Mancano pochi giorni alla prima del film-documentario: “ARMES CHIMIQUES SOUS LA MER”

« ARMES CHIMIQUES SOUS LA MER » un film di Bob Coen, Eric NadlerNicolas Koutsikas (90minuti), co-prodotto da ARTE France, GEORAMA TV Film Productions, Japan Broadcasting Corporation, Heilongjiang TV Stazione MacGuff  (2013-90 minute)- Francia /Giappone/Cina, verrà presentato in anteprima Giovedi, 6 febbraio, al Cinema Filmmakers di Parigi per il “Festival Internazionale del Film Ambientale 4-11 febbraio 2014″. La proiezione sarà seguita da un dibattito con il regista Nicolas Koutsikas, guidati da Jean-Philippe Braly, giornalista scientifico. Un milione di tonnellate di armi chimiche utilizzate in entrambe le guerre mondiali sono state sistematicamente affondate in mare in tutto il mondo fino al 1972.

Nei video, che seguono, alcune sequenze delle riprese fatte dal co-regista BOB COEN a Molfetta nel maggio 2013.




Comitato cittadino per la bonifica marina: d’ora in poi la verità

di Isabella de Pinto – redazione@laltramolfetta.it    

L’incontro svoltosi qualche giorno fa nella sala stampa del Comune di Molfetta, con la discussione sulla bozza di atto costitutivo e la sottoscrizione dei cittadini, ha sancito la costituzione del “Comitato Cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre“; incontro al quale seguirà una nuova assemblea dei soggetti fondatori per la discussione del regolamento e, successivamente la registrazione dello Statuto presso uno studio notarile.

Tale incontro, in altre parole, è servito a fare sintesi intorno ad alcuni obiettivi chiari che i sottoscrittori condividono e intendono perseguire:

  • conoscere le tipologie di ordigni bellici presenti sui fondali del nostro mare;
  • valutare la pericolosità di ogni tipologia di ordigno;
  • ottenere la completa bonifica del tratto di mare compreso tra il porto e Torre Gavetone;
  • attuare il monitoraggio ambientale costante nelle zone di mare interessate dalla presenza di ordigni;
  • acquisire le informazioni sui casi già sottoposti ad accertamento per sintomi e/o patologie da possibile contaminazione chimica e biologica tra i lavoratori del mare e dei cittadini esposti;
  • garantire procedure di sorveglianza sanitaria sui lavoratori del mare esposti a possibili contaminazioni;
  • verificare costantemente la balneabilità e la commestibilità del pescato;
  • ottenere dagli Organi competenti informazioni trasparenti e aggiornate sullo stato dei luoghi sottoposti a bonifica e sui provvedimenti a tutela dei cittadini, mediante pubblici report periodici;
  • promuovere incontri, seminari di studio, iniziative pubbliche,ecc; a tal fine esso potrà effettuare ogni operazione necessaria, anche di tipo legale e giudiziario.

