano di caratterizzazione (ovvero attività d’indagine utili a definire lo stato reale della contaminazione) del sito dell’ex magazzino, per un ammontare pari a 418.720 euro.
Il piano approntato dall’Arpa è stato approvato il 19 ottobre 2011, in sede di conferenza dei servizi, con l’intervento di rappresentanti della regione Lazio, della provincia e della prefettura di Viterbo, dei comuni di Ronciglione e di Caprarola, nonché della stessa Arpa.
A seguire è stata esperita la gara per l’affidamento delle attività di bonifica da ordigni residuati bellici, aggiudicata alla ditta Sogelma.
Il relativo contratto, n. 27555 del 25 novembre 2011, prevede l’esecuzione di due lotti.
Nello specifico, dal 15 ottobre 2012 al 29 gennaio 2013 è stato eseguito il primo lotto concernente la prima fase della rimozione delle masse interrate, per un ammontare pari a 131.485,29 euro, capitolato n. 20 del 14 giugno 2011.
Tutto il materiale rinvenuto è stato trasportato presso il Cetli Nbc per la successiva demilitarizzazione.
Il secondo lotto, che prevede la seconda fase dell’intervento delle attività di bonifica, per un impegno di spesa pari a circa 722.000 euro, inizierà entro la fine del 2014, per terminare presumibilmente nel 2016, con capitolato n. 21 del 15 novembre 2011.
Nell’attualità, sulla base delle indicazioni fornite dall’Arpa Lazio a seguito dei primi riscontri analitici, è stata approvata in sede di conferenza dei servizi, la rimodulazione del richiamato piano di caratterizzazione che prevederà, in particolare, la realizzazione di 85 micro-carotaggi (alla profondità massima di due metri) per la determinazione dello stato attuale di contaminazione che comunque, al momento, non richiede l’applicazione di particolari misure di protezione.
Quanto alle «sostanze chimiche presenti, non più presenti e che hanno transitato per un periodo limitato all’interno della Chemical City», attualmente non sono presenti, all’interno dell’ex magazzino di Ronciglione, sostanze chimiche stoccate.
Tutti i materiali che vi erano conservati sono stati trasportati presso la sede del Cetli Nbc in Civitavecchia (materie prime impiegate nelle attività di produzione di artifizi nebbiogeni e fumogeni) e, successivamente, sono stati conferiti (o sono in attesa di conferimento) a ditte autorizzate allo smaltimento di rifiuti tossico/nocivi; quelli che non è stato possibile alienare attraverso ditte esterne sono stati demilitarizzati direttamente presso il Cetli Nbc.
Riguardo a «episodi relativi a versamenti di una qualunque delle sostanze contenute all’interno del sito militare», un episodio di rilascio di fosgene si verificò nel corso delle attività d’inertizzazione delle bombole di fosgene rinvenute nella menzionata bonifica svolta negli anni 1995-1996.
Non sono noti altri episodi riguardanti versamenti, anche se il rinvenimento di materiali interrati non consente di escludere tali evenienze.
In proposito, si fa presente che, essendo ancora in fase di attuazione il Piano di caratterizzazione del sito, solo al termine di tale attività si potrà disporre di dati certi riguardanti la presenza nel suolo di sostanze chimiche riconducibili alle attività militari pregresse.
Con riferimento alla presenza di «canali di scolo», non si è a conoscenza dell’esistenza di canali di scolo che immettevano o immettono acque di scarico all’interno del lago.
Nel piano di caratterizzazione redatto dall’Arpa Lazio è stato riportato che, sulla base delle evidenze disponibili, nel sito non era presente una vera e propria fognatura, intesa quale insieme di canalizzazioni e opere idrauliche per la gestione delle acque (sia meteoriche che di rifiuto).
Più precisamente, le acque meteoriche venivano allontanate per dispersione, non essendo presente alcun sistema di raccolta delle acque all’interno di una rete fognaria; non vi è traccia, inoltre, di fogne per lo scarico delle acque di rifiuto. Le acque impiegate per lo scaricamento degli ordigni al fosforo (lavorazione definita «in umido», per evitare il rischio d’incendi) venivano, invece, indirizzate in un canale che presenta una struttura a volta completamente ispezionabile, oggetto tuttora d’indagine da parte di Arpa Lazio.
Per quanto concerne il «grado di incidenza che abbia avuto il ruolo del magazzino materiali difesa NBC nei valori dei metalli pesanti presenti nel sito del lago di Vico» dalle informazioni storiche disponibili risulta che le lavorazioni condotte all’interno del sito non prevedevano l’impiego di sostanze contenenti i metalli pesanti riscontrati nelle acque del lago.
Si potrà disporre, al riguardo, di una dettagliata valutazione non appena completata la caratterizzazione dell’area.
Con riferimento, poi, alla possibilità di «valutare il rischio per la salute umana», le pertinenti valutazioni potranno essere formulate unicamente al termine del processo di caratterizzazione, qualora dovesse emergere una contaminazione del suolo.
In merito all’opportunità di rendere noti i «risultati per quel che riguarda i possibili danni alla fauna e alla flora», anche in questo caso si dovrà attendere la conclusione del processo di caratterizzazione del sito.
Non risulta, infine, sia stato apposto alcun segreto di Stato o militare «riguardo le attività svolte all’interno della Chemical City».
Il Ministro della difesa: Roberta Pinotti.

