I nostri pescatori continuano a pescare casse di ordigni invece che pesce

Non è la prima volta e non sarà l’ultima che i pescatori della nostra marineria pescano casse di ordigni fumanti. Quest’ultimo ritrovamento avvenuto (forse a 5 miglia dalla costa) qualche giorno fa, deve farci riflettere sul pericolo che corrono quotidianamente i nostri pescatori durante le loro battute di pesca.

 

 

“Allarme fosforo per il mare Adriatico”, sommozzatori scandagliano i fondali

di Pasquale Bergamaschi – www.ilrestodelcarlino.it

Ascoli, 29 novembre 2014 – Lo strano caso, ovvero fumo e fiamme che prendono corpo dalle reti appena tirate a bordo dall’equipaggio del motopeschereccio ‘Marpesca’ di Termoli, dell’armatore Giacomo Cannarsa, in pesca a 5 / 6 miglia all’altezza di Cupramarittima, potrebbe avere una più che concreta giustificazione.

La sostanza gelatinosa, sembra a base di fosforo, che il comandante della ‘Marpesca’ ha raccolto in due barattoli poi consegnati al comandante della Capitaneria di Porto di San Benedetto, Sergio Lo Presti, per gli esami di rito, potrebbe essere il contenuto delle ‘bombe a grappoli’ che gli aerei americani sganciavano in Adriatico al termine delle missioni nei Balcani, ai tempi della guerra fratricida dei popoli dell’ex Jugoslavia.

«Come si leggeva a quei tempi, cioè nel 1999 – dice il comandante Pietro Merlini – queste bombe a grappoli di colore giallo contenevano sostanze infiammabili e dovevano essere scaricate prima che gli aerei americani tornassero alla base. Ricordo che proprio in quel periodo un’imbarcazione di Rimini, se non sbaglio ‘Il Profeta’, incappò nel contenuto di queste bombe e prese fuoco in coperta, come è successo al ‘Marpesca’».

Chiedendo ad altri comandanti della flottiglia peschereccia sambenedettese, comunque mai incappata in questi imprevisti post–bellici, la risposta è identica. Afferma Franco Cameli: «A me non è mai accaduto, però l’unico legame potrebbe essere quello della sfortunata pesca, invece del pesce la sostanza gelatinosa infiammabile». Stessa dichiarazione del collega Umberto Cosignani che però aggiunge a sostegno di quanto detto dal comandante Merlini.

«Nel 1999, durante la guerra nei Balcani, gli aerei americani smaltivano in Adriatico le ‘bombe a grappoli’ incendiarie, tant’è che nell’anno successivo, come armatori – pescatori delle marinerie dell’Adriatico, fummo costretti a 3 mesi di fermo pesca: 1 mese e mezzo giustificato dal riposo biologico e l’altro mese e mezzo, dal fermo bellico, il tempo che servì a bonificare l’Adriatico dalle bombe infiammabili».

Stando ai fatti, non tutte sono state ‘ripescate’ e di qui l’ipotesi che potrebbe calzare a pennello al caso del ‘Marpesca’: nelle sue reti è finito una specie di barattolo con materiale infiammabile, sicuramente con larga percentuale di fosforo. Un imprevisto che non ha comportato gravi danni alle cose e alle persone dell’equipaggio del ‘Marpesca’, come invece è accaduto tanti anni fa, subito dopo la II guerra mondiale, ai motopescherecci saltati in aria per aver pescato degli ordigni bellici. «Accade ancora – dicono alcuni pescatori – ma le bombre che entrano nelle reti le buttiamo nelle zone dove non si pesca, altrimenti, per le varie questioni burocratiche si rischia di stare fermi un mese circa».

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Lunedì, conferenza stampa del Comitato Bonifica Molfetta

Il Comitato Bonifica Molfetta terrà una conferenza stampa  Lunedì 1 dicembre alle ore 18.15 presso la sala stampa di Palazzo Giovene in Piazza Municipio.

