Porto di Molfetta. La verità sulla transazione di 7,8 milioni e l’archiviazione della Corte dei Conti (seconda parte)

fonte: liberatorio.altervista.org

A questo punto si chiede al lettore una particolare attenzione allo svolgimento dei fatti che hanno grossolanamente depistato tutto l’impianto accusatorio della Corte dei Conti che in data 3 giugno 2016 ha disposto l’archiviazione del fascicolo istruttorio.

Prima parte QUI

Seconda parte

Oggi siamo in grado di affermare che la Corte dei Conti è stata fuorviata dalle deduzione degli “invitati”, e che il decreto di archiviazione potrebbe essere rimesso in discussione perché la storia reale è diversa da quella raccontata dagli odierni imputati.

Intanto è necessario fare chiarezza e distinguere l’Accordo di programma per la bonifica del basso Adriatico, da una parte, e la bonifica delle aree interessate ai lavori per la costruzione del nuovo porto di Molfetta, prevista per legge (prima dell’avvio dei lavori ai sensi dell’art. 120 del Capitolato Speciale d’Appalto), dall’altra. Sono due procedimenti distinti, nati in epoche diverse e che Azzollini e Balducci volutamente hanno fatto coincidere per opportunità giudiziarie per salvarsi da pesanti accuse penalmente rilevanti. Ricostruiamo prima l’iter dei lavori del porto e della bonifica che il Comune era tenuto ad effettuare con propri fondi e poi parleremo dell’Accordo di programma facendo molta attenzione alle date dei vari procedimenti perché fondamentali.

Il 25 settembre 2006, con deliberazione n. 94, la Giunta comunale di Molfetta approvò il progetto definitivo per la costruzione del nuovo porto commerciale; con determinazione dirigenziale n. 78 del 17 ottobre 2006 fu approvato il bando e il disciplinare di gara per l’affidamento della progettazione esecutiva e per l’esecuzione delle relative opere; la gara si svolse l’11 dicembre 2006 e, al suo esito, con determinazione dirigenziale n. 11 del 5 marzo 2007, l’appalto fu aggiudicato all’A.T.I. composta dalla Cooperativa Muratori e Cementisti, dalla Società Italiana Dragaggi Spa, e dall’Impresa Pietro Cidonio Spa; il relativo contratto fu stipulato in data 2 aprile 2007, per un importo complessivo di € 57.761.720,56, ivi compresi gli oneri relativi alla sicurezza e alla progettazione esecutiva.

In data 19 aprile 2007, in ottemperanza all’art. 14 del CSA (Capitolato Speciale d’Appalto), fu sottoscritto, in contraddittorio con i rappresentanti dell’ATI, il verbale di avvio della progettazione esecutiva che, una volta completata, venne trasmessa al Responsabile Unico del Procedimento (RUP) con nota n. 58494 del 31 ottobre 2007; il progetto esecutivo, così riformulato, per un definitivo nuovo importo contrattuale determinato in € 61.439.591 (ed un onere complessivo di spesa quantificato in 72 milioni di euro) fu, quindi, validato dal RUP con verbale in data 12 febbraio 2008 e, successivamente, approvato dalla Giunta comunale con deliberazione n. 68 del 13 febbraio 2008; allo stesso documento venne allegato il prospetto grafico relativo al programma dei lavori riportato nella relazione generale di progetto, secondo cui l’inizio delle operazioni di dragaggio sarebbe avvenuto il 13 ottobre 2008 (quindi, appena 7 mesi dopo la consegna dei lavori) per concludersi il 10 aprile 2009, queste ultime date sono importantissime.

Ai sensi dell’art. 120 del Capitolato Speciale d’Appalto al completamento della bonifica dei fondali del porto dai numerosi ordigni residuali bellici avrebbe dovuto provvedere l’Amministrazione comunale prima dell’inizio dei lavori, ma questo non avvenne e vedremo perché.

Parallelamente al procedimento della costruzione del nuovo porto di Molfetta la Giunta Comunale aveva avviato un altro procedimento per la bonifica dei fondali interessati ai lavori del porto. Con delibera di G.C. n. 296 del 1.7.2004, guidata dal sindaco Tommaso Minervini, si approvava un progetto d’indagine finalizzato ad individuare eventuali ordigni bellici e materiali ferrosi in tutta l’area portuale interessata ai lavori per la costruzione del nuovo porto commerciale di Molfetta e al relativo dragaggio.

Successivamente con deliberazione della Giunta Comunale n.477 del 25.11.2004 si approvava il progetto esecutivo del servizio di monitoraggio e bonifica; il 28.12.2004 con Determinazione Dirigenziale n.172, del Settore LL.PP del Comune, veniva indetta l’asta pubblica per l’appalto e il 25.1.2005 viene affidato, all’ATI LUCATELLI Srl + IDMC da Trieste, l’appalto per la ricognizione e bonifica del fondale marino da ordigni bellici nell’ambito delle aree interessate alla costruzione del nuovo porto.

In data 02.01.2006 l’ATI Lucatelli s.r.l., fa richiesta di sospensione del servizio essendo impossibilitata a proseguire avendo individuato una nuova zona particolarmente intasata, detta “zona rossa”, di superficie mq.118.000 circa, in cui si è scoperto una concentrazione subacquea di ordigni esplosivi residuati bellici di vario genere, scaricati in mare nel dopoguerra, di notevole entità, dell’ordine delle centinaia di unità, e, essendo impossibilitata a proseguire se non dopo l’intervento della Marina Militare – SDAI. Due mesi dopo con nota, prot. n. 14498 del 15.03.2007, l’ATI Lucatelli, considerando che ad oltre un anno dall’indagine magnetometrica, lo SDAI non aveva proceduto, per carenza di fondi, alla rimozione e brillamento degli ordigni rinvenuti, propone di chiudere l’appalto per l’impossibilità a procedere, senza richiedere maggiori oneri, ma, contabilizzando il servizio svolto sino al momento del rinvenimento della “zona rossa”.

Con Det. Dirig. n. 293 del 29.10.2007 il comune chiude l’appalto con l’ATI Lucatelli e la liquida, ritenendo la stessa proposta della ditta, di essere liquidata, vantaggiosa per l’amministrazione in quanto la rimozione e brillamento degli ordigni presenti nel bacino portuale non poteva essere eseguita per mancanza di fondi da parte della Prefettura di Bari. In questo momento storico il responsabile del procedimento è sempre l’Ing. Balducci e, quindi, era consapevole che alla data del 29.10.2007 le aree portuali dei lavori per il nuovo porto erano piene di ordigni bellici, e quindi si poteva evitare di procedere all’approvazione del progetto definitivo avvenuto il 13.2.2008.

E’ evidente che l’amministrazione comunale dell’epoca, anche se cambiata nella figura del sindaco, da T. Minervini a A. Azzollini, era al corrente che nelle acque del porto ci fossero ancora migliaia di ordigni bellici e, nonostante questa consapevolezza, porta avanti spedita la procedura dei lavori per il nuovo porto fino al pagamento di € 7.800.000 in favore dell’ATI che costituisce danno ingiusto per il comune di Molfetta, in quanto trattasi di un maggior onere corrisposto a titolo di risarcimento.

