Il caso-porto si sgonfia «A Molfetta nessun abuso»

La sensazione è che sulla vicenda giudiziaria per i presunti illeciti nella costruzione del nuovo porto commerciale di Molfetta cali il sipario già dopo la sentenza di primo grado. Le assoluzioni, nel merito e piene, dalle più pesanti accuse e le conclusioni a cui, il 18 novembre, era approdata la requisitoria del pubblico ministero Giovanni Vaira sembrano profilare questo scenario.

L’ex senatore-sindaco Antonio Azzollini e tutte le altre 28 persone fisiche imputate ne escono immuni; anche se qualcuno per prescrizione ma limitatamente a un paio di reati. Solo 3 delle 5 società, imputate come persone giuridiche, sono state condannate per illecito amministrativo alla pena pe- cuniaria di 52mila euro. Le conclusioni del procedimento penale, costoso in termini di tempo e di quattrini, sono, dunque, in- versamente proporzionali al clamore delle indagini e alle premesse della richiesta di rinvio a giudizio (firmata dai sostituti Michele Ruggiero e Antonio Savasta e controfirmata dall’allora procuratore aggiunto Francesco Giannella) che fu quasi integralmente accolta dal gup Francesco Messina l’11 novembre 2016.

A ottobre del 2013 l’indagine condotta dal Corpo Forestale dello Stato e dalla Guardia di Finanza era sfociata negli arresti domiciliari del responsabile unico del procedimento del Comune, Vincenzo Balducci, e del procuratore speciale della Cooperativa Muratori & Cementisti (Cmc) di Ravenna, nonché direttore tecnico d’appalto, Giorgio Calderoni: poi tornati in libertà.

Il cantiere fu sottoposto a sequestro preventivo dal giudice delle indagini preliminari Francesco Zecchillo. Poi la riconsegna al Comune per ultimare, a sue spese, i lavori di bonifica e di sicurezza avviati dal Servizio Difesa Antimezzi Insidiosi sotto il controllo della Procura e dell’amministratore giudiziale.

All’esito dell’udienza preliminare, il gup prosciolse, dalle accuse di falso per induzione e abuso d’ufficio, solo l’ex segretario generale comunale Michele Camero.

Due i versanti dell’inchiesta poi unificati: quello del pm Savasta sui profili ambientali e quello del pm Ruggiero sui profili amministrativi-finanziari. La Procura tranese sostenne che i lavori per la realizzazione del nuovo porto sarebbero stati faraonici e costati 147 milioni di euro: più del doppio rispetto ai 72 inizialmente previsti. Fiumi di soldi pubblici piovuti – si disse – con varie leggi di finanziamento dal 2001 in poi ma che, secondo quanto ipotizzarono gli inquirenti, sarebbero serviti, sotto mentite spoglie, anche a ripianare buchi di bilancio del Comune di Molfetta.

Tra novanta giorni il deposito delle motivazioni della sentenza pronunciata ieri dal Tribunale collegiale di Trani. Prima di ciò l’ex senatore Azzollini è atteso da un’altra sentenza: quella sul crac di Casa Divina Provvidenza, prevista per il 29 gennaio prossimo