Saranno presentati aggiornamenti:

– sulle osservazioni inoltrate nel luglio scorso al Ministero dell’Ambiente in opposizione alle trivellazioni nel basso Adriatico e sulla documentazione integrativa che lo stesso Ministero ha richiesto alla società Global Petroleum;

– sulla fase di bonifica dell’area portuale e Torre Gavetone;

– sulla messa in sicurezza del porto e delle prospettive future;

Inoltre sarà illustrata la proposta di istituzione di una commissione comunale di studio tecnico-scientifico sull’esposizione cronica alle tossine dell’Ostreopsis ovata (alga tossica) e la creazione di un osservatorio che rilevi le ricadute della stessa sull’ecosistema.

“Effetti devastanti sull’ecosistema”, anche gli scienziati in campo contro le trivelle

di CHIARA SPAGNOLO – bari.repubblica.it

Il Salento dice no alle prospezioni in mare alla ricerca di petrolio. Per farlo chiama a raccolta gli scienziati dell’Università di Lecce – che parlano di “effetti devastanti per l’ecosistema” – e anche un pool di legali, al fine di intervenire al meglio nella procedura di Via con osservazioni ad hoc. E con un documento politico a firma di sindaci, consiglieri regionali e parlamentari chiama direttamente in causa il governo Renzi per fermare le trivelle.
Il tempo è poco in realtà, perché entro il 21 dicembre bisognerà opporsi alla richiesta della Global Med e entro il 5 gennaio a quella della Schlumberger italiana, ma i sindaci dei paesi coinvolti nel rischio trivelle, una trentina in totale, vogliono tentare il tutto per tutto. Per questo leccesi, brindisini e tarantini hanno fatto fronte comune, come dimostra la presenza dei vicepresidenti delle Province di Brindisi e Taranto (Francesco Locorotondo e Gianni Azzaro) al vertice convocato dal collega leccese Antonio Gabellone. Perché le richieste inoltrate al ministero dell’Ambiente riguardano anche i vicini di provincia, 24 comuni pugliesi nel caso della Schlumberger Italiana e 19 in quello della Global Med.

La prima ha chiesto di investigare sulla possibile presenza di idrocarburi in un’area che si estende su 4.030 km quadrati ed è ubicata nella Zona Marina “F” ovvero nel Golfo di Taranto, la seconda invece in due zone a largo di Leuca, estese rispettivamente 749 e 744 km quadrati. In entrambi i casi – come si evince dai progetti presentati a Roma – si prevede di “acquisire linee sismiche 2D mediante tecnologia air-gun ed un eventuale rilievo geofisico 3D”. Ma proprio questa eventualità – ritenuta dannosa dagli esperti dell’Università –  non piace agli amministratori locali. “Per scongiurarla dobbiamo attivare sinergie indipendentemente dai colori politici delle amministrazioni – ha detto Gabellone – per fare arrivare una voce unitaria nelle sedi che contano“. Ovvero al Governo, che con il decreto Sblocca Italia ha impresso una notevole accelerata alla ricerca degli idrocarburi, evidenziandone la strategicità nella politica di diversificazione delle fonti energetiche.  Per dialogare con Roma, però, è necessario un sostegno forte da Bari, da quella Regione Puglia che non ha esitato a capeggiare le truppe dei dissidenti quando il rischio trivelle incombeva sull’alto Adriatico.

Adesso invece tocca al Salento, alla “macroregione marina che l’Europa considera il motore del Mediterraneo e su cui ha investito milioni di euro per progetti di ricerca“, ha spiegato Simonetta Fraschetti, professore presso il dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche dell’UniSalento. “Qui esiste un sistema ecologico unico, Sic, coralligeni tra i più importanti d’Italia, è una zona importantissima per le tartarughe – ha chiarito la studiosa – si tratta di una serie di habitat vulnerabili che verrebbero inevitabilmente danneggiati dal tipo di ricerche che si vogliono fare“.