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA CAMERA 07/24/2013 59 4 305743 BERNINI MASSIMILIANO MOVIMENTO 5 STELLE 07/26/2013 306026 BUSTO MIRKO MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013 305773 DAGA FEDERICA MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013 305604 BENEDETTI SILVIA MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013 306096 GAGNARLI CHIARA MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013 305910 TOFALO ANGELO MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013 306124 PARENTELA PAOLO MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013 305746 IANNUZZI CRISTIAN MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013 306041 BIANCHI NICOLA MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013 306048 LUPO LOREDANA MOVIMENTO 5 STELLE 26/07/2013

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI MINISTERO DELLA DIFESA MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE, MINISTERO DELLA SALUTE PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTR,I MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE, MINISTERO DELLA DIFESA

RISPOSTA GOVERNO PINOTTI ROBERTA

“Le bombe chimiche sepolte in mare. Rompiamo questo assordante silenzio”

di Francesca Pedini – Il Resto del Carlino

«Le bombe chimiche sepolte davanti alle nostre coste? I nostri amministratori preferiscono mettere la testa sotto la sabbia, mentre in Lazio e in Puglia sono già iniziate le bonifiche». A parlare è il presidente del Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche, il professor Alessandro Lelli, docente di Economia all’Università di Bologna ma pesarese d’adozione invitato dal Movimento 5 Stelle, farà il punto sulla situazione nella sala del consiglio provinciale, in via Gramsci, alle 21. Il suo obiettivo e ripulire i nostri fondali dai “Veleni di Stato”, ovvero 4300 grandi bombe contenenti iprite ed arsenico che Hitler, il 10 agosto del 1944, diede ordine di disperdere in Adriatico proprio davanti a Pesaro e Cattolica. “Bagagli velenosi” su cui, fino adesso si è preferito non indagare troppo. Fino a che, nel 2010, è intervenuto “l’esplosivo” libro di Gianluca Di Feo, che ha ricostruito la mappa dei “Veleni di Stato” ancora abbandonati nei fondali italiani.