Tutti i nomi degli imputati e gli incarichi ricoperti

Erano 34 gli imputati (29 persone fisiche e 5 giuridiche) a processo per il nuovo porto commerciale di Molfetta: il senatore Antonio Azzollini, ex sindaco di Molfetta ed ex presidente della Commissione Bilancio del Senato; Vincenzo Balducci, responsabile unico del procedimento; Giuseppe Domenico De Bari, dirigente del settore economico-finanziario del Comune di Molfetta; Pasquale Botta, autista della ditta «Dell’Erba Gaetano» subappaltatrice della Srl Fantozzi Group; Giorgio Calderoni, procuratore speciale della Cmc in qualità di direttore tecnico d’appalto; Alfio Capraro, capo cantiere della Fantozzi Group Srl; Maurizio Cavaliere, dipendente della Cmc; Pierre Catteau, procuratore speciale della Sidra; Silvestro Costa, dipendente della Cmc; Nicola Cuccovillo, collaboratore esterno della direzione lavori con funzioni di direttore operativo; Daniele Defendi, direttore dei lavori di dragaggio condotti dalla Sidra; Gaetano Dell’Erba, titolare dell’omonima ditta in qualità di fornitore e trasportatore del materiale inerte da cava; Giuseppe Dell’Erba, amministratore di fatto della ditta Dell’Erba Gaetano; Giuseppe De Pinto, geometra al settore Lavori pubblici del Comune di Molfetta; Michele Ettorre, capocantiere e responsabile di produzione della Sidra; Massimo Fantozzi, legale rappresentante della Fantozzi Group Srl; Dario Foschini e Francesco Giuffrida, presidenti del cda della Molfetta Newport; Franco Grimaldi, legale rappresentante dell’Idrotec Srl; Giuseppe Grondona, direttore tecnico e procuratore speciale della Spa Pietro Cidonio; Gerardo Lavolpe, dipendente della Fantozzi Group Srl; Roberto Leonardi, presidente del cda della Molfetta Newport; Gianluca Loliva, componente dell’ufficio della direzione dei lavori con incarico di direttore operativo; Carlo Alberto Marconi, direttore tecnico e procuratore speciale della Sidra; Osvaldo Mazzola, amministratore unico della spa Cidonio; Gianluca Menchini, presidente del cda della Molfetta Newport; Carlo Parmigiani, direttore tecnico della Cmc; Paolo Turbolente, legale rappresentante della Srl Acquatecno di Roma; Piergiorgio Zannini, titolare dell’omonima ditta per l’attività di bonifiche subacquee da ordigni esplosivi e residuati bellici con sede legale a La Spezia.

Ventinove, dunque, cui si aggiungevano cinque società interessate ai lavori portuali: Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna; Pietro Cidonio Spa, con sede a Roma; Società Consortile Molfetta Newport; Società Italiana Dragaggi Spa (Sidra); Fantozzi Group Srl, anch’esse con sede a Roma. Solo le ultime 3 sono state condannate al pagamento di 52mila euro, ciascuna, per illeciti amministrativi.

Per Loliva, Parmigiani, Calderoni, Marconi, Fantozzi, Cavalieri, Botta, Ettorre, Capraro, Gaetano e Giuseppe Dell’Erba il Tribunale ha dichiarato la prescrizione per i reati di truffa e frode nelle pubbliche forniture contestati a vario titolo. Alcuni di loro rispondevano anche di altre contestazioni da cui sono stati assolti nel merito.

fonte: ANTONELLO NORSCIA – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Processo sul nuovo porto di Molfetta; venerdì 20 dicembre la sentenza.

Nella mattinata di venerdì 20 dicembre è attesa la sentenza del lungo processo sul porto di Molfetta. La massima attenzione rimane sui due imputati più importanti, l’ex senatore e sindaco Antonio Azzollini e l’Ing. Vincenzo Balducci in qualità di Responsabile Unico del Progetto della costruzione del nuovo porto di Molfetta. La pubblica accusa, rappresentata dal Pubblico Ministero dott. Giovanni Lucio Vaira, ha chiesto a conclusione del dibattimento la condanna per Azzollini e Balducci a 1 anno e 6 mesi per falso ideologico in atto pubblico. Il R.U.P. ing. Balducci, così recitava il capo di accusa, “siccome dirigente del settore lavori pubblici dello stesso Comune e responsabile unico del procedimento, indebitamente indotto dall’Azzollini con abuso della sua qualità e dei suoi poteri operava il 6 e il 14.9.2006, in violazione dell’art. 47 del d.p.r. n. 554 del 1999, la validazione del progetto definitivo dell’opera pure di seguito indicata (validazione allegata alla delibera di G.M. n. 94 del 25.9.2006), in quella attestando falsamente una circostanza dotata di speciale capacità certificativa e pertanto fidefacente, e cioè di avere verificato, tra l’altro, l’”acquisizione di tutte le approvazioni ed autorizzazioni di legge, necessarie ad assicurare la successiva cantierabilità del progetto”; attestazione falsa in quanto, come l’Azzollini e il Balducci sapevano bene, sussisteva, oltre alla mancanza delle necessarie autorizzazioni, l’inaccessibilità della zona di mare interessata per la presenza nella stessa di un notevole numero di residuati bellici che ne facevano una vera e propria discarica subacquea di ordigni (e quindi la non realizzabilità del progetto e la non eseguibilità dei lavori prima della completa bonifica dei fondali”. La stessa accusa è rivolta per la validazione del progetto esecutivo.