Per sostenere la sua tesi, la Fraschetti ha citato l’esempio delle indagini tramite air gun effettuate nell’Oceano Atlantico, “dove è stata riscontrata una morìa del pescato, a partire dalle forme giovanili, pari al 50%”. E se quelli sono stati i risultati in un mare aperto, gli amministratori salentini temono quello che potrebbe accadere nel tratto di Ionio chiuso tra Calabria, Basilicata e Puglia, considerato che l’ampiezza delle aree interessate dalle prospezioni renderebbe necessario “sparare” onde sonore per un periodo prolungato – che potrebbe raggiungere anche i due mesi – con una potenza di 250 decibel, ad una frequenza di 10 secondi e per 24 ore al giorno. “Questo tipo di indagine preliminare ha effetti devastanti – ha concluso la Fraschetti – c’è da essere seriamente preoccupati”.

“Il mare a Molfetta” tra ordigni bellici, alga tossica e depuratori malfunzionanti

IL MARE A MOLFETTA

Questo video è stato realizzato per sensibilizzare maggiormente i cittadini Molfettesi, mostrando quello che molti non possono vedere, sperando di sensibilizzare anche gli enti governativi in modo che si adoperino per mettere in sicurezza il “nostro mare”.

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Una pruduzione “Nucleo sub Molfetta“in collaborazione con il “Comitato Bonifica Molfetta“. Video montaggio di Daniele Marzella in collaborazione di Maddalena De Virgilio, Paolo De Gennaro, Pasquale Mezzina e i volontari del Nucleo sub Molfetta. Musiche di Roger Stefane – Un Autre Monde; Akashic Records – Stories of The Old Mansion

Gli ordigni inesplosi nel basso adriatico fermeranno le trivellazioni della Global Petroleum?

Comunicato Stampa del “Comitato Bonifica Molfetta”- 23.11.2014

Apprendiamo con grande soddisfazione dal sito del “Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare” che sono state accolte le nostre osservazioni in opposizione alle istanze di permesso della Società Global Petroleum Limited, per l’avvio della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale dei progetti di: “Prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi a mare” al largo delle coste pugliesi.

Nel corpo delle osservazioni, tra le altre cose, avevamo dichiarato che in tutti i progetti per le quattro zone d’indagine si parla delle possibili opere di mitigazione delle Aree   Marine   Protette,   delle   Zone   di   Ripopolamento   e   le   Zone   Marine   di   Tutela   Biologica, dei siti sensibili di Rete Natura 2000, dei SIC, delle zone marine e costiere interessate da “Important Bird Areas”, ma non è stata scritta una sola parola sulla vasta aerea che spesso è sovrapposta, o confinante, alle quattro zone d80 F.R-.GP, d81 F.R-.GP, d82 F.R-.GP, d83 F.R-.GP, rappresentata dalle zone di affondamento di ordigni bellici indicata nelle mappe militari, nautiche e le stesse fornite dalla Società Global Petroleum Limited e indicate chiaramente con la dicitura “ORDIGNI INESPLOSI”; anzi diremo che la società ha ignorato il problema più grave, e significativo, che potrebbe interferire con le indagini geofisiche e perforazioni nel basso adriatico con possibili disastri ambientali e pericolosi per la salvaguardia dell’ecosistema e della salute pubblica .

Il C.B.M. di Molfetta fondava la richiesta di rigetto delle istanze della Società Global Petroleum Limited sulla mancanza di una qualsiasi proposta di mappatura, prospezione e georeferenziazione degli ordigni inesplosi presenti in una vastissima area sovrapposta o confinante, non solo con le zone d’indagine interessate alle odierne richieste, ma anche di altre sotto costa.

Ricordando le parole del Ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola:i residuati bellici a caricamento chimico si trovano in uno stato di conservazione pessimo, a seguito della prolungata azione della corrosione marina; ciò determina ulteriori difficoltà di rimozione ed elevati rischi per gli operatori, oltre a richiedere l’impiego di mezzi tecnologicamente avanzati, con conseguente aumento dei costi”; lasciamo immaginare cosa accadrebbe se pur una sola bomba caricata ad iprite, o altra sostanza chimica, fosse casualmente incrociata da una trivella o dall’azione di un potente air-gun. Purtroppo non parliamo di una sola bomba ma di migliaia di bombe sparse a macchia di leopardo, dalla costa fino a 40 miglia al largo, e dal faro di Vieste ad Otranto.