Alla luce di quanto detto risulta incongruente la motivazione con cui la Corte dei Conti archivia il procedimento sulla transazione di 7,8 milioni di euro, adducendo le responsabilità al ritardo dell’inizio dei lavori di bonifica in carico all’ “Accordo di Programma per la definizione del Piano di Risanamento delle Aree Portuali del Basso Adriatico” dalla Legge finanziaria 448 del 2001”.

Tale accordo nasce dopo un lungo lavoro di ricerca dell’ICRAM (oggi ISPRA) con il programma di ricerca A.C.A.B., svolto tra dicembre 1997 ottobre 1999. Lo studio era volto a localizzare in Basso Adriatico le aree di fondale interessate alla presenza di residuati bellici a caricamento chimico, ad accertare il loro stato di conservazione e a valutare i rischi ambientali. Il 10 marzo 2006 fu firmato un decreto tra Ministero del Economia e Finanze e il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio con cui si individuava la Regione Puglia come unica Regione interessata alla realizzazione del Piano di risanamento ambientale.

Con Deliberazione della Giunta Regionale n. 2120 del 5 Dicembre 2007 si avvia il procedimento di attuazione del Contratto di Programma per il risanamento del basso adriatico. Le zone marittime e porti interessati erano compresi tra il faro di Vieste e Capo d’Otranto. Nella prima fase del programma rientravano le aree del Porto Vecchio di Manfredonia, Porto di Molfetta, Porto nuovo di Bari, area costiera di Torre Gavetone ed isolotto di Sant’Emiliano. Per l’intero progetto di bonifica erano stati stanziati dai due ministeri 5 milioni di euro. Durante la riunione del Comitato scientifico di coordinamento dell’Accordo di programma del 30 giugno del 2008 l’Ing. Antonicelli della Regione Puglia, responsabile dell’Accordo, informa i convenuti delle pressanti richieste più volte avanzate dal Comune di Molfetta per dare priorità alla bonifica del Porto di Molfetta vista la situazione di stallo che si era creata dopo l’abbandono della ditta LUCATELLI. Questo passaggio è importante per far comprendere che l’Accordo di programma del basso Adriatico non nasce per bonificare il porto di Molfetta e Torre Gavetone, ma nasce per bonificare molti porti e zone marine dell’intera Puglia.

Naturalmente l’allora Senatore Azzollini, nonché sindaco di Molfetta, attiva tutti i suoi canali politici e amministrativi per dirottare i finanziamenti ministeriali, di altra voce di bilancio dello stato, su Molfetta invece che utilizzare risorse economiche già erogate per la costruzione del porto di Molfetta e per la relativa bonifica. Un’operazione maldestra, non nuova per il sindaco Senatore Azzollini, dopo quella delle Palazzine Fontana, che assieme ad altri riesce a cambiare le carte in tavola facendo credere ai togati della Corte dei Conti che le responsabilità della mancata bonifica, e il pagamento della transazione di 7,8 milioni di euro, erano da addebitare ai ritardi delle attività dell’Accordo di programma per il risanamento del basso adriatico. Invece gli unici responsabili del disastro del nuovo porto di Molfetta erano e rimangono coloro che, a vario titolo, dal 1 Luglio 2004 al 13 febbraio 2008 hanno fatto finta di non sapere che nelle aree interessate ai lavori del nuovo porto commerciale fossero presenti migliaia di ordigni bellici. Il processo, in corso presso il Tribunale di Trani, sicuramente individuerà queste responsabilità.

di Matteo d’Ingeo

Porto di Molfetta. La verità sulla transazione di 7,8 milioni e l’archiviazione della Corte dei Conti (prima parte)

fonte: liberatorio.altervista.org

Nella primavera del 2016 fu lo stesso procuratore regionale della Corte dei Conti della Puglia, Francesco Paolo Romanelli, ad annunciarlo nella relazione presentata in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile pugliese.

Tra le istruttorie più rilevanti in corso di trattazione, da parte della procura pugliese presso la Corte dei Conti, c’era il “presunto danno erariale di 7 milioni e 800mila euro conseguente alla stipula di un atto di transazione tra il Comunedi Molfetta e le imprese appaltatrici dei lavori di costruzione del nuovo porto di Molfetta “ (Del. di Giunta Comunale n.25 del 1.2.2010).

Tutto nasce dall’acquisizione dell’Ordinanza applicativa, del GIP presso il Tribunale di Trani, di misure cautelari nei confronti, tra gli altri, di dipendenti, amministratori e revisori dei conti del Comune di Molfetta per una molteplicità di reati, connessi agli stessi lavori del nuovo porto di Molfetta. Per queste circostanze si era ritenuto di focalizzare l’istruttoria sul danno derivato al Comune di Molfetta in conseguenza dell’accordo transattivo con cui è stato riconosciuto all’A.T.I. C.M.C. – S.I.DRA – CIDONIO un risarcimento di 7,8 milioni di euro per i maggiori oneri connessi al protrarsi dei tempi di esecuzione dei lavori, essendo apparsa questa l’unica fattispecie concreta e specifica perseguibile a titolo di colpa grave, indipendentemente dall’esito del processo penale.

Dopo una lunga istruttoria fu notificato, in data 25 febbraio 2015, invito a dedurre a Antonio AZZOLLINI, Anna Maria BRATTOLI, Domenico CORRIERI, Pierangelo IURILLl, Giulio LAGRASTA, Mauro G. MAGARELL1, Pantaleo PETRUZZELLA, Vincenzo SPADAVECCHIA, Pietro UVA e Vincenzo BALDUCCI, quali presunti responsabili del suddetto danno.

Il suddetto esborso di € 7.800.000 in favore dell’ATI costituiva, secondo la Corte, danno ingiusto per il Comune di Molfetta, in quanto rappresentava un maggior onere corrisposto a titolo risarcitorio che si sarebbe potuto evitare, laddove il funzionario che ebbe a validare il progetto esecutivo proposto dall’ATI (il RUP Balducci Vincenzo) e i componenti della Giunta comunale che successivamente (con la deliberazione n. 68/2008) lo approvarono, avessero posto, nello svolgimento di siffatte incombenze, anche un minimo grado di perizia, di diligenza e di prudenza, come era certamente loro richiesto, non foss’altro in considerazione del rilevante impegno finanziario che l’opera pubblica in questione comportava.

Risultava chiaramente dagli atti che la riserva, che ha poi dato origine all’accordo transattivo e, quindi, al pagamento della suddetta somma di denaro in favore dell’ATI, è stata da questa motivata esclusivamente con riferimento alla circostanza che i lavori di dragaggio dei fondali del porto (con i connessi lavori di costruzione del molo di sopraflutto) non avevano potuto avere inizio per la prevista data del 13 ottobre 2008, in conformità a quanto stabilito nel “…cronoprogramma contrattuale..”, a causa “…della mancata rimozione dai fondali interessati dai lavori dei numerosi ordigni residuati bellici ancora presenti nelle zone A e B…”, evidenziandosi, all’uopo, che “…ai sensi dell’art. 120 del Capitolato Speciale d’Appalto…”, al completamento di tale bonifica avrebbe dovuto provvedere la stazione appaltante …prima dell’inizio dei lavori…”.