Il dott. Vaira non ha dubbi: ” Questo è il problema, questo è il processo del porto di Molfetta, questo è il motivo per il quale abbiamo mandato in fumo milioni di euro di soldi pubblici. Io ho capito che Azzollini era impaziente, che è decisionista, che voleva accelerare, che faceva affidamento anche sul suo ruolo, giustamente, sul suo potere. Verrebbe, sottolineo il condizionale, da parlare di delirio di onnipotenza, ma non uso questa espressione perché mal si attaglia al Senatore Azzollini, che invece è una persona estremamente lucida, abile, esperta“.

E poi ancora: “Se il Comune avesse aspettato di finire la bonifica prima di validare il progetto definitivo, di fare la gara e di consegnare i lavori, a quest’ora non avremmo questi problemi. Io credo che a quest’ora il porto sarebbe realizzato, non avremmo buttato i soldi pubblici, soprattutto quelli utilizzati per pagare la transazione, e non saremmo qui a discutere questo processo“. Altri passaggi delle conclusioni del P.M. Vaira riguardano le confessioni di Balducci già durante il suo interrogatorio di garanzia.

L’Ingegner Balducci, peraltro, alle pagine 50 e seguenti del suo interrogatorio di garanzia, ha ben spiegato come, e in che contesto, e con quali pressioni è avvenuta la validazione del progetto esecutivo, una validazione potremmo dire frettolosa. Balducci dice: io correggevo a penna, abbiamo dovuto fare in fretta e furia e anche in modo superficiale, lo dice in più punti. Una validazione frettolosa e superficiale imposta da Azzollini che aveva una ragione per imporre queste tappe forzate, perché intendeva deliberare la validazione nell’ultima giunta utile, del 12 febbraio 2008prima che l’amministrazione comunale e sindaco si dimettessero. Quindi doveva arrivare il Commissario e quella era l’ultima giunta ed è stata imposta la validazione in tempo utile affinché la giunta poi l’approvasse“.

“Sia chiaro – continua il dott. Vaira –  io di tutto questo non mi scandalizzo, né faccio ad Azzollini una colpa per essere stato un uomo di potere, con un ruolo di potere. E nemmeno gli faccio una colpa per aver usato il suo potere anche nella vicenda del porto di Molfetta, quando questo potere era funzionale al raggiungimento di obiettivi di interesse pubblico, e segnatamente dell’obiettivo di portare a termine la costruzione del porto. Il potere però, a volte, è insofferente ai limiti. Per questo ritengo che spesso questo potere sia stato usato per forzature istituzionali, per forzare le regole, per agire in modo più spedito verso l’obiettivo agognato, anche a prezzo di commettere talvolta irregolarità amministrative o addirittura penali“.

Questi sono alcuni e brevissimi passaggi dell’ intervento della pubblica accusa, vedremo cosa ne pensa il Collegio giudicante presieduto dalla dott.ssa Marina Chiddo. E proprio ai giudici che il P.M. Vaira si rivolge chiedendo la massima attenzione su quello che stava affermando nella convinzione che il capo B) d’imputazione non solo sia tra i pochi rimasti in piedi, ma che sia anche il baricentro assoluto ed importantissimo di questo processo.

Se rileggiamo i verbali delle udienze, abbiamo parlato di bombe per ore ed ore, proprio perché le bombe, gli ordigni, sono davvero il clou del problema. Leggiamo dunque il capo B, nel quale si contesta la validazione del progetto definitivo, in violazione di due norme di legge. Il progetto definitivo è stato validato dall’Ingegner Balducci e dal suo collaboratore geometra De Pinto, la cui posizione però è prescritta. Ovviamente di questa accusa risponde anche il Senatore Azzollini, in sostanziale qualità di istigatore. Anticipando l’argomento, su cui si può andare spediti, non c’è nessun problema nell’addebitare questa condotta all’imputato Azzollini, nonostante la validazione che si assume falsa non rechi la sua firma. Azzollini nel suo esame non si è certo nascosto dietro un dito, ha rivendicato il suo ruolo di dominus dell’appalto, presente e incidente su tutte le fasi salienti della procedura. Peraltro, questo ruolo del Senatore appare ovunque in questo processo, fin dall’interrogatorio di garanzia dell’Ingegner Balducci. Quindi se questo reato c’è stato, è ovvio e certo che l’Azzollini ne risponda, e su questo credo sia d’accordo persino lui”.