Ebbene, con la nota n.0003772 del 3.11.2014, la Commissione Tecnica di Verifica dell’Impatto Ambientale del Ministero, ha richiesto alla Società Global Petroleum varie integrazioni documentali tra cui gli “approfondimenti normativi, scientifici e presso le Istituzioni competenti, della compatibilità dell’esecuzione delle indagini sismiche previste con le aree di deposito di ordigni inesplosi in mare “. Pertanto, tra 60 giorni conosceremo i contenuti dei documenti integrativi che la Società Global Petroleum presenterà, nel frattempo non faremo mancare il nostro contributo specifico al Coordinamento No Triv della provincia di Bari e a tutti i comitati No Triv regionali e nazionali.

per il Consiglio di gestione CBM – Matteo d’Ingeo

RICHIESTA INTEGRAZIONI DEL MINISTERO

OSSERVAZIONI DEL “COMITATO BONIFICA MOLFETTA”

Strage del Francesco Padre: «Fu un atto di guerra». I pm di Trani: è un caso Ustica

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di GIOVANNI LONGO e MASSIMILIANO SCAGLIARINI

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Vent’anni fa a bordo del «Francesco Padre» non c’erano né esplosivi né armi che potessero saltare accidentalmente in aria. Un «tragico errore», oppure «una rappresaglia», o infine una mina accidentalmente finita nelle reti, causarono l’affondamento nelle acque territoriali montenegrine del peschereccio partito da Molfetta. La Procura di Trani ha chiuso la terza inchiesta su ciò che avvenne alla mezzanotte e trenta del 4 novembre 1994. Uno slalom tra depistaggi, muri di gomma, perizie sbagliate e incredibili coincidenze che ribalta la verità ufficiale su quanto accadde quella notte in mare, a 20 chilometri a sud-ovest di Budva. Ma la tragedia in cui morirono 5 pescatori molfettesi rimarrà senza colpevoli. Adesso possiamo dirlo: è la nostra Ustica.

Il procuratore Carlo Maria Capristo e il sostituto Giuseppe Maralfa (oggi in servizio a Bari) avevano di fatto chiuso le indagini lo scorso febbraio, dopo due anni di lavoro. Nei giorni scorsi la Procura tranese ha chiesto l’archiviazione su cui ora dovrà esprimersi il gip Francesco Zecchillo. In questi mesi non sono arrivate risposte esaurienti alle rogatorie dettagliate inoltrate a otto governi, a partire dagli Usa. L’imponente indagine è concentrata in centinaia di pagine di ricostruzione, dalle quali emerge una verità totalmente nuova. Da un lato c’è la parola «ignoti», che non potrà essere cancellata dal capo di imputazione. Tuttavia, scrive la Procura, «si profila con alto grado di probabilità la pista omicidiaria». E, con essa, il terribile sospetto che il «Francesco Padre» possa essersi trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Proprio come il Dc-9 dell’Itavia, con le stesse macabre analogie tra l’equipaggio del peschereccio Francesco Padre e i passeggeri del Bologna-Palermo precipitato nel 1980: vittime innocenti decedute in uno scenario oscuro tra guerre aperte, omissioni e, forse, depistaggi.

LE TRE IPOTESI Anzitutto, dunque, non ci fu alcuna esplosione a bordo del Francesco Padre. Proprio quello che i parenti delle vittime, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni, Nicky Persico, Nino Ghiro e Vito D’Astici, e i loro compagni di lavoro, dicevano da anni: il comandante Giovanni Pansini era un uomo di mare, non un contrabbandiere o peggio un trafficante. Le conclusioni dell’inchiesta su questo sono categoriche: si deve «escludere», scrive la Procura, che il Francesco Padre «affondò in conseguenza della detonazione di un ingente quantitativo di esplosivo trasportato a bordo per finalità (ovviamente) illecite». Ma cosa accadde, allora?

Le ipotesi sono tre.