La previsione di una data certa per l’inizio dei lavori di dragaggio era, in tutta e lampante evidenza, assolutamente azzardata. Si rivela, pertanto, in maniera chiara ed inequivocabile, la macroscopica e grossolana superficialità che ha contraddistinto la condotta di servizio del RUP, prima, e dei componenti della Giunta comunale, poi, laddove hanno, rispettivamente, valutato (il primo) e concorso ad approntare, esprimendo voto a favore della deliberazione n. 68/2008 (i secondi), un progetto esecutivo contenente un cronoprogramma dei lavori che non aveva, all’evidenza, alcuna possibilità di essere attuato nei tempi previsti con riguardo all’esecuzione dei lavori di dragaggio.

Secondo i giudici il RUP Balducci Vincenzo e il Sindaco Azzollini Antonio, pur essendo consci delle conseguenze dannose che sarebbero potute derivare al Comune di Molfetta hanno recepito, all’epoca dei fatti, nel regolamento contrattuale del cronoprogramma l’inizio dei lavori di dragaggio per il 13 ottobre 2008. Inoltre con improvvida pervicacia, hanno proceduto ugualmente, ciascuno per la propria competenza, alla validazione ed approvazione del progetto esecutivo nel quale tale cronoprogramma era contenuto, omettendo, per di più di adottare qualsivoglia iniziativa a tutela degli interessi dell’Amministrazione.

Tant’è che la Corte dei Conti aveva ritenuto equo e conforme a giustizia che al RUP Balducci e al Sindaco Azzollini fossero imputati, in parti uguali tra loro, i 2/3 del danno (€ 5.200.000), mentre il residuo terzo (€ 2.600.000) fosse ascritto, ugualmente in quote paritarie, ai componenti della Giunta comunale che espressero voto a favore della deliberazione n. 68/2008.

Tale impianto accusatorio, abbastanza chiaro e rispondente ai fatti, fu fortemente ridimensionato dopo l’arrivo delle deduzioni dei vari imputati, in particolare quelle di Azzollini e Balducci.

A questo punto si chiede al lettore una particolare attenzione allo svolgimento dei fatti che hanno grossolanamente depistato tutto l’impianto accusatorio della Corte dei Conti che in data 3 giugno 2016 ha disposto l’archiviazione del fascicolo istruttorio.

Gli imputati hanno dedotto, e fatto credere alla Corte dei Conti, che il progetto esecutivo dei lavori di ampliamento del porto di Molfetta (ivi compreso il relativo cronoprogramma) è stato validato ed approvato successivamente alla stipulazione dell’Accordo di programma per la definizione del Piano di Risanamento delle Aree Portuali del Basso Adriatico, avvenuta il 19 novembre 2007, pertanto il ritardo della bonifica è da imputare ai responsabili dell’Accordo di Programma.

 A loro dire, tale Accordo di Programma, a cui partecipavano il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, la Regione Puglia, l’ARPA Puglia e l’ICRAM, individuava il porto di Molfetta come intervento di carattere prioritario e di immediata attivazione, in quanto già coperto da finanziamento. La Corte dichiara che, alla luce di tale circostanza (non nota al momento della redazione dell’invito a dedurre) appare, dunque, non più sostenibile che la data del 13 ottobre 2008, prevista nel cronoprogramma del progetto esecutivo per l’avvio dei lavori di dragaggio dei fondali del porto, fosse palesemente incongrua rispetto ai tempi necessari per l’effettuazione delle prodromiche operazioni di bonifica dagli ordigni bellici.

Pertanto non essendoci più le condizioni per sostenere in giudizio l’ipotesi di grave colpevolezza contestata in sede di invito a dedurre, e imputare agli invitati la mancata previsione dei ritardi che hanno caratterizzato l’esecuzione delle operazioni di bonifica, ascrivibili alle oggettive difficoltà di ordine burocratico che hanno contraddistinto l’attuazione dell’Accordo di programma, dispone l’archiviazione del fascicolo istruttorio. Questo è quanto ha deciso la Corte dei Conti in seguito alle deduzioni presentate da Balducci, Azzollini e dai componenti della Giunta Comunale che hanno votato la delibera n.68 del 2008.

Oggi siamo in grado di affermare che la Corte dei Conti è stata fuorviata dalle deduzione degli “invitati”, e che il decreto di archiviazione potrebbe essere rimesso in discussione perché la storia reale è diversa da quella raccontata dagli odierni imputati. (prima parte)

di Matteo d’Ingeo

Dal 1 agosto 2011 a Torre Gavetone c’è il divieto di balneazione

fonte: liberatorio.altervista.org

Alle ore 11.00 del 1 agosto del 2011 gli operai della Multiservizi piantarono il primo cartello che vietava la balneazione a Torre Gavetone, proprio nei pressi della strada di accesso; ne furono installati una decina lungo la spiaggia fino al confine di Giovinazzo. Il divieto indicava la presenza «nello specchio acqueo di ordigni residuati bellici inesplosi» e recepiva l’ordinanza n.3 del febbraio 2011 della capitaneria di porto che aveva fatto scattare lo stesso divieto nel Comune di Giovinazzo.  Il Gavetone, infatti, ricade nei territori di entrambi i comuni.

Il cartello rappresentava un’ammissione di colpa di Antonio Azzollini, perché meno di una settimana prima il Liberatorio Politico aveva denunciato pubblicamente di aver individuato sui fondali di Torre Gavetone, nei pressi della ex fabbrica, delle aree sigillate col cemento in cui sarebbero stati riposti alcuni residuati bellici.

Un mese prima avevamo inviato un esposto al Prefetto e alla Procura di Trani  denunciando le «scarse informazioni sull’andamento della bonifica» e sul trasporto dei residuati bellici al fosforo diretti nella cava di Corato, che aveva spinto il sindaco Luigi Perrone a emettere una specifica ordinanza di sicurezza.

L’ultima bomba avvistata da un bagnante lo scorso 21 luglio, riportata nel video e nella foto che segue, è stata trovata proprio al confine con Giovinazzo dove sono state cementate le altre bombe da noi segnalate nel 2011.

Il pericolo c’è, è concreto, ma i cittadini continuano a frequentare e fare il bagno a Torre Gavetone; le istituzioni e gli organi preposti fanno finta di non sapere?

 

L’Ordinanza per gli ordigni bellici, a Torre Gavetone, mai fatta rispettare

Nel pomeriggio del 19 luglio scorso due proiettili d’artiglieria della seconda guerra mondiale sono stati avvistati dai bagnanti, a poca distanza uno dall’altro, in una caletta a pochi passi da Torre Gavetone. Solita procedura, transennamento della zona con gli ordigni guardati a vista dalle forze dell’ordine in attesa dell’intervento dello SDAI della Marina Militare. Un anno fa fu avvistato, sulla stessa battigia, un altro ordigno molto simile. Ciò che hanno in comune i tre ritrovamenti è il dubbio sulla modalità con cui gli ordigni hanno raggiunto la riva. Sembra improbabile che il mare possa aver posato gli ordigni in maniera così perfetta e “in sicurezza”, invece è molto più verosimile che qualcuno li abbia portati a riva. A parte questo rebus, che rimane interessante, nessuno parla dell’Ordinanza n.3 del 03/02/2011, e successive, con cui si vieta la balneazione e immersione nel raggio di 350m intorno a Torre Gavetone (impropriamente detta). Il pericolo esiste ma nessun bagnante, a Torre Gavetone, rispetta il divieto di balneazione, tanto meno il Sindaco e la sua Polizia Municipale che nulla fanno per farlo rispettare.