Per sapere se la pubblica accusa è stata convincente, dobbiamo attendere la lettura della sentenza prevista per venerdì 20 dicembre alle ore 09.30.

video di TgNorba24  dell’8.10.2013

Dopo 76 anni da quel lontano 2 dicembre 1943, l’eredità scomoda delle bombe all’iprite.

di Matteo d’Ingeo –liberatorio.altervista.org

Il bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre 1943 non è mai stato oggetto di una particolare attenzione storiografica; solo nei primi anni settanta, Glenn B. Infield, un ex maggiore dell’ U.S Air Force, nel suo saggio “Disaster at Bari”, (tradotto in italiano da Vito ManzariAdda Editore 1977, e di recente ristampato con un saggio introduttivo di Giorgio Assennato e Vito Antonio Leuzzi) fornì una originale ricostruzione basata su fonti militari e su un gran numero di interviste di sopravvissuti e testimoni.
Quel giorno il porto di Bari era gremito da quasi una quarantina di navi e alcune di queste custodivano un segreto militare.
La nave americana John Harvey, appena arrivata dalle banchine del “Curtis Bay Depot” di Baltimora ed ancorata nei pressi del molo foraneo, aveva la stiva ancora piena di “bombe all’iprite”. I giorni successivi sarebbero state avviate a deposito nei pressi dei principali aeroporti pugliesi. Ciascuna bomba, lunga quasi 120 cm e del diametro di 20 cm conteneva circa 30 kg. di iprite, un gas tossico e vescicante, dal caratteristico odore di aglio. Con otto bombe si poteva contaminare completamente oltre un ettaro di terreno. Gli effetti dell’iprite, usata per la prima volta dai Tedeschi, durante la prima guerra mondiale, a Ypres (da cui il nome) nel Belgio, non sono immediati ma si fanno sentire dopo qualche tempo dalla contaminazione.
Solo pochi uomini a bordo della Harvey conoscevano il contenuto di quel carico, coperto dal più assoluto segreto, che sarebbe stato scaricato l’indomani.
Ma quelle bombe non furono mai scaricate perché alle 19.30 del 2 dicembre 1943 un centinaio circa di bombardieri della Lutwaffe tedesca attaccò il porto di Bari dove erano concentrate le navi alleate, tra cui la John Harvey. L’incursione, preparata minuziosamente ebbe effetti devastanti. Diciassette navi affondate, otto gravemente danneggiate, il porto distrutto, fortissime perdite tra il personale militare alleato e civili.

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Il bombardamento di Bari fu definito dal Generale Eisenhower la sconfitta più pesante dopo quella di Pearl Harbor; tuttavia per una discutibile censura imposta a suo tempo da Winston Churchill (che non voleva si sapesse che sulle navi di Sua Maestà vi erano gli aggressivi chimici da anni posti al bando dal consesso delle Nazioni), è stato a lungo ignorato sia dalla stampa dell’epoca, sia dagli storici. Solo recentemente le conseguenze di lungo periodo di quell’episodio si sono imposte all’attenzione della ricerca storica e medico-scientifica.
Secondo Glenn B. Infeld, il primo ministro Chuchill dispose che non fosse adoperata la parola iprite nei documenti che riguardavano il disastro di Bari. Le ustioni furono classificate per causa N.Y.D. – not yet identified – non ancora identificata.
Tutte le informazioni sulla vicenda, sulle navi e sul loro carico, dovevano rimanere un segreto di stato.
Le navi americane avevano nelle stive contenitori e bombe all’iprite messi fuori legge dalla convenzione di Ginevra del 1925.
Stime precise dei morti non ve ne sono, tra civili e militari certamente sfiorarono il migliaio. Oltre ai morti per le bombe ed i crolli, tra i quali circa 250 civili baresi, vi furono oltre 800 soldati ricoverati con ustioni o ferite.