Primo: una azione «comunque collegata alla operazione Nato-Weu “Sharp Guard” e alla guerra civile in atto nella ex Jugoslavia. Secondo: «Una condotta omicidiaria premeditata posta in essere, per rappresaglia o per intimidazione, in collegamento teleologico con le attività estorsive condotte dalla criminalità organizzata serbo-montenegrina, in danno dei pescatori italiani». Terzo: la «esplosione a bordo (zona poppiera sinistra) o fuori bordo (ma in prossimità della zona poppiera-murata di sinistra dello scafo) di un ordigno pescato accidentalmente dalle reti dell’imbarcazione nel corso delle operazioni di pesca a strascico».

NIENTE ESPLOSIVI – Per sostenere questa tesi la procura deve smentire la consulenza tecnica del professor Giulio Russo Krauss, che nel 1997, sulla base delle videoriprese subacque, ipotizzò appunto una esplosione a bordo del Francesco Padre. Il punto più danneggiato, dice la Procura, fu effettivamente la murata di sinistra, tuttavia «urta contro la logica l’affermazione che l’esplosione sia avvenuta all’interno dell’imbarcazione, e segnatamente nella cala del motorista».

La tesi secondo cui nella cuccetta a sinistra della poppa, utilizzata da Luigi De Giglio, fossero trasportati esplosivi o armi, «urta contro la logica» e semplicemente «non regge», «a meno che non si voglia ipotizzare, in assenza tuttavia del benché minimo elemento anche solo indiziario in tal senso, una condotta di suicidio-omicidio». E questo per due motivi. Primo, perché se l’equipaggio avesse voluto trasportare armi o esplosivi, «il “Francesco Padre”, come tutti i motopescherecci dello stesso tipo, disponeva di numerosi altri ambienti idonei». Secondo perché i collaboratori di giustizia sentiti nel corso delle indagini hanno escluso che la marineria italiana si fosse «mai resa protagonista di traffici di tal fatta».

Terzo, perché assodato che l’epicentro della esplosione è tra la poppa e la murata sinistra, se la detonazione fosse avvenuta all’interno, trattandosi di ambiente unico «avrebbe necessariamente interessato in modo catastrofico anche la zona poppiera di destra e la murata di quel lato dell’imbarcazione», circostanza esclusa dalle immagini subacquee del 1996.

LE ANALISI – Sui reperti del peschereccio sono state trovate tracce di nitroglicerina e dinitrotoluene, che nella prima inchiesta erano stati valutati come indizio di esplosivi cosiddetti «di circostanza», tipici di ordigni artigianali. Non militari, dunque. Ma, a parte che quella in corso nella ex Jugoslavia, era effettivamente una guerra civile, e dopo la riapertura delle indagini è arrivata una conferma dal Centro di supporto e sperimentazione della Marina Militare: quelle due sostanze «sono contestualmente presenti nelle cariche di lancio di alcune tipologie di munizionamento navale» impiegato dalla nostra marina.

DALL’ESTERNO – Valorizzando la perizia dell’ingegner Guglielmo Mele, nominato dall’assicurazione del «Francesco Padre», la Procura osserva che l’esplosione avvenne «dall’esterno dell’imbarcazione verso l’interno, e non viceversa». Esattamente il contrario di quanto era stato sostenuto fino a oggi. Ma anche la nuova verità si basa sulle stesse immagini girate allora: «Un serbatoio metallico originariamente addossato alla murata sinistra, ancorché apparentemente non deformato dall’esplosione – scrive ad esempio la Procura -, è scostato dalla detta murata di alcuni centimetri (e quindi si è spostato verso l’interno dello scafo)».