Il Dirigente Tangari si oppose alle varianti sul progetto del nuovo porto volute dal sindaco Azzollini

Domani, lunedì 16 luglio, è prevista l’ultima udienza, prima della pausa estiva, del processo per la costruzione del nuovo porto commerciale di Molfetta. Il collegio giudicante ha già fissato la prossima udienza,  post estiva, per il 24 settembre  2018 e il processo continuerà ad oltranza con due udienze mensili ogni 15 giorni. Domani si concluderà l’esame del Sovrintendente dell’ex Comando Stazione del Corpo Forestate di Bari, Marcotrigiano Giuseppe da parte del Pubblico Ministero Dott. Lucio Vaira per poi passare al suo controesame da parte degli avvocati delle parti civili e difensori dei 35 imputati.

L’esame del Sovrintendente Marcotrigiano, durante l’udienza del 2 luglio scorso, è stato molto interessante. Il teste ha ripercorso tutto l’iter della presentazione del progetto esecutivo del nuovo porto e le relative criticità.

Una criticità riguardava la gara d’appalto e l’importo lievitato, rispetto a quello iniziale, di circa 3.677.871,10 euro . A monte di questo incremento  vi era una lettera con protocollo 20801 del 17/4/2007 con la quale il Sindaco Azzollini all’indomani della firma del contratto chiede al RUP di tenere in sede di redazione di questo progetto esecutivo,  la possibilità di approfondire il fondale marino e quindi di progettare fattivamente opere compatibili con queste eventualità per evitare – diceva la lettera- di dover demolire le strutture realizzate in ragione di un eventuale e futuro aumento delle necessità del porto che in quel momento provenivano da molti operatori del settore marittimo che chiedevano questa eventualità. Queste richieste furono recepite e inserite nel progetto edefinitivo facendo lievitare i costi fino 72 milioni di euro.

In ambito comunale l’unico che si oppose a questa decisione fu il Dirigente del Settore Demografia Appalti Contratti e Acquisti del Comune di Molfetta, Dott. Enzo Tangari. Il defunto Dirigente Tangari con nota N. 78 del 16 ottobre 2006, diceva: “Considerato che nel caso di specie il progetto definitivo posto a gara, oltre ad essere estremamente dettagliato non è suscettibile, data la peculiarità dell’opera, di varianti sostanziali ovvero particolarmente significative in sede di offerta da parte dei concorrenti”. Inoltre le varianti di quel tipo erano ammesse solo se non variava l’importo economico posto a gara, invece in questo caso l’aumento c’era stato. Tra le altre cose, e non di poco conto, le varianti previste che stravolgevano non poco il progetto iniziale dovevano essere sottoposte al vaglio del Ministero per una nuova valutazione d’impatto ambientale, ma questo non avvenne.

Poi si è parlato della variante che prevedeva la costruzione del “molo pennello sperone” via mare anzichè via terra, naturalmente con notevoli costi aggiuntivi. Una riflessione è spontanea, come mai non si è tenuto conto già in fase di progettazione iniziale delle difficoltà esistenti per la costruzione dello sperone via terra?

A questo punto il teste Marcotrigiano legge in aula una lettera sequestrata a Giorgio Calderoni, rappresentante dell’ATI e dipendente della CMC, inviata all’ingegner Gianluca Loliva direttore dei lavori per il porto insieme all’ingegner Grimaldi.

“ Caro Gianluca, ti scrivo queste due righe nello spirito come sempre di andare avanti con i lavori fino al loro totale compimento ed è per questo che mi permetto di suggerirti quanto segue. Ora noi abbiamo scritto in maniera forte perchè non se ne può più di questa situazione dove l’amministrazione di Molfetta, ovvero il Sindaco, sono animati nel voler fare e dettano delle linee e la D.L. invece va per conto suo, quindi noi veramente fra trenta giorni, se non si modificano alcune situazioni, ci fermiamo e penseremo solo a gestire il contenzioso. Ora le tue/vostre possibilità di non fermare i lavori, ti sto dando la via di fuga e cioè: 1) mi scrivete una lettera di convocazione al 28esimo giorno, magari per il 10 di gennaio, dove mi convocate per fare il punto della situazione, Roma, Molfetta, Milano, non importa dove; 2) a questo punto è chiaro che, siccome c’è appunto una valutazione in corso, sino alla data di convocazione il cantiere continuerà ad esistere; in quella occasione, o anche prima, che sarebbe meglio, mi fate una perizia di variante per il pennello sperone dove mi date due milioni e 500mila euro, nella stessa occasione il Comune approva lo schema di atto di sottomissione numero uno e procede con l’atto aggiuntivo in attesa del perizione tenuto conto che le opere non sono in contrasto, così ci prepariamo per i cassoni. In questo modo, e solo in questo modo, vi salvate dal fermo totale dei lavori ”.

Un’altra criticità rappresentata è stata quella della seconda perizia di variante con cui venivano stralciate dall’originale progetto: il centro servizi,  gli impianti tecnologici del centro servizi; la pavimentazione area del centro servizi, opere in pietra di Trani; il dragaggio relativo al canale d’accesso e a parte della zona interna del porto; sistemazione a verde e parte delle attrezzature parabordi etc. etc.. Quindi in sostanza la  zona del fondale del porto che non viene più dragata comprende anche la famosa “zona rossa” che non era stata bonificata e che non viene più dragata.

Poi, su sollecitazione del Pubblico Ministero, il Sovrintendente Marcotrigiano ha parlato dei riscontri avuti, nel corso dell’indagine, rispetto ai problemi sanitari che hanno interessato parecchi pescatori molfettesi. Infatti molti di loro in questi anni hanno fatto ricorso alle strutture sanitarie del territorio per ustioni e difficoltà respiratorie probabilmente a causa della presenza in mare di sostanze tossiche riconducibili agli ordigni bellici a caricamento chimico.

Inoltre ha voluto chiarire un particolare già riportato nella precedente udienza. Ha ricordato alla Corte che lo SDAI (Servizio Difesa Antimezzi Insidiosi) interviene nel Porto di Molfetta non perchè la sua attività fosse legata ai lavori dell’ampliamento portuale,  ma perchè la sua attività di bonifica era legata al cosiddetto “accordo di programma del basso adriatico” che vede protagonisti tutt’altri attori giuridici che sono il Ministero dell’Ambiente, la Regione Puglia e l’ARPA Puglia.

 

Di bomba in bomba…

Stamattina c’è un’altra udienza del processo sul nuovo porto di Molfetta e il Pubblico Ministero Dott. Lucio Vaira continuerà il lungo esame del  Sovrintendente del Comando Stazione del Corpo Forestate di Bari, Marcotrigiano Giuseppe. Nelle precenti udienze del 4 e 18 giugno il teste ha presentato il lavoro d’indagine svolto approfondendo le numerore annotazioni riguardanti la gestione dei finanziamenti pubblici per la realizzazione delle opere di prosecuzione e consolidamento della diga Foranea del Porto di Molfetta; la transazione di 8 milioni di euro;  il nuovo piano regolatore portuale e gli atti del progetto definitivo ed esecutivo, la mancata tutela del posidonieto San Vito a Barletta ipotesi di reato, la colmata e la discarica abusiva con le ipotesi di reato, le varianti progettuali con le ipotesi di reato, tutto il capitolo riguardante la bonifica degli ordigni bellici.