L’obiettivo precipuo è, dunque, ottenere le risposte alle tante domande poste alle autorità competenti e rimaste senza risposta, a partire dai risultati degli esami tossicologici effettuati al Policlinico su alcuni pescatori, tra i quali un combattivo Vitantonio Tedesco, presidente della Cooperativa piccola pesca. Risultati mai forniti ai diretti interessati.
I partecipanti sembrano meno interessati (almeno in questa fase) al destino del nuovo porto e alle vicende giudiziarie ad esso legate, se ne parlerà in un altro momento, in un altro comitato; ora prioritaria è la questione salute oltre alla volontà di conoscere lo stato dei luoghi.
Non a caso il comitato si professa apartitico: fuori tutti i simboli, i partiti, le associazioni, i comitati. Al Comitato Cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre si aderisce in maniera individuale, da privati cittadini, non come rappresentanti di comitati, associazioni e partiti.
Ciascuno porta le proprie competenze, la propria esperienza ma non sigle o bandiere.
Proprio su tali questioni il dibattito, in alcuni momenti, si è fatto molto acceso ma la stragrande maggioranza dei presenti ha fatto muro contro qualsiasi tentativo, sia animato dalle migliori intenzioni, di modificare tale decisione.
I sottoscrittori hanno dimostrato di voler crescere come cittadini, di voler prendere coscienza delle problematiche e di voler dare il proprio contributo per la risoluzione di tali problematiche.
Toccante l’esperienza raccontata dallo stesso Vitantonio Tedesco, che dovrebbe far riflettere, come dovrebbe far riflettere la mancata risposta alle numerose richieste di chiarimenti e i contrastanti risultati di analisi effettuate dall’ARPA e dell’Università Federico II di Napoli.
Comprensibile, dunque, la sfiducia nei confronti di tanti, dei partiti, delle associazioni, delle istituzioni che avrebbero dovuto vigilare e non l’hanno fatto e più che giustificato il timore che l’ingresso dei partiti, comitati, associazioni, sia pure da anni impegnate nel settore, possa comportare il rischio di una diversità di obiettivi che possa inficiare l’azione del comitato.
L’angosciante sensazione che rimane può essere sintetizzata nelle parole di un medico che ha partecipato all’incontro: “hanno rubato il mare ai pescatori”.
Speriamo si riveli solo un errato pronostico.

Parte il Comitato “Operazione Verità”

Dopo le conferenze pubbliche del 20 ottobre 2013 e del 3 Gennaio u.s. dal titolo “Il Porto Avvelenato“, molti cittadini hanno manifestato l’interesse nel proseguire un percorso partecipato finalizzato a sollecitare risposte, raccogliere dati aggiornati, fare maggior chiarezza su anni di silenzi ed omissioni sull’affare porto e sulla bonifica del nostro mare.
Proprio per questo sentiamo la necessità di ripartire da concetti chiari e posizioni definite che non possono prescindere dalla completa bonifica del mare nelle zone interessate dalla presenza di ordigni bellici, anche a caricamento speciale, dal porto a Torre Gavetone, per assicurare la balneabilità, la sicurezza, la commestibilità del pescato e, soprattutto, la salute di coloro che del mare vivono o in esso si bagnano.

Gli obiettivi di partenza del nascente Comitato sono:
– conoscere le tipologie di ordigni presenti sui fondali del nostro mare;
– valutare nell’immediato la pericolosità di ogni tipologia di ordigno;
– ottenere la completa bonifica del tratto di mare compreso tra il porto e Torre Gavetone;
– attuare un monitoraggio ambientale costante nelle zone di mare interessate dalla presenza di ordigni a caricamento chimico;
– ottenere le informazioni sui casi già rilevati di contaminazione chimica e biologica dei lavoratori del mare e dei cittadini esposti;
– richiedere la sorveglianza sanitaria sui lavoratori del mare esposti a possibili contaminazioni;
– verificare costantemente la balneabilità e la commestibilità del pescato;
– ottenere informazioni trasparenti e aggiornate da parte di tutte le istituzioni coinvolte nelle attività di bonifica, in particolare dall’amministrazione comunale di Molfetta;
– conoscere l’esito delle indagini finalizzate al monitoraggio ambientale con il prelievo e il trattamento dei sedimenti, previsto nel “Piano di caratterizzazione e bonifica da ordigni bellici nel basso Adriatico”, svolte dall’ISPRA e dall’ARPA Puglia;
– monitorare, per verificare, l’eventuale presenza di rifiuti pericolosi, e/o residui di ordigni a caricamento speciale, nella cassa di colmata del porto e aree circostanti il prolungamento della diga;
– informare costantemente la collettività molfettese e nazionale sullo stato dei luoghi e sulle iniziative di prevenzione e bonifica;
– preparare interrogazioni parlamentari e regionali per la richiesta del riconoscimento del disastro ambientale sul territorio molfettese.