LO SCAMBIO E I SERVIZI – Ma allora perché è affondato il «Francesco Padre»? Una prima ipotesi valorizza una circostanza emersa dalle nuove acquisizioni documentali che la Procura ha effettuato presso l’Aisi (i servizi segreti interni): un dispaccio Nato riferisce che il 2 novembre, alle 9,30, il sommergibile spagnolo Tramontana avvistò «un peschereccio probabilmente dedito alla pesca con esplosivi». Non era il Francesco Padre (era molto più grande, circa 400 tonnellate di stazza contro le 58 dell’imbarcazione pugliese, e aveva «lo scafo e la sovrastruttura di colore bianco con due alberi rossi»), ma – scrive la Procura – «è noto e storicamente accertato l’utilizzo di motopescherecci nella lotta antisommergibile». Il Francesco Padre, insomma, «per un tragico errore» potrebbe essere stato «scambiato per uno di quei natanti utilizzati in funzione antisommergibile e, in particolare, per il motopesca individuato due giorni prima dal sommergibile spagnolo». Avrebbero potuto chiarirlo meglio le registrazioni delle navi presenti quella notte nel teatro di operazioni. Ma la Uss Yorktown «non disponeva più dei dati relativi alle registrazioni di comando e controllo», mentre le scatole nere del pattugliatore che avvistò per primo l’esplosione «vennero addirittura distrutte già 30 giorni dopo l’incidente».

Così come le generalità dei piloti «sono state segretate dalla Nato con conseguente impossibilità di acquisirne la testimonianza». La Procura ha tentato allora con una rogatoria internazionale. Ma gli Stati Uniti si sono limitati a rispondere che «non ci sono informazioni disponibili a causa del lasso di tempo trascorso». e che «non abbiamo informazioni nei nostri archivi che indichino persone, navi o aerei statunitensi coinvolti nell’affondamento». Il Montenegro, cui è stato chiesto se c’era stata qualche operazione militare, si è opposto alla rogatoria sostenendo che le risposte «minerebbero la potenza militare dello Stato montenegrino». Il Regno Unito, poi, non ha neppure risposto.

LA RAPPRESAGLIA – L’altra ipotesi è che il Francesco Padre sia stato affondato dai montenegrini perché il suo armatore non sarebbe stato ai patti: alle imbarcazioni italiane veniva richiesto il «pagamento di tangenti per la pesca in acque montenegrine a vantaggio di una organizzazione criminale serbo-montenegrina con collegamenti di parentela ai vertici del governo di quella Repubblica». A suggerirlo, almeno in parte, una serie di documenti del Sisde secondo cui, appunto, il peschereccio italiano potrebbe essere stato affondato da parte di un sommergibile» delle forze armate Serbo-montenegrine, salpato dal «rifugio protetto» di Spiljice, quello da cui l’esercito regolare coordinava il dispositivo di blocco navale delle imbarcazioni mercantili italiane. I servizi segreti hanno consegnato i documenti, «privi tuttavia del nominativo di copertura, occultato, della fonte fiduciaria di quella divisione»: la Procura non li ha potuti interrogare, e dunque quelle informazioni non sono utilizzabili. L’inchiesta giudica tuttavia «inverosimile» il movente indicato fin dall’inizio dai servizi segreti, cioè la circostanza secondo cui il Francesco Padre trasportasse «armi ed esplosivo di provenienza russa» e dunque sarebbe stato affondato «perché non avrebbe rispettato gli accordi finanziari, relativi al carico, stipulati con funzionari governativi montenegrini». Un traffico che, sempre secondo i servizi italiani, sarebbe stato gestito direttamente dall’allora primo ministro Milo Djukanovic, già coinvolto in Italia in processi per contrabbando.