La stazione appaltante, ovvero, il Comune di Molfetta e l’ATI, l’Associazione Temporanea di Impresa, che poi ha avuto l’incarico di effettuare i lavori nel porto, erano consapevoli della presenza degli ordigni prima ancora di firmare il contratto di appalto e dare inizio ai lavori“.

Questa la dichiarazione più importante, resa nell’ultima udienza del 18 giugno scorso, del comandante Marcotrigiano del Corpo Forestale dei Carabinieri di Bari. Attraverso i riscontri documentali sono riusciti a ricostruire i vari passaggi di questa fase procedimentale.

Il primo riscontro a cui ha fatto riferimento è il verbale del Comitato Tecnico tenutosi a Ravenna negli uffici della C.M.C., il 14 maggio 2007, appena dopo la firma del contratto e un anno circa prima della consegna dei lavori, avvenuta il 26 marzo 2008. A questa riunione erano presenti Giorgio Calderoni, Carlo Alberto Marconi, Giuseppe Grondona e Luca Barbara e il punto quattro dell’ordine del giorno, era: “ricognizione per individuazione ordigni residuati bellici e affidamento”; nell’ambito della discussione il signor Giorgio Calderoni informa i presenti che la presenza di aree non bonificate da ordigni bellici potrebbe essere fonte di possibile contenzioso con l’amministrazione. Quindi già prima della consegna dei lavori l’ATI conosceva la problematica della presenza degli ordigni bellici.

Un altro riscontro è rappresentato dalla lettera dalla Ditta Lucatelli inviata al Comune di Molfetta nel marzo 2007, siglate dall’ingegnere Balducci e geometra De Pinto oltre alla sigla dell’allora Sindaco di Molfetta Antonio Azzollini, i quali chiaramente venivano messi a conoscenza della situazione in atto e del fatto che la ditta Lucatelli, già dal marzo 2007, avvertiva, quindi prima del contratto e prima della consegna del cantiere, della presenza degli ordigni nel porto di Molfetta e oltretutto specificava che in quel momento storico ( marzo 2007) non risultava che il Nucleo SDAI fosse ancora intervenuto per la rimozione degli ordigni precedentemente segnalati. Quindi il Nucleo SDAI della Marina Militare a marzo 2007 nel porto di Molfetta non aveva ancora operato. Sulla lettera risulta un’annotazione dell’allora sindaco Azzollini, rivolta al suo assessore: “Assessore parlare con l’impresa e dire che ci stiamo impegnando al massimo”. Non si è mai capito però in quale direzione fosse profuso il massimo impegno. Certo è che prima del 2008 lo SDAI nel porto di Molfetta non ci è andato e prima di quella data la bonifica non è mai iniziata.

In sostanza l’ATI, pur conoscendo la situazione dei fondali, nulla ha obiettato circa la presa in carico delle aree in cui giacevano gli ordigni che occupavano la zona che doveva essere interessata dai dragaggi e dalla costruzione dell’ultimo braccio del nuovo porto commerciale.

Mentre il Comune di Molfetta, nel contratto speciale d’appalto dichiara all’ATI “di aver già provveduto alle indagini dei fondali dello specchio acqueo relativo alla zona interessata dai lavori previsti e che, per il tramite della locale Capitaneria di Porto aveva altresì provveduto alla regolare bonifica da ordigni bellici di una parte di tali aree. La rimanente zona non ancora bonificata (definita “zona rossa”), e ubicata grossomodo in corrispondenza dell’ingresso del porto, sarebbe stata sottoposta, una volta reperite le necessarie risorse economiche e prima dell’inizio dei lavori, alle operazioni di rimozione degli ordigni bellici per il tramite del competente Nucleo SDAI della Marina Militare“.

Quindi tutti sapevano che c’erano le bombe nel porto, eppure l’ATI iscrive sul registro di contabilità il 13 novembre 2008 una riserva, laddove lamenta appunto dei danni subiti in ragione dei ritardi accumulatisi sul cronoprogramma dovuta alla presenza degli ordigni. Tutto questo poi sfocia in una lite negoziale che porterà Giorgio Calderoli della C.M.C., capofila dell’ATI, a diffidare e mettere in mora, nel dicembre 2009, il Comune di Molfetta fino ad arrivare alla delibera di Giunta Comunale numero 25 del 1° febbraio 2010 e al 4 febbraio 2010 quando viene siglato l’atto di transazione di 7milioni e 800mila euro con cui vengono ristorate le doglianze avanzate dalla CMC e tacitata per i danni subiti sino al 31/12/2011.

Quindi la transazione milionaria ristorava la richiesta dell’ATI sino al 31/12/2011 e cioè metteva a tacere ogni qualsivoglia ulteriore pretesa da parte dell’ATI. Ma tutti facevano finta di non sapere che la bonifica sarebbe durata molti anni ben oltre il 31.12.2011, tant’è la Marina Militare aveva programmato i lavori di bonifica fino alla fine del 2014. Per la cronaca, ad oggi la bonifica non è ancora conclusa.

La storia della transazione milionaria rappresenta lo snodo cruciale del processo e sicuramente avrà ulteriori risvolti.

Il processo sul porto continua nel silenzio assordante della politica e dell’informazione

Dopo il lungo controesame del Luogotenente Roberto Serafino, in servizio presso il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bari, durato sette udienze, e dei  marescialli della Guardia di Finanza di Molfetta Giuseppe Ciullo e Pio Crispino, si terrà oggi una nuova udienza del processo sul nuovo porto di Molfetta.  Il collegio giudicante guidato dalla Dott.ssa Marina Chiddo e il Pubblico Ministero Dott. Lucio Vaira cominceranno l’esame del Sovrintendente del Comando Stazione del Corpo Forestate di Bari, Marcotrigiano Giuseppe. Il suo esame, e controesame, si prolungherà  fino alla pausa estiva, per poi riprendere a settembre. Il Sov.te Marcotrigiano sicuramente fornirà ai giudici una visione molto ampia di tutti gli elementi che formano le decine e decine di fascicoli d’indagine  su cui si fondano le accuse nei confronti dei 35 imputati.

L’esame del teste sarà seguito attentamente dalle parti civili  del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre (Comitato Bonifica Molfetta) della Legambiente “Circolo di Molfetta”, rappresentate dall’Avv. Annamaria Caputo. Mentre per il Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, della Regione Puglia e del Comune di Molfetta,  si spera di vedere almeno la presenza fisica degli avvocati che li rappresentano.