Siamo consapevoli del lungo percorso che ci attende, ma la posta in gioco è non solo il presente, ma soprattutto, il futuro di questa comunità. Solo l’unione d’intenti potrà permettere di fare luce sui molteplici aspetti che riguardano la salute del nostro mare e, di conseguenza, la nostra. Vi aspettiamo, dunque, domenica 12 Gennaio alle ore 10 presso la Sala Stampa di Palazzo Giovene in Piazza Municipio per la costituzione del Comitato che negli intenti comuni rappresenterà lo “strumento” per raggiungere gli obiettivi già enunciati.

Firmato dai promotori del Comitato “Operazione verità” per la tutela del diritto alla salute e del diritto all’ambiente salubre. Bonifica dal porto a Torre Gavetone.

Altomare Michele
Aurora Dino
Balducci Alfonso
Brattoli Domenico
Cappelluti Maria
Capurso Mario
D’Ingeo Matteo
De Candia Antonia
De Candia Chiara
De Candia Giulio
De Candia Lucrezia
De Gennaro Giuseppe
Di Stefano Marco
Fiorentino Giuseppe
Fusillo Laura
Masiello Danilo
Pappagallo Mario,
Pisani Antonio
Poli Nicola Fortunato
Scala Maria Laura
Tedesco Luigi
Tedesco Vincenzo
Tedesco Vitantonio 

Allarme in Adriatico, i pesci malati d’iprite con il genoma modificato

Il 25 agosto scorso avevamo inviato alla stampa un nostro comunicato stampa che potete leggere integralmente sul sito del Liberatorio.
Qualche giorno dopo la Gazzetta del Mezzogiorno pubblicava parzialmente il nostro comunicato e solo domenica 21 settembre, invece, dedica mezza pagina al pericolo iprite che incombe da oltre 60  anni sul nostro mare, con l’articolo che segue a firma di Lucrezia D’Ambrosio.

Allarme in Adriatico: pesce malato iprite e inquinamento nel mirino

di Lucrezia D’Ambrosio

Il pesce pescato in Adriatico non è uguale a quello pescato nel Tirreno. Le differenze sono sostanziali anche mettendo a confronto pesci della stessa specie. Quelli pescati in Adriatico presentano lesioni istopatologiche e alterazioni biochimiche. Per farla breve hanno milza e fegato ingrossato, presentano lesioni e «tracce significative di arsenico e derivati dell’iprite», per usare i termini contenuti in un dossier dell’Istituto centrale per la ricerca applicata al mare (Icram, oggi Ispra) organismo che lavora per conto del Ministero dell’Ambiente.

Proprio l’Ispra, a breve, con la collaborazione dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e del Nurc, Centro di ricerca della Nato in ambito teologico e scientifico applicato alle problematiche del mare, condurrà studi in Adriatico per stabilire l’eventuale presenza dei metalli sui fondali.

Per essere ancora più espliciti, i pesci sono sofferenti, stanno male. Perché? L’Adriatico è una pattumiera chimica e i pesci sono costretti a vivere e a riprodursi in un ambiente contaminato, inquinato da aggressivi chimici che continuano a fuoriuscire dai residuati bellici adagiati sui fondali, vescicanti (iprite e lewisite); asfissianti (fosgene e difosgene); irritanti (adamsite); tossici della funzione cellulare (ossido di carbonio e acido cianidrico).

Certo, non è corretto parlare di pesce geneticamente modificato. Quello che, da anni, finisce sulle nostre tavole, è pesce con evidenti «problemi al genoma». Se questo pesce, malato, faccia poi male a quanti lo consumano non è stato finora accertato.