LA MINA – Terza e ultima ipotesi, quella di una mina accidentalmente impigliata nelle reti. Ma che richiede un ulteriore passo avanti rispetto all’inchiesta precedente, secondo cui al momento della tragedia l’equipaggio del Francesco Padre dormiva, tranne Mario de Nicolo (l’unico di cui è stato recuperato il corpo) che era al timone. Secondo la Procura, invece, in quei minuti l’equipaggio era intento in operazioni di pesca a strascico, in un tratto «che i pescatori di Molfetta chiamavano e chiamano Tramontana». De Nicolo, invece, non era al timone, perché altrimenti avrebbe dovuto avere «le spalle rivolte alla fonte dell’esplosione»: invece le ustioni rilevate sul suo corpo erano sulla parte anteriore del tronco. E anche gli altri marinai non erano sottocoperta, «tanto da essere scaraventati al di fuori del “Francesco Padre” esploso». In più, osserva la Procura, «la zona di mare teatro del tragico affondamento era anche all’epoca, ed è a tutt’oggi, una vera e propria pattumiera di ordigni bellici, residuati della Seconda guerra mondiale, un vero e proprio deposito occulto di esplosivi, anche di notevole potenziale, a disposizione della criminalità organizzata del Nord-Barese, come dichiarato il 30 luglio 1993 dal collaboratore di giustizia tranese Salvatore Annacondia alla Commissione parlamentare antimafia». Ma come si spiegherebbe allora la mancanza di schegge sui pochi reperti recuperati? Con il fatto che l’esplosione potrebbe essere stata causata da «una mina con involucro plastico», come sostenuto dal consulente tecnico del Comune di Molfetta, Alfieri Fontana. O in realtà le schegge ci sarebbero: lo dice la nuova relazione dei Ris, secondo cui sul tirante dell’albero di poppa (incredibilmente smarrito) ci sono «fori sospetti», uno dei quali «compatibile» con l’ipotesi della scheggia. Schegge che potrebbero essere «state trattenute dalle parti metalliche e dalle altre parti del relitto sommerso».

La bonifica infinita


MOLFETTA | Bonifica bombe nel porto di amica9tv

Si sono concluse venerdì 31 ottobre nel porto di Molfetta le operazioni dell’11° intervento di bonifica di residuati bellici da parte degli artificieri dell’Esercito.

La messa in sicurezza del porto è iniziata nel maggio 2009 e rientra nelle attività previste dall’accordo di programma per la bonifica delle aree portuali, sottoscritto dal Ministero dell’Ambiente, Regione Puglia, ARPA Puglia ed ICRAM (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare).

L’obiettivo principale del programma è l’individuazione, il recupero e la disattivazione dei residuati bellici presenti sui fondali delle aree portuali e costiere dell’Adriatico Pugliese.

In quest’ultimo intervento sono state individuate 55 bombe d’aereo da 30 libbre, caricate al fosforo, di nazionalità inglese. Dall’inizio della nuova bonifica sono state individuati e recuperati circa 50.000 ordigni, quanti ne restano ancora da recuperare nella zona portuale e quanti a Torre Gavetone?

“Top Secret – Bari 2 Dicembre 1943”. La vera storia della Pearl Harbor del Mediterraneo – di Francesco Morra

 di Salvatore Schirone – http://www.barinedita.it

Avvincente come un thriller investigativo, senza derogare all’accuratezza della documentazione storiografica, tiene con il fiato sospeso il lettore fino all’ultima pagina il Top Secret Bari 2 Dicembre 1943 dello storico canosino Francesco Morra, licenziato alla stampa lo scorso 29 ottobre. L’uscita del libro era stata annunciata nella nostra intervista all’autore dopo la trasmissione del documentario storico d’inchiesta trasmesso da Rai3 lo scorso 29 agosto.

Per la prima volta venivano rivelati gli inediti antefatti e le disastrose conseguenze imposte dal segreto militare sul bombardamento del porto di Bari, ad opera dell’aviazione tedesca, nella tragica sera del 2 dicembre 1943. Ed ora ecco 140 pagine che raccontano nei minimi particolari (fonti militari finalmente desecretate alla mano), quello che accadde veramente nei giorni immediatamente successivi al disastro.

Si apre con il “mistero del documento smarrito” il saggio di Morra. Roma 2010, via Lepanto, archivio dell’ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito: nella busta relativa al “bombardamento di Bari”, pochissimi ed insignificanti documenti, tranne un foglietto su cui in corsivo a mano è scritto: “f.3117 Smre da conservare con particolare attenzione in cassaforte“. Certamente un documento importantissimo, ma dove cercarlo? Dobbiamo arrivare a pagina 68 per scoprire che il documento in questione altro non è che una lettera mandata al capo di Stato Maggiore del comando supremo, maresciallo Giovanni Messe, datato 13 dicembre 1943. La lettera informa della probabile presenza di “bombole contenenti iprite” esplose nel porto.