Il Pubblico Ministero esaminerà il Sov.te Marcotrigiano, probabilmente, sulle annotazioni e verbali d’indagine relativi ai reati ambientali.
Molti degli imputati, AZZOLLINI Antonio, BALDUCCI Vincenzo, BERNARD Alain, CALDERONI Giorgio, CATTEAU Pierre, DEFENDI Daniele, FOSCHINI Dario, GIUFFRIDA Francesco, GRIMALDI Franco, GRONDONA Giuseppe, LEONARDI Roberto, LOLIVA Gianluca, MARCONI Carlo Alberto, MAZZOLA Osvaldo, MENCHINI Gian Luca, PARMIGIANI Carlo, TURBOLENTE Paolo, devono rispontere dell’accusa di:
1) aver iniziato opere che comportavano indebitamente la trasformazione urbanistica di immobili in violazione del Piano Regolatore Portuale;
2) eseguito nuove costruzioni in un’area protetta;
3) aver eseguito senza autorizzazione  lavori su beni paesaggistici e, comunque, su immobili ed aree che, per le loro caratteristiche paesaggistiche, erano state dichiarate di notevole interesse pubblico, e che, in ogni caso, costituivano territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, e corsi d’acqua inscritti negli appositi elenchi e zone umide;
4) distruggevano, e comunque alteravano, le bellezze naturali dei luoghi soggetti alla speciale protezione dell’Autorità;
5) distruggevano, e comunque deterioravano, cose immobili di interesse storico e artistico;
6) fuori dei casi consentiti dalla legge distruggevano, e comunque deterioravano (compromettendone lo stato di conservazione) un habitat (posidonieto) all’interno di un sito protetto;
perchè, in concorso fra loro (nelle rispettive qualità) e in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in un’area tutelata dal Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il Paesaggio (P.U.T.T.) della Regione Puglia approvato con deliberazione della Giunta Regionale 15.12.2000 n. 1748 e da quel Piano inserita nell’Ambito Territoriale Esteso di valore “rilevante“ “B” e “distinguibile” “C” (perché zona ambientale protetta e zona umida dalla Basilica della Madonna dei Martiri del Comune di Molfetta fino ai margini dell’ambito costruito del Comune di Bisceglie, lungo la linea di costa) nonchè assoggettata a:
1. vincolo storico paesaggistico ex lege 1497/1939 apposto a tutela dell’assetto paesaggistico del porto, delle banchine e delle aree limitrofe al sito Madonna dei Martiri;
2. vincolo ambientale-naturalistico perché parzialmente ricadente nel sito di importanza comunitaria (SIC) n. 9120009 denominato “Posidonieto San Vito – Barletta”;
3. vincolo idrologico derivante dalla lama “Marcianise”.

Questa è solo una minima parte dell’impianto accusatorio che riguarderà anche la discussa transazione di euro 7.800.000.00 tra il Comune di Molfetta e l’appaltatrice A.T.I. (Cooperativa Muratori & Cementisti (C.M.C.)  la Società Italiana (SIDRA) s.p.a.  e l’Impresa Pietro Cidonio s.p.a.;  la mancata bonifica delle aree portuali prima  della consegna delle stesse; le mancate analisi e caratterizzazione dei fondali interessati ai dragaggi; il contenuto della “colmata”; la distrazione di fondi ministeriali e tante altre accuse mosse dalla Procura di Trani.

Processo sul porto di Molfetta, si è concluso il lungo esame del Lgt. della Guardia di Finanza Roberto Serafino

Si è tenuta oggi una nuova udienza per il processo sul nuovo porto di Molfetta. Nelle ultime udienze si è proceduto all’esame del Luogotenente Roberto Serafino in servizio presso il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bari, Sezione Anticorruzione, autore di diverse e corpose informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari. Una lunga narrazione dalla genesi dell’inchiesta e dall’analisi delle forniture, il dubbio sulla qualità del materiale che giungeva in cantiere, la mancata tutela del posidonieto d’interesse comunitario, le ispezioni nelle cave, le fasi dei dragaggi e i ritardi delle relative autorizzazioni, i reati ambientali, il mancato rispetto delle prescrizioni ministeriali, la presenza di ordigni e l’occultamento di parte di essi, e tanto altro ancora. Nella prossima udienza, prevista per il prossimo 23 aprile, è previsto il contro-esame del  teste Roberto Serafino da parte degli avvocati delle parti civili del Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, della Regione PugliaComune di Molfetta, della LegambienteCircolo di Molfetta” e del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre (Comitato Bonifica Molfetta) e dei difensori degli imputati

Dopo la sentenza breve del 5 marzo scorso, escono di scena cinque imputati; Barbara Luca, Didone Maurizio, Mattiello Giuseppe per alcuni reati andati in prescrizione e l’estinzione del reato per morte di Matteucci Massimo e Scrimieri Pietro, ora il processo continua nei confronti di 36 imputati e non più 41.

Riteniamo degna di nota la prescrizione dei reati dell’ex Tenente Giuseppe Mattiello, oggi Capitano, che era stato rinviato a giudizio con Vincenzo Balducci (per Mattiello i reati sono prescritti, invece Balducci ha rinunciato alla prescrizionein relazione ai reati di cui agli artt. 317 (entrambi), 378 (solo il Mattiello) c.p., 196, commi 1 e 2, c.p.m.p. (solo il Mattiello), perché, entrambi pubblici ufficiali. 

Il Mattiello, quale ex Comandante della Tenenza G.d.F. di Molfetta e il secondo, quale dirigente del Settore dei Lavori Pubblici del Comune di Molfetta, abusando delle rispettive qualità e poteri, tenevano le seguenti condotte minatorie con le quali costringevano e, comunque, inducevano i marescialli della Guardia di Finanza Giuseppe Ciullo e Pio Crispino, entrambi in servizio presso la Tenenza G.d.F. di Molfetta ed impegnati in attività di polizia giudiziaria presso il cantiere del nuovo porto commerciale di Molfetta, a non proseguire oltre negli accertamenti relativi alla natura del materiale inerte che, in quel momento, stava per essere scaricato nel predetto cantiere da n. 6 automezzi pesanti a cura della ditta DELL’ERBA Gaetano di Trani:

– il Mattiello, sopraggiunto in borghese nel corso dei controlli ed urlando, proferiva le seguenti parole nei confronti dei suoi inferiori di grado “sono cazzi vostri, qua nessuno vi ha autorizzati! “, così anche offendendo l’onore, il prestigio e la dignità dei predetti sottoposti marescialli;
– il Balducci, sopraggiunto nel cantiere nel corso dei controlli, proferendo nei confronti degli ufficiali di polizia giudiziaria operanti le seguenti parole (al Ciullo) “andate via che qua c’è Roma dietro!” -così implicitamente minacciando ritorsioni da parte del Sindaco di Molfetta Antonio Azzollini, Senatore della Repubblica e comunque da parte del Governo Centrale – e (al Crispino) “ fate attenzione che questa è una cosa più grande di voi! ”.
Il Mattiello, inoltre, con la condotta minatoria di cui sopra impediva il sequestro probatorio di iniziativa degli automezzi pesanti (che si dileguavano con il loro contenuto da analizzare) e, in tal modo, aiutava i responsabili dei probabili reati di cui all’art. 356 c.p e di cui all’art. 256 D. Lvo n. 152 del 2006 ad eludere le investigazioni dell’autorità  (In Molfetta il 12.6.2008).