Ad oggi, il documento Icram risale a qualche anno fa, le ricerche si sono concluse nel 2006, nessuno ha predisposto analisi, a campione, sui consumatori di pesce, né uno studio sistematico pari a quello condotto sui pesci. «Studio gli effetti degli aggressivi chimici sui pesci e sull’ecosistema marino, se mi si chiede se consumare pesce con problemi al genoma possa far male non so rispondere. I risultati ottenuti sui pesci dalla nostra indagine sono allarmanti – precisa Ezio Amato, dirigente tecnologo, coordinatore servizio emergenze ambientali in mare, il ricercatore autore del dossier Icram -. Ci siamo concentrati in particolare sul grongo, pesce stanziale. I campioni prelevati sono stati sottoposti a quattro diverse metodologie d’analisi, che indicano la sussistenza di danni e rischi per gli ecosistemi marini determinati da inquinanti persistenti rilasciati dai residuati corrosi».

Tra le alterazioni epatiche più frequenti è stata rilevata la statosi, patologia cellulare legata all’accumulo di trigliceridi, e l’alterazione focale della colorazione. A carattere più sporadico sono state riscontrate alterazioni a carico delle branchie, erosioni e emorragie. «È stata anche riscontrata la presenza di parassiti in branchie, cavità addominale e tessuto cutaneo», prosegue Amato.

Il dossier Icram si riferisce a pesce pescato in Adriatico, in prossimità delle zone di affondamento delle bombe dell’ultimo conflitto mondiale. Una delle zone di rilascio più estese si trova a 35 miglia al largo di Molfetta. Lì sono stati individuati circa ventimila ordigni, caricati con aggressivi chimici a base di iprite e composti di arsenico.

Sono state individuate «ventiquattro diverse sostanze costituenti il caricamento speciale; di queste, diciotto sono persistenti e in grado di esercitare effetti nocivi sull’ambiente».

«È noto – spiega Amato – che alla fine del secondo conflitto mondiale le armi chimiche furono abbandonate in mare aperto. La Marina militare ordinò di lasciarle oltre i 1.000 metri. Ma non fu così. Per le operazioni furono impiegate anche piccole imbarcazioni e pescherecci. Più carichi lasciavano in mare, più guadagnavano. È facile intuire cosa possa essere accaduto».

Nonostante il dossier Icram evidenzi chiaramente le patologie a cui sono soggetti i pesci che vivono e si riproducono in prossimità delle zone di rilascio delle bombe, quelle aree non sono mai state indicate sulle carte nautiche come zone interdette alle operazioni di pesca.

«Se ai nostri pescherecci fosse vietata la pesca in quelle zone – puntualizza Amato – il problema si presenterebbe di gran lunga ridimensionato. Pesce pescato ad alcune decine di chilometri di distanza da quelle aree non presenta problemi al genoma».

I residuati bellici nelle acque di Molfetta: parla il Comandante Acquatico

di Lorenzo Pisani – Molfettalive

L’intervista al Capitano di Fregata della Marina Militare, coordinatore delle operazioni di sminamento del porto.

Una bomba d’aereo da 500 libre (circa 227 kg) di fabbricazione americana è stata fatta esplodere ieri nelle acque al largo di Molfetta.

A coordinare l’operazione, il Capitano di Fregata Giambattista Acquatico, Comandante del Nucleo S.D.A.I. (Sminamento e Difesa Antimezzi Insidiosi) alle dipendenze del Comando in Capo del Dipartimento Militare Marittimo dello Jonio e del canale d’Otranto (Maridipart Taranto).

Il brillamento di ieri fa parte dell’ampia operazione di sminamento del porto, la cui bonifica procede a ritmi serrati. Ogni giorno i palombari E.O.D. (Explosive Ordinance Disposal) del Nucleo S.D.A.I. s’immergono nelle acque del porto alla ricerca degli ordigni lasciati in dote dalla Seconda Guerra Mondiale. Il tutto attenendosi scrupolosamente al protocollo, un protocollo collaudato dall’esperienza decennale del Nucleo.
E’ un lavoro silenzioso quello degli uomini di Acquatico, ma costante: individuazione, messa in sicurezza, accantonamento nei fusti e brillamento.