Professor Lelli, a quattro anni dalla denuncia cos’è cambiato?
«Da noi poco o nulla purtroppo. Mentre a Molfetta e a Vico-Ronciglione, grazie anche alla forte mobilitazione civile, sono già iniziati i monitoraggi, e in qualche caso la bonifica».
Eppure sono state fatte interrogazioni parlamentari. Lei stesso è riuscito ad ottenere con il Coordinamento nazionale un’audizione in Commissione Ambiente in Senato con Di Feo…
«E’ vero. Inizialmente tutti i politici si appassionano al problema, ma poi si scontrano con la criticità della situazione, e tutto muore nel nulla».
Ma la situazione è critica?
«Certo, le bombe sono ancora lì. Non si sa se si siano aperte, o quanto siano pericolose. Quello che è certo è che i pescatori molto probabilmente le pescano ancora, poi ributtano tutto in mare, compreso il pescato».
Eppure verificare dove sono è possibile…
«Ci sono documenti ufficiali e noti che riportano le coordinate precise dei cimiteri sottomarini».
Sono le coordinate già contenute in una risposta del sottosegretario Tambroni all’interrogazione parlamentare dell’onorevole fanese Capalozza del 1951. Con le moderne tecnologie a disposizione, non dovrebbe essere difficile individuare le bombe.
«In realtà delle sei coordinate indicate, due risultano a terra, probabilmente per un errore di trascrizione, quindi andrebbero verificate. Ma con la tecnologia e i mezzi della Marina Militare, la loro individuazione dovrebbe essere veloce e non troppo costosa. Un’azione doverosa, soprattutto perché il mare è un elemento fondamentale per la nostra economia».
Nell’incontro di presentazione del libro di Di Feo, è intervenuta anche l’Arpam, e il dirigente Massimo Mariani ha evidenziato rischi e pericoli derivanti da arsenico e iprite…
«E’ vero. L’Arpam ha anche effettuato prelievi del sedimento in alcuni punti non rilevando, per l’arsenico (l’iprite non la si può rilevare in acqua) valori superiori a quelli consentiti, ma si è verificato solo su alcuni punti, forse pochi per comprendere se il problema esiste».
Cosa auspica?
«Che si crei una mobilitazione civile forte, perché più siamo, maggiore sarà la nostra forza. E continueremo a lottare. Ho già contatti con personalità importanti».

Benvenuti petrolieri di tutto il mondo, lo “sblocca Italia” sblocca anche le trivelle

E’ accaduto tutto nello stesso giorno. Mentre sulla spiaggia di Punta Penne, a Vasto, dall’esame necroscopico delle tre carcasse di capodogli spiaggiati si ipotizzava il nesso con l’attività di prospezione petrolifere (con tecniche air-gun) dei fondali della vicina Croazia, e in contemporanea il presidente del Consiglio Renzi parlava a Bari, per l’inaugurazione della Fiera del Levante, e i movimenti “No TAP” e “No Triv” manifestavano dietro le transenne, sulla Gazzetta Ufficiale si pubblicava, ed entrava in vigore, il decreto legge 12 settembre 2014, n. 133 recante oggetto: ”Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attivita’ produttive“. Leggete con attenzione gli articoli 36 e 38 .

L’articolo 36 stabilisce “Misure a favore degli interventi di sviluppo delle regioni per la ricerca di idrocarburi.” Prevede l’esclusione dal patto di stabilità per “spese sostenute dalle regioni per la realizzazione degli interventi di sviluppo dell’occupazione e delle attivita’ economiche, di sviluppo industriale e di miglioramento ambientale nonchè per il finanziamento di strumenti della programmazione negoziata nelle aree in cui si svolgono le ricerche e le coltivazioni di idrocarburi, per gli importi stabiliti con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze da emanare entro il 31 luglio di ciascuno anno“.

Mentre l’articolo 38, anticipando i contenuti della revisione del Titolo V della Costituzione, riporta in capo ai ministeri le autorizzazioni ambientali per le concessioni e le procedure autorizzative (VIA) per istanze e permessi di ricerca.  E poi, tutte le prospezione, ricerche e coltivazioni di idrocarburi sono dichiarati di pubblica utilita’, indifferibilita’ ed urgenza con l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi, conformemente al decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327.

Infine il decreto stabilisce che, se le Regioni non applicano da sole le direttive dello “sblocca trivelle”, il Governo può avocare a sè i titoli minerari pendenti, cioè per quelli non definiti entro il 31 dicembre 2014  (comma 4 articolo 38).