Giova qui riportare quanto riferito all’allora P.M. Michele Ruggiero dal Maresciallo Capo Giuseppe Ciullo e dal Maresciallo Capo Pio Crispino (in data 09.02.2010; fogli 185 e 190 del fascicolo n. 1592-2009) in relazione a quanto accadde quel 12.6.2008:

  • CIULLO Giuseppe: “Da almeno un mese prima di quell’intervento io ed il collega Crispino assistevamo al continuo passaggio davanti alla nostra caserma, vicina al cantiere di cui ho detto, di mezzi pesanti che, privi di teli di copertura, trasportavano rocce e terriccio che si disperdeva in nubi di polvere sollevandosi dai cassoni”;
  • CRISPINO Pio: “Ricordo che quell’indagine era stata da me intrapresa a seguito di attività info-investigativa che mi aveva riferito di frodi nella pubblica fornitura dei materiali impiegati nella realizzazione dei lavori suddetti (lavori il cui cantiere si trovava assai vicino alla nostra caserma). In particolare avevamo appreso che la ditta che doveva fornire il materiale lapideo da posare in banchina, c.d. tout venant, in realtà forniva a C.M.C. (aggiudicatrice dell’appalto) terriccio e pietre di scarto rivenienti da cumuli di scarti in discariche dimesse: detto materiale, di basso costo e qualità e comunque inidoneo all’esecuzione delle opere in corso ed appaltate, avevo visto viaggiare su mezzi pesanti privi di teloni di copertura; avevamo avuto modo di vedere direttamente (perché passavano più volte al giorno dinanzi alla caserma) nuvole di polvere rossa alzarsi dai cassoni in transito (decine di camion al giorno per almeno un mese, prima del nostro intervento del 12/6/2008), ma anche scaricare quella mistura di terra, sabbia e pietra, qualificabile come rifiuto speciale, direttamente in mare: una volta scaricato in mare, la pala meccanica immergeva il braccio meccanico nello specchio acqueo (frattanto diventato rossastro come il colore argilloso riversato) e letteralmente dilavava il materiale che veniva poi sparso in banchina e compattato: era un’attività che veniva fatta quotidianamente. Io stesso seguii uno dei mezzi pesanti nel tragitto dal cantiere alla cava e filmai con delle riprese h24  il carico di quel materiale – ripeto qualificabile come rifiuto – presso una cava dimessa in agro di Bisceglie: carico prelevato da una montagnola di rifiuti costituenti scarti di roccia. Era netta la differenza di quei materiali rispetto a quelli in precedenza forniti alla CMC dalla ditta Di Salvo che effettuava carichi di pietra bianca sempre dello stesso colore, su mezzi muniti di copertura e senza dispersione in atmosfera di pulviscolo.”
  • CIULLO Giuseppe: “Sul posto erano presenti n. 6 mezzi pesanti carichi di terra e roccia condotti da sei soggetti che provvedemmo ad identificare; rilevammo che vi erano eccedenze di diversi quintali sul peso massimo consentito sui convogli e per questo due militi condussero i trasportatori nella vicina caserma per la redazione delle contravvenzioni. Io ed il mar.llo Crispino unitamente al prof. Laricchiuta restammo sul cantiere e facemmo ingresso nel container adibito ad ufficio dove a riceverci vi era il direttore Barbara Luca che ci esibì i documenti di trasporto della merce caricata sui mezzi che noi bloccammo per accertamenti sulla natura e composizione del materiale caricato. Avrebbe dovuto trattarsi di fornitura di c.d. “tout venant” mentre appariva ictu oculi, a vista, che si trattava di mistura di terriccio, pietre: gli stessi rapporti di prova che risultavano rilasciati dal prof. Nuovo in relazione ad alcuni carichi evidenziavano la natura del carico in termini non già di tout venant ma – come io e Crispino avevamo direttamente visionato – rifiuti speciali (terra argillosa e rocce) che la pala meccanica vedevamo spargeva sul molo facendo sollevare nubi di polvere rossa. Poiché, quindi, appariva evidente che eravamo al cospetto di rifiuti speciali inidonei alle opere in via di esecuzione, trasportati (quindi gestiti) senza le prescritte autorizzazioni e f.i.r. ed infine abusivamente scaricati in mare e sparpagliati per terra, era evidente che eravamo al cospetto della consumazione del reato di gestione abusiva dei rifiuti e di discarica abusiva e che era nostra intenzione valutare se procedere ad un sequestro preventivo”;
  • CRISPINO Pio: “Ebbene, a seguito di dette mie preliminari indagini decidemmo di intervenire sul cantiere il 12/6/2008 unitamente al collega Ciullo ed ai graduati Salzano, Pretorino e Lucia. La verifica era da noi effettuata al fine di confermare ulteriormente i nostri sospetti su violazioni della normativa ambientale con riguardo ai materiali utilizzati per il riempimento del tratto terminale della “banchina giorno”. Giungemmo sul cantiere unitamente all’ausiliario di p.g. prof. Laricchiuta ed al tecnico di prevenzione dell’ASL dr.ssa Giovine. Sul posto erano presenti n. 6 mezzi pesanti carichi di terra e roccia condotti da sei soggetti che provvedemmo ad identificare; rilevammo che vi erano eccedenze di diversi quintali sul peso massimo consentito sui convogli e per questo due militi condussero i trasportatori nella vicina caserma per la redazione delle contravvenzioni. Io ed il mar.llo Ciullo unitamente al prof. Laricchiuta restammo sul cantiere e facemmo ingresso nel container adibito ad ufficio dove a riceverci vi era il direttore Barbara Luca che ci esibì i documenti di trasporto della merce caricata sui mezzi che noi bloccammo per accertamenti sulla natura e composizione del materiale caricato. Dalla documentazione mostrataci dal Barbara Luca il materiale lapideo che doveva essere oggetto di fornitura era del tipo c.d. “tout venant” mentre appariva ictu oculi, a vista, che si trattava di mistura di terriccio rosso e pietrame: gli stessi rapporti di prova che risultavano rilasciati dal prof. Nuovo in relazione ad alcuni carichi evidenziavano la natura del carico in termini non già di tout venant ma – come avevo direttamente visionato – rifiuti speciali (terra argillosa e rocce). Poiché, quindi, appariva evidente che eravamo al cospetto di rifiuti speciali inidonei alle opere in via di esecuzione, trasportati (quindi gestiti) senza le prescritte autorizzazioni e f.i.r. ed infine abusivamente scaricati in mare e sparpagliati poi per terra, era evidente che il reato che si andava delineando era quello di gestione abusiva di rifiuti e di discarica abusiva e che era nostra intenzione valutare se procedere ad un sequestro preventivo.”

Era stato ascoltato dal P.M. Michele Ruggiero anche il chimico prof. Onofrio LARICCHIUTA (cfr. foglio 193 del fascicolo n. 1592-2009) che ha dichiarato testualmente:
Sono chimico di professione dal 1986, iscritto all’Albo dei consulenti presso il Tribunale di Bari e ho in molte occasioni ricevuto ed espletato incarico di consulente per le Procure della Repubblica, specialmente in materia di rifiuti…….Omissis……. Fu il 12/6/2008, se mal non ricordo, che facemmo il sopralluogo sul cantiere e lì notai che vi erano dei camion carichi di terra e roccia: da una prima visione emergeva con evidenza che non si trattava di tout venant e che erano rocce e terreno; peraltro, notai che quel materiale appena veniva scaricato in mare produceva una colorazione rossastra molto evidente dello specchio acqueo che riceveva il materiale: reazione che assolutamente non si sarebbe verificata in caso di scarico di tout venant.