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Dei 617 intossicati da iprite, 84 morirono in Bari. Si ritiene che molti altri siano morti in altri ospedali, sia italiani, sia del Nordafrica, sia dell’America, nei quali furono trasportati. Anche alcuni sanitari ebbero irritazioni agli occhi e lievi ustioni.
Quando il piroscafo John Harvey, con le stive cariche di bombe all’iprite venne centrato, parte del carico esplose e il micidiale contenuto si riversò nelle acque del porto, dove i naufraghi degli altri mercantili cercavano scampo.
Quando la nave si adagiò sul fondo del porto, una parte del terribile carico si disperse tra i rottami e sul fondale circostante. Almeno duemila bombe, furono stimate dai sommozzatori impiegati, subito dopo la fine della guerra, nella difficile operazione di bonifica. Duemila di questa sola nave.
Durante le operazioni di recupero degli ordigni si accertò che più navi Liberty statunitensi giunte nel porto di Bari avevano nelle stive armi a caricamento chimico e non solo d’iprite. Venne accertata la presenza di altri aggressivi chimici: acido clorosolforico, cloro picrina, cloruro di cianogeno. Una motivazione ufficiosa intenderebbe accreditare la tesi secondo cui gli americani avrebbero deciso il trasferimento di aggressivi chimici dagli Stati Uniti a Bari per essere pronti a rispondere ad un eventuale impiego di “gas” da parte dei tedeschi.
Le operazioni di bonifica del porto iniziarono nel 1947 e si protrassero per alcuni anni. Per dare un’idea della quantità immane dei vari ordigni recuperati, è sufficiente leggere i rapporti che settimanalmente venivano inviati ai diversi Ministeri interessati ed alla Prefettura. Da questi risulta che i soli ordigni chimici caricati ad iprite assommarono a ben 15.551 bombe d’aereo e 2.533 casse di munizioni (ovviamente il quantitativo di munizionamento ordinario recuperato fu di gran lunga superiore). Le operazioni consistevano nel recupero dei vari ordigni, dai fondali del porto, e nel loro caricamento su appositi zatteroni. Poi apposite ditte civili trasportavano al largo questi zatteroni e ne affondavano il carico su fondali del nord barese ed in particolare al largo di Torre Gavetone.
Oggi gli ordigni impigliati nelle reti dei nostri pescatori sono in realtà bombe all’iprite, o a caricamento chimico colate a picco con le navi statunitensi che le trasportavano per impiegarle sul fronte italiano.
Una realtà ben conosciuta dai pescatori e dagli addetti ai lavori, ma coperta da una certa “riservatezza”, salvo qualche sortita su pagine interne della stampa locale in presenza di incidenti. Episodi rari, subito dimenticati, soprattutto perché non è conveniente pubblicizzarli.
Si rischia di incappare in controlli, verifiche, procedure burocratiche, compromettendo la pesca e i suoi non marginali proventi.
Solo in presenza di un conflitto, di sgancio di bombe in mare, di una stampa disponibile, diventa utile denunciare gli inconvenienti per chiedere risarcimenti.
Le acque dell’Adriatico, segnatamente quelle a nord di Bari, nell’immediato dopoguerra, sono state teatro di scarichi enormi di ordigni bellici. I fondali sono costellati, per miglia e miglia quadrate, di estesi depositi che tutt’ora costituiscono un rischio. L’insidia maggiore, e i pescatori molfettesi e pugliesi ne sono perfettamente a conoscenza, è rappresentato dalle bombe all’iprite, al fosforo e da fusti metallici contenenti anch’essi iprite.

Il problema “del gas”, come viene chiamato dai pescatori di Molfetta,  ha inizio nel 1946.
Infatti, proprio in quell’anno, si deve ad un medico dell’Ospedale Civile di Molfetta, il dott. Adamo Mastrorilli, la registrazione dei primi casi di contaminazione quando la Puglia era ancora sotto l’occupazione anglo-americana. Nell’estate di quell’anno si verificò un incidente gravissimo con diverse vittime. L’intero equipaggio di un peschereccio, che aveva caricato a bordo una bomba chimica all’iprite, fu colpito dagli effetti letali del gas.

Nella relazione di Mastrorilli si legge: “Inizialmente non fu possibile capire quale fosse stata la causa di tale ustione collettiva, successivamente però dal comando alleato (con un rapporto del colonnello Alexander, ufficiale medico, inviato a Bari) all’uopo interessato, si seppe che si trattava di ustioni di “mustard gas” broncopolmonite massiva gettato in bombole con altri residuati bellici lungo le coste del basso Adriatico. Nei primi giorni di ricovero decedettero 5 soggetti più gravemente ustionati per sopravvenuta gravissima ribelle ad ogni terapia ”.
(A.Mastrorilli- Esiti a distanza di lesioni da vescicatori. –“Giornale della medicina militare”. 1958, n.4, pag.356)

Gli incidenti in questione, comunque, non sono esclusivi della marineria di Molfetta che pure conta la casistica più numerosa, ma di tali episodi si hanno notizie anche lungo la costa che va dal Barese al Golfo di Manfredonia.
Nel tempo, però è stata la marineria molfettese a pagare il tributo più alto in termini di casi d’intossicazione da iprite.