Quindi caro Presidente del Consiglio della Regione Puglia, Introna, e capogruppo di S.E.L., Losappio, quando le associazioni, movimenti, comitati e comuni NoTRIV (quelli presenti) erano seduti con voi, giovedì mattina 11 settembre, a trovare le ragioni e le strategie per opporsi alle trivellazioni, voi sapevate già che il decreto “sblocca Italia-sblocca trivelle” era già in dirittura d’arrivo?

No trivelle 1-1

Trovati capodogli arenati sulla spiaggia di Punta Penna

www.zonalocale.it

Sono stati trovati questa mattina sulla spiaggia di Punta Penna, da alcuni surfisti che erano in zona, 7 capodogli arenati a riva. Quattro di loro sono sicuramente vivi e si agitano, altri due sembrerebbero morti.
Sul posto i veterinari della Asl che sostengono si tratti dello stesso gruppo di cetacei segnalato qualche giorno fa in difficoltà sulle coste della Croazia.
L’intervento non è semplice, in questo momento gli esperti stanno valutando il da farsi per salvare i capodogli.
Contattato il Centro Nazionale Cetacei di Padova, in arrivo da San Benedetto del Tronto il gruppo dei sommozzatori della Guardia Costiera.
Il sindaco Lapenna sul posto con i veterinari e le forze dell’ordine
“Faremo tutto il possibile per salvarli – dichiara il tenente di vascello Giuliano D’Urso – ma non è un’operazione semplice, non possiamo certo prendere i cetacei e spostarli in mare, non è così che si procede. Vanno tenuti calmi, non possono sentire rumori, possono infastidirli. Inoltre l’area va delimitata”.

Il Governo non comprometta le scelte ecosostenibili della Puglia

www.consiglio.puglia.it

No alle torri petrolifere off-shore, sì ai mari puliti, contro l’oro nero, a favore dell’economia blu. Il presidente del Consiglio regionale Onofrio Introna ha riunito a Bari gli “stati generali” del movimento anti trivelle, per difendere il futuro dei pugliesi e per valorizzare la scelta della Puglia di uno sviluppo ecosostenibile. “Ho voluto incontrare le Amministrazioni comunali e le associazioni ambientaliste per riflettere sul contenuto di una nota che intendo consegnare al presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi, nella cerimonia inaugurale della Fiera del Levante, sabato 13 settembre, con la richiesta di non compromettere con la minaccia di pessimo e scarso petrolio l’economia che si affida alle acque pulite dell’ Adriatico e dello Ionio”, ha detto Introna.
La Puglia è leader delle produzioni energetiche rinnovabili – ma anche fossili, con le centrali di Cerano e Taranto – ed è capofila delle Regioni che hanno adottato proposte di legge alle Camere per la moratoria della ricerca di idrocarburi nei fondali.