L’informazione non fu presa seriamente in considerazione, si minimizzò, pensando a qualche probabile “modesta fuga di gas”. Gli Alleati non informarono mai gli italiani dei reali pericoli della micidiale sostanza chimica, così come non informarono nemmeno i loro ospedali. Eppure, tra le navi colpite il 2 dicembre nel porto di Bari, c’era anche la “John Harvey”, imbarcazione statunitense carica di 2000 bombe all’iprite, che esplose violentemente liberando il suo contenuto mortale. Il raid aereo fece mille vittime, ma nei giorni seguenti se ne aggiunsero altre 250, decedute in preda a dolorose vesciche comparse proprio per il contatto con il gas.

Ma perchè allora tutto doveva rimanere top secret? La documentazione più rilevante Morra la ricava ovviamente dagli archivi americani e inglesi. Una decina di fascicoli e faldoni tra i quali spicca uno: “Bari Report”. Il fascicolo contiene i risultati dell’inchiesta compiuta dalla commissione segretissima istituita da Eisenhower il 2 gennaio 1944 e chiusa in soli due mesi. È grazie ad essa che Morra è riuscito a ricostruire dettagliatamente tutti i fatti.

Inquietante la rivelazione sui motivi del silenzio imposto sul porto di Bari. Il diritto internazionale proibiva l’uso della sostanza chimica, ma prevedeva anche la possibilità di vendicarsi con la micidiale arma in caso di utilizzo della stessa per primo da parte del nemico. In pratica, se i tedeschi avessero scoperto la presenza del gas mortale sulle navi americane, avrebbero potuto impiegarlo a loro volta nelle successive battaglie contro gli Alleati. Un’eventualità che americani e inglesi preferirono scongiurare, visto che stavano preparando lo sbarco in Normandia, l’evento che cambiò le sorti del conflitto a loro favore.

Nella carneficina barese peraltro era emerso un nuovo inaspettato utilizzo bellico dell’iprite: la combinazione del gas con il petrolio fuoriuscito dalle navi aveva creato sulla superficie del mare una pellicola tossica micidiale. Sarebbe stato un efficace strumento per proteggere la costa da eventuali sbarchi nemici. Se solo i tedeschi avessero conosciuto e attuato tale tecnica per difendere il loro confine, la storia avrebbe preso tutt’altra direzione.

Un racconto che procede fluido e spedito. Il lettore fa la stessa esperienza dell’autore quando, leggendo i messaggi radio scambiati dei ricognitori tedeschi e la propria base prima dell’attacco, dice: «Era quasi come vivere la storia in presa diretta».

Tantissime le informazioni raccolte, in una narrazione davvero completa che il documentario, per ragioni cinematografiche, non ha potuto esplicitare. Oltre alle motivazioni storiche del segreto bene riportate del filmato e chiarite nella nostra intervista, nel libro troviamo, ad esempio, la documentazione inedita del dramma dei marinari della nave Barletta che ebbe la sfortuna di trovarsi ormeggiata accanto alla John Harvey quando esplose con il suo carico di iprite alle 21.35. Dei 67 marinai dell’equipaggio ben 21 morirono tra atroci dolori per l’intossicazione del letale gas.
Interessanti anche le pagine che parlano delle bombe lanciate dalla Luffwaffe sul centro cittadino. Furono colpiti edifici in tutto il Murattiano: 189 furono le vittime, ben 113 in via Crisanzio. Molti baresi morirono annegati nei rifugi antiaerei sommersi dalle acque fuoriuscite dalle tubature saltate: le botole di alcuni rifugi restarono ostruite dal palazzi franati. Coraggiosi gli interventi dei vigili del fuoco, tra i quali si distinse Filippo Mola che mettendo a repentaglio la propria vita tirò fuori da un rifugio allagato tre concittadini.

Ma il saggio non si chiude sul passato. L’autore ricorda il faticoso lavoro di bonifica del porto durato fino al 1954 e la tenacia e l’impegno dei baresi nella ricostruzione. Un chiaro invito a guardare al futuro e alle potenzialità ancora inespresse dal nostro porto e del nostro mare.