Processo Porto di Molfetta, escono di scena alcuni imputati per avvenuta prescrizione dei reati

Dopo quella del 22 gennaio si è tenuta ieri, presso il Tribunale di Trani, un’altra udienza fiume del processo sui presunti illeciti commessi per la costruzione del porto commerciale di Molfetta. Il collegio sindacale presieduto dalla dott.ssa Marina Chiddo e dai giudici a latere, dott.sse Laura Cantore e Sara Pedone che si è pronunciato sulla proposta del PM dott. Giovanni Lucio Vaira di stralciare le posizioni di alcuni imputati che escono dalla scena processuale per intervenuta prescrizione dei reati a loro contestati. Quindi, sentenza breve e immediata per loro. L’ex senatore e ex sindaco di Molfetta, Antonio Azzollini, e l’ex dirigente ai Lavori pubblici del Comune, Vincenzo Balducci, avendo rinunciato alla prescrizione, per alcuni reati contestati loro, continuano a rimanere nel processo. Nessuna eccezione da parte delle parti civili presenti, ovvero del Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, della Regione Puglia, della LegambienteCircolo di Molfetta” e del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre (Comitato Bonifica Molfetta), queste ultime due rappresentate dall’Avv. Annamaria Caputo.

Grande assente la parte civile del Comune di Molfetta.

Dopo questo alleggerimento processuale, l’aula ha continuato ad ascoltare il luogotenente Roberto Serafino in servizio presso il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bari, Sezione Anticorruzione, autore di diverse informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari.

Il luogotenente Serafino, sollecitato dal pm Vaira, ha continuato a ripercorrere le fasi più salienti dell’indagine sul nuovo porto di Molfetta. La sua lunga e dettagliata escussione parte dall’origine del Procedimento Penale 1592/09, rappresentata da una segnalazione della autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di Roma, una segnalazione inviata alla Procura Generale alla Corte d’Appello di Bari e alla Corte dei Conti, che trasmetteva poi la stessa segnalazione per competenza alla Procura di Trani.

L’autorità per la vigilanza sui contratti pubblici era stata sollecitata da una segnalazione della Società Italiana per Condotte d’Acqua di Roma, la quale evidenziava all’Autorità l’irregolarità del bando di gara e del disciplinare di gara indetto per l’ampliamento del porto commerciale di Molfetta.

Nello specifico si prevedevano delle clausole limitative della concorrenza ovvero sia il bando che il disciplinare prevedevano il possesso di determinate attrezzature quali delle particolari draghe e il possesso anche, la disponibilità di cave ove smaltire i prodotti che residuavano dall’attività di dragaggio dei fondali; soprattutto con riferimento alle draghe, ipotizzava la società Italiana per Condotte d’Acqua che, essendo delle draghe molto particolari, ve ne fossero pochissime al mondo e quindi sostanzialmente avrebbe vinto e si sarebbe aggiudicata la gara la società che riusciva ad ottenere la disponibilità di queste draghe.

La draga D’Artagnan non è mai arrivata a Molfetta e la Direzione Vigilanza Lavori avviò un’attività di monitoraggio dell’attività svolta in cantiere mediante delle richieste di documentazione rivolta alla stazione appaltante al Comune di Molfetta e, successivamente, furono eseguite delle ispezioni dirette in cantiere avvalendosi anche della collaborazione del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza di Roma. All’esito di queste ispezioni in cantiere si rilevarono diverse illegittimità. E poi il Luogotenente Serafino attraverso la lettura di numerosissime intercettazioni telefoniche ha ripercorso tutte le attività d’indagine sulla perizia di variante e della realizzazione del “pennello  sperone”, i dubbi sulla qualità dei materiali lapidei usati non corrispondenti al capitolato d’appalto, la mancata protezione e tutela del Posidonieto, sito d’interesse Comunitario, la dubbia provenienza dei massi dalle cave non autorizzate, i sub appalti avvenuti e non comunicati alle autorità di controllo e tanti altri illeciti.

La prossima udienza è prevista per il prossimo 19 Marzo per completare l’escussione del Luogotenente Serafino e l’eventuale controesame delle difese e delle parti civili.

Al processo per il nuovo porto di Molfetta, 6 parti civili contro i 41 imputati

fonte: http://edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it di  – Antonello Norscia

Sono sei le parti civili che possono sedere nel processo sui presunti illeciti nella costruzione del nuovo porto commerciale di Molletta. Al Comune ed alla Regione Puglia, già ammesse in sede di udienza preliminare dal gup del Tribunale di Trani Francesco Messina, si aggiungono ministero dell’Ambiente, ministero dell’Interno, Legambiente e Comitato per la Bonifica dell’area portuale. Non hanno avuto breccia, dunque, le eccezioni mosse dalle difese degli imputati che, per varie ragioni, si erano opposte alla loro ammissione.

Ieri pomeriggio, il Tribunale di Trani ha ammesso tutte le richieste di costituzione di parte civile, limitando però la futura eventualità di chiedere risarcimento nei confronti degli imputati-persone fisiche e non anche di enti-società imputati come persone giuridiche. Ammesse anche le richieste istruttorie avanzate dalle diverse parti processuali. Il protrarsi della camera di consiglio e l’impegno del collegio giudicante in altri processi ha fatto slittare le audizioni dei primi testi indicati dalla Procura.

Si tornerà quindi in aula il 22 gennaio per ascoltare il luogotenente del Nucleo di polizia tributaria di Bari della Guardia di Finanza di Bari Roberto Serafino, autore di diverse informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari. Sono 41 gli accusati tra cui il senatore ed ex sindaco Antonio Azzollini, ieri presente in Tribunale. Imputati a vario titolo figure apicali del Comune e di importanti società (Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna; Società Consortile Molfetta Newport; Società Italiana Dragaggi SpA; Fantozzi Group Srl; Spa Pietro Cidonio, tutte con sede a Roma) nonché alcune maestranze interessate ai faraonici lavori costati 147 milioni di euro: più del doppio rispetto ai 72 inizialmente previsti.

Fiumi di soldi pubblici piovuti con varie leggi di finanziamento dal 2001 in poi ma che, secondo quanto ipotizzò la Procura, sarebbero serviti, sotto mentite spoglie, anche a ripianare buchi di bilancio del Comune. A seconda delle presunte rispettive responsabilità sono stati contestati i reati di associazione per delinquere (accusa mossa anche ad Azzollini) finalizzata a delitti contro il patrimonio, la fede pubblica e la pubblica amministrazione; abuso d’ufficio (tentato e consumato), falso, truffa, omissioni d’atti d’ufficio, frode in pubbliche forniture, minaccia a pubblico ufficiale, favoreggiamento, concussione, danneggiamento, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi, violazioni della normativa ambientale, del testo unico sull’edilizia, del Codice del paesaggio e della disciplina speciale per la bonifica da ordigni bellici. La costruzione del nuovo porto sarebbe stata costellata da una serie di illeciti. Non ultimi quelli di natura ambientale, considerato che sui fondali giacevano diverse bombe.