Il Consiglio regionale pugliese, sempre unito a tutela dei mari, ha promosso un confronto del territorio per mandare un messaggio al Governo nazionale: le scelte ambientali si fanno insieme ai pugliesi, non sulla loro testa.
Tutte le amministrazioni comunali che si affacciano sui mari sono sulla nostra linea: testarda e intransigente contro il petrolio ma aperta al dialogo”, ha sottolineato il presidente Introna. “E con la rete ambientalista abbiamo voluto affrontare i temi da illustrare al premier, per esporre le preoccupazioni sulle ricadute delle norme ‘sblocca trivelle’ contenute del Decreto Sblocca Italia. Non è un presa di posizione ideologica, ma partiamo dalla consapevolezza di offrire già un contributo maggioritario alla bolletta energetica nazionale, con la produzione da fonti fossili e rinnovabili, che supera di molto le esigenze regionali”.
Istituzioni, enti locali e società civile chiedono pacatamente di rivedere strategie che espongono a un rischio ingiusto dieci anni di politiche ecocompatibili del Governo regionale pugliese, che hanno trasformato in una risorsa turistica fondamentale la sostenibilità ambientale e le bellezze della Puglia. “Un documento di forte valore politico che interpreta la volontà cittadini e spiega allo Stato le motivazioni del No al petrolio Si’ all’ambiente “, questa la sintesi delle dichiarazioni dei rappresentanti del Consiglio regionale intervenuti: i capigruppo Michele Losappio e ei consiglieri Angelo Disabato, Tommy Attanasio, Francesco Laddomada e Antonio Scianaro.
All’incontro hanno partecipato il sindaco di Monopoli Emilio Romani (anche in rappresentanza dell’ANCI e delle Amministrazioni comunali costiere pugliesi), assessori e consiglieri di Taranto, Ostuni, Fasano e Polignano, il presidente di Legambiente Puglia Francesco Tarantini, il prof. Niccolò Carnimeo per il WWF, esponenti di Greenpeace e dei Comitati No petrolio-Sì energie rinnovabili di Monopoli, Comitato Bonifica Molfetta, Tutela del mare del Gargano, Stop Tempa Rossa Taranto e delle Reti No Triv del Gargano e di Terra di Bari. (fel)

NO TRIV, Sel: “Portare la mobilitazione anche in Parlamento”

L’ossessione di Renzi per le trivelle

www.greenpeace.org

Drill Baby Drill, sembra il leitmotiv scelto prima da Monti – che faceva approvare la Strategia Energetica Nazionale (SEN) nel marzo del 2013 poco prima di passare la mano al Governo Letta – e proseguito da Renzi, in modo acritico.
Acritico e con la testa rivolta a un passato fossile. Infatti la SEN – documento dal valore giuridico discutibile, non votato dal Parlamento e previsto da una legge abrogata dal referendum nucleare – prevederebbe di promuovere un piano di estrazione di tutto il petrolio e gas presente nel sottosuolo italiano pari a 126 Mtep (milioni di tonnellate di equivalenti di petrolio) come riserve certe, e altri 700 come riserve probabili.
Rimanendo alle sole certezze, se anche avessimo la bacchetta di Harry Potter e tirassimo fuori tutto quel petrolio e gas non riusciremmo a coprire il consumo di energia fossile di un solo anno (135 Mtep).
Ancora più ridicola è la quota di petrolio a mare: 11 milioni di tonnellate, il consumo di un paio di mesi di petrolio e di un solo mese in termini di consumi totali di energia. Per questa ragione ci sembra uno scandalo voler bucherellare i nostri mari in cambio di quasi nulla (a parte i soldi che ricaverà chi estrae: 8 miliardi di dollari circa). Per avviare subito il percorso, si ipotizza nello “Sblocca Italia” – ancora in discussione – di accentrare, per le estrazioni a mare, le competenze e le decisioni a livello di Ministero, riducendo così il ruolo delle Regioni. E, per quei progetti posti “in prossimità di aree di altri Paesi rivieraschi”, senza nemmeno fare una VIA (valutazione di impatto ambientale), ma con concessioni temporanee di cinque anni rinnovabili per altri cinque.

Ora questi obiettivi di estrazione fino all’ultima goccia di petrolio vanno confrontati con gli scenari energetici che per la SEN, per il 2020, prevedrebbero una quota di rinnovabili elettriche del 35-38%. Certo, rispetto alle previsioni fatte nel 2010 (il 26%) può sembrare un passo in avanti, ma rispetto alla attuale realtà (il 40% nei primi otto mesi di quest’anno) è una marcia indietro. Prendendo alla lettera la Strategia, dovremmo persino far marcia indietro sulle rinnovabili! Anche questo nel #cambiaverso di Renzi?
Ed è proprio una assurdità logica il voler “estrarre tutto” il petrolio nei prossimi anni senza proporre allo stesso tempo uno scenario credibile e con strumenti adeguati di decarbonizzazione che porti progressivamente l’Italia a un’economia basata sulle rinnovabili e l’efficienza.
Contestiamo dunque la scelta delle trivelle a mare: rischiare incidenti per così poco petrolio è una scelta scellerata. Urge una vera strategia energetica rinnovabile e, invece, si va su trivelle si sono colpite le rinnovabili con lo “spalma-incentivi”.
Renzi: così non va proprio.

Giuseppe Onufrio – Direttore esecutivo Greenpeace Italia

Bari bombardata, svelato il segreto: ecco perchè nessuno parlò dell’iprite

di Salvatore Schirone – www.barinedita.it

Svelato finalmente il vero motivo che spinse le Forze Alleate a secretare le cause e gli effetti del tragico bombardamento che devastò il porto di Bari il 2 dicembre 1943, causando il più grande disastro chimico della Seconda Guerra Mondiale. Sconcertante la rivelazione dello storico Francesco Morra: fu un sacrificio imposto ai baresi, che però salvò le sorti dell’intera guerra. Il risultato delle sua ricerca è stato licenziato venerdì scorso, 29 agosto, attraverso un documentario firmato dal regista Fabio Toncelli e andato in onda su Rai3, durante il programma “La grande storia“.

Facciamo un passo indietro e andiamo a quei tristi giorni di 71 anni fa. Tra le navi mercantili che nello scenario del Mediterraneo si muovono per approvvigionare di armi gli Alleati concentrati nel porto barese, c’è la “John Harvey“. Si era staccata dalla costa settentrionale dell’Africa in ottobre diretta a Bari. In segreto, trasporta 91 tonnellate di iprite, confezionato in 2000 bombe. L’iprite, sigla M-47, ma più noto come “gas mostarda” per il suo tipico colore bruno-giallognolo e l’odore di aglio, fu usato la prima volta durante la Grande Guerra nel 1915 a Ypri, città belga da cui prese il nome. I terribili effetti spinsero la comunità internazionale a sancire nel 1927 un protocollo per bandirne l’uso. Ne fu proibito l’uso, ma non la produzione.

La sera del 2 dicembre la flotta aerea tedesca, la terribile “Luftwaffe”, con un sofisticato stratagemma inganna i radar della contraerea e attacca praticamente indisturbata il porto barese distruggendo ben 18 delle 40 navi ormeggiate e irresponsabilmente illuminate anche di sera per consentire lo scarico continuo dei mezzi militari. Il ventre della Harey aveva già partorito metà del suo mortale carico sulla banchina quando saltò in aria in un boato che squarciò il nero fumo degli incendi, illuminando a giorno l’intera città. Fino a tutto il giorno successivo ci fu l’inferno, immortalato in decine di foto e pellicole (alcune inedite scovate da Morra nell’archivio militare americano) e stampato indelebile negli occhi umidi degli ultimi testimoni intervistati.

Ma quello che avvenne nei giorni seguenti fu ancora più sconcertante: centinaia di uomini videro comparire sui loro corpi strane vesciche. Nessuno parlò di iprite e quindi i medici si ritrovarono di fronte a qualcosa che non sapevano come curare. Morirono circa 250 persone, che si aggiunsero alle mille decedute durante l’attacco.

Per più di settant’anni gli storici si sono posti questa domanda: perché gli alleati mantennero il segreto della presenza di iprite anche nei giorni successivi all’esplosione, impedendo non solo la prevenzione ma anche la necessaria diagnosi e cura alle centinaia di militari e cittadini che durante i primi soccorsi vennero a contatto con il micidiale gas? Una domanda a cui finora non era mai stata data una risposta. Ma qui entra in gioco Francesco Morra, che dopo anni di ricerca condotta negli archivi tedeschi, britannici e americani, ha raccolto documenti inediti e interviste esclusive che gli hanno permesso di ricostruire dettagliatamente gli avvenimenti di quei giorni e di rispondere alla domanda che per anni ha continuato ad arrovellare le menti degli storici.

La risposta arriva quasi di straforo, in sordina, a tre quarti del documentario andato in onda sulla Rai. Gli Alleati furono “costretti” a mantenere il segreto perché il protocollo internazionale, sebbene ne proibisse l’uso, prevedeva il diritto di rappresaglia con iprite in caso di utilizzo dello stesso per primo da parte del nemico. Insomma se i tedeschi avessero saputo che gli inglesi detenevano l’iprite, si sarebbero riservati di utilizzarla anch’essi per fermare l’imminente sbarco in Normandia, che sei mesi dopo segnò praticamente l’inizio della fine della guerra e della caduta del Terzo Reich.

Appena visionato il documentario abbiamo intervistato l’autore.

Allora mantenere il segreto sull’iprite ha rappresentato una specie di tattica militare?

Si, gli americani erano “terrorizzati” dall’idea che se i tedeschi potessero venire a sapere della presenza di iprite sulla Harvey: i nazisti avrebbero usato la notizia come pretesto per legittimare un loro uso di gas in Normandia. E la cosa funzionò: i tedeschi non vennero a conoscenza dell’iprite. Nelle mie ricerche non ho trovato riscontri che dimostrino il contrario.

Perché ci sono voluti oltre settant’anni per arrivare alla verità?

Credo che finora nessuno abbia voluto investire soldi in questo lavoro. La ricerca storica ha dei costi: in questo caso è stato necessario muoversi tra Germania, Inghilterra ed Usa. Io ho avuto bisogno di finanziamenti e c’è voluto un produttore lungimirante e coraggioso come Roberto Dall’Angelo, della SD Cinematografica per poter portare a compimento la mia ricerca.

Non ha incontrato resistente “diplomatiche”?

In Gran Bretagna e Usa il sistema è molto trasparente. Esiste la regola dei “30 years rule”, cioè i documenti sono secretati solo per 30 anni (adesso scesi a 20), poi vengono resi pubblici. Ma se i documenti sono classificati come “secret”, l’apertura viene posticipata. Alcuni file su Bari sono stati desecretati solo negli ultimi anni.

Qualcosa però era già venuto fuori.

Glenn B. Infield pubblicò un libro nel 1971 in Usa, tradotto in Italia da Adda nel 1977 e ripubblicato nel 2003. Sembrava la parola definitiva, ma per me non poteva esserla. Infield infatti non disponeva dei documenti ancora secretati. Nel mio prossimo libro riporterò tutta la documentazione completa che ovviamente nel documentario non si poteva esplicitare.

Il documento scoperto che ritiene più importante?

Il verbale della riunione delle autorità portuali e militari che si svolse alle 14.15 del giorno 3 dicembre, immediatamente dopo il disastro. Questo documento fa la differenza. Infield asseriva che morti quelli della Harvey nessuno sapesse nulla del gas, in realtà il verbale mostra chiaramente che gli inglesi e gli americani erano a conoscenza di tutto e decisero di comune accordo, quel giorno, di porre il segreto militare sull’iprite.

2 Dicembre 1943: Inferno su Bari – La guerra in diretta – La Grande Storia del 29/08/2014

La decisione, per la rampa di lancio dei fuochi d’artificio, tarda ad arrivare

La festa patronale è alle porte e le decisioni, per la scelta della location da dove verranno lanciati i fuochi d’artificio, saranno prese nelle prossime ore. Intanto proseguono i sopralluoghi delle forze dell’ordine, il RUP del porto, assessori e rappresentanti della Procura di Trani. Siamo molto curiosi di conoscere come giustificheranno un eventuale permesso straordinario concesso al Comitato Feste Patronali per l’utilizzo della Diga foranea per i fuochi d’artificio se la stessa è sotto sequestro, non solo per motivi giudiziari, ma anche per la eventuale presenza di ordigni bellici occultati all’interno del cantiere. A Molfetta può accadere anche questo, che la giustizia s’inchini alla Patrona?