Il tutto a stretto contatto con gli uomini della capitaneria al comando del Capitano di Fregata Antonio Cuocci. Un’operazione – come dirà lo stesso Comandante – che procede più veloce delle stime. Ma non è l’unico aspetto trattato nell’intervista. Residuati bellici, modalità di sminamento, Torre Gavetone e iprite: parla il Comandante Acquatico.

Siamo giunti al sesto brillamento, come procede lo sminamento del porto?
«Abbiamo avuto mandato di bonificare 54 posizioni geografiche; dopo 24 giorni ne abbiamo completato 19. Il numero di ordigni sino ad ora rimossi è compreso tra 200 e 300, mentre 850 è il numero totale, stimato in sede di prospezione iniziale affidata ad Impresa civile. Continuando con i numeri attuali, gli ordigni bonificati potrebbero essere anche più del doppio della stima (1700). Quello di oggi, una bomba d’aereo di fabbricazione americana denominata “Demo” non risultava fosse presente nel bacino».

Si ha una stima della durata dei lavori?
«La durata dell’operazione era stimata in 135 giorni, ma terminerà prima perché stiamo anticipando i tempi. La percentuale d’avanzamento dei lavori, infatti, è del 35% a fronte del 19% preventivato. L’anticipo sui lavori è dovuto sia allo stato del mare, che consente agli addetti ai lavori di esprimere tutte le potenzialità operative, sia ad una precisa strategia d’intervento, prescelta dal “Direttore delle Operazioni”, e che, al momento, sta privilegiando la bonifica delle aree in cui non è stata ipotizzata/rilevata la presenza di ordigni a caricamento speciale (aggressivo chimico e w.p.). Ci si augura di poter conservare parte dell’anticipo guadagnato ma è fortemente probabile che, con il progressivo inevitabile contatto con gli ordigni a presunto caricamento speciale, le operazioni abbiano un fisiologico rallentamento. L’obiettivo, pertanto, resta quello di rispettare i termini ipotizzati in sede di preventivo e cioè concludere questa prima fase della bonifica in 135 giornate di effettivo lavoro subacqueo».

I residuati bellici non sono solo presenti nel porto, ma su tutta la costa, compresa la spiaggia libera di località Torre Gavetone. Lo sminamento riguarderà anche questi siti?
«L’operazione di bonifica in corso, denominata “Bonifica del Basso Adriatico”, prevede lo sminamento del tratto di mare a sud del Gargano. Molfetta ha avuto la massima priorità perché era già nota la presenza di ordigni e per i lavori di costruzione del nuovo porto commerciale. Dopo le 54 zone di cui si compone l’operazione in corso, si procederà allo sminamento di un’altra zona posta all’imboccatura del porto, denominata “zona rossa” e dell’area di Torre Gavetone. Successivamente la bonifica riguarderà le zone di Otranto, Manfredonia e il porto vecchio di Bari».

Torre Gavetone è sinonimo di iprite, sostanza chimica contenuta negli ordigni presenti sui fondali. Finora ne sono state trovate tracce?
«La maggioranza degli ordigni rinvenuti dall’inizio delle operazioni è del tipo a “caricamento ordinario”, vale a dire con esplosivo convenzionale. Alcuni pezzi contengono fosforo e un’altra piccola parte è a caricamento chimico. Per il momento non sono state rilevate dispersioni in mare di componenti chimici. Non ho ancora constatato personalmente la situazione in località “Torre Gavetone”: da civile, e non da ufficiale, posso dire che in attesa di un responso ufficiale sarebbe meglio interdire quella zona. Per quello che mi è stato riferito, nella zona durante la guerra era operante una fabbrica di sconfezionamento di ordigni. Questi ordigni sono stati depositati a strati sul fondale e poi ricoperti da cemento. In passato si è provveduto ad una piccola operazione di bonifica per un tratto di costa 250 metri alla profondità di 50. Resta da vedere se attorno a quell’area ce ne siano altre interessate