Infatti proprio l’area costiera tra Molfetta e Giovinazzo antistante l’ex impianto di “sconfezionamento ordigni Stacchini” (Torre Gavetone) diventò negli anni della bonifica del porto di Bari, una sorta di pattumiera di ordigni bellici a caricamento chimico. Quell’area oggi, georeferenziata,  è diventata ancora più ampia e comprende anche la zona antistante il porto e potrebbe raggiungere una superficie di oltre 100.000 mq.

Dunque, tra i pescatori che svolgevano la normale attività di pesca e quelli che parteciparono alle operazioni di bonifica cominciarono i casi di esposizione; e proprio alla marineria molfettese è rivolto uno studio condotto dai medici G. Assennato, D. Sivo, A. Ferrannini, P. Minafra (Università di Bari – Medicina del lavoro) con lo scopo di descrivere una particolare esposizione ad agenti tossici.

Lo studio è stato condotto su:
– 93 casi di esposizione relativi a marittimi ricoverati presso l’Ospedale Civile di Molfetta dal 1946 al 1954 come descritti da uno studio effettuato da Mastrorilli nel 1958; in tale studio erano compresi anche altri 9 casi di non marittimi;
– 135 casi di marittimi riconosciuti come intossicati dalle denunce di infortunio depositate presso gli archivi della ex Cassa Marittima Meridionale;
 11 osservazioni personali tra il 1994 ed il 1998.
Tutti i casi oggetto dello studio si riferiscono ad incidenti avvenuti durante la pesca.

L’esposizione  è avvenuta così come descritto nei verbali dei casi della Cassa Marittima, generalmente in tre modi:
a) al momento di issare le reti, i pescatori rinvenivano accidentalmente, assieme al pescato, ordigni al solfuro di etile biclorurato o parti di essi che, una volta in coperta, venivano maneggiati;
b) al momento di issare le reti, i pescatori si accorgevano della presenza di ordigni o parti di essi, che non venivano maneggiati poiché provvedevano a tagliare le reti stesse;
c) il contatto tra le reti e l’iprite avveniva sott’acqua; solo successivamente, dall’odore dell’iprite e/o dai sintomi da questa provocati, i pescatori si accorgevano di aver maneggiato reti contaminate.
Queste modalità sono state ricostruite in 117 infortuni di cui è stato possibile ricavare dai verbali la dinamica di infortunio.
Per due casi, invece, la modalità di contatto con il tossico è stata, rispettivamente, la cernita del pesce e l’indossare stivali contaminati.

Dal 1946 alla fine degli anni ’90 sono stati ricostruiti 239 casi di intossicazione da iprite.
I soggetti, tutti di sesso maschile e di professione pescatori, hanno una età media di 31 anni, compresa in un range tra 15 e 72 anni. Si tratta, in tutti i casi, di singole esposizioni, tranne che per un caso, espostosi due volte in tempi successivi.
Il picco massimo di incidenza calcolato per quinquenni si riferisce al periodo compreso tra il 1951 ed il 1955 con 67 casi. Sono questi gli anni che seguono allo smaltimento in mare dell’iprite, avvenuto negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Successivamente l’incidenza è andata calando, rimanendo grosso modo stabile negli ultimi quindici anni.
La descrizione della sintomatologia cutanea e oculare degli esposti di Molfetta non è diversa dai quadri classici di esposizione al tossico già descritte nel corso della Prima Guerra Mondiale.

In tutti i casi, a distanza di 6-8 ore dall’esposizione, i marittimi avvertivano bruciore agli occhi con intensa lacrimazione e riferivano di notare il formarsi di zone eritematose cutanee, che evolvevano in bolle dolorose a contenuto sieroso o siero-ematico.
Alla visita in ospedale o presso la Cassa Marittima, gli intossicati avevano l’aspetto di ustionati da agenti chimici con diagnosi di ustioni chimiche di primo, secondo e terzo grado e quadri diversi di lesioni oculari.
Due casi su sette, tra i pescatori sottoposti a studio per evidenziare i possibili effetti a lungo termine della esposizione ad iprite, mostravano quadri radiografici compatibili con la patologia cronica polmonare da esposizione ad iprite.
Lo studio si conclude con la constatazione di fatto che il rischio di esposizione ad iprite è ancora presente tra i pescatori e la gravità delle lesioni, inoltre, non sembra decrescere con il trascorrere del tempo.
A tale proposito si sottolinea che gli effetti sulla cute dei pescatori sono sovrapponibili agli effetti provocati sulla cute dei bonificatori del porto di Bari (1946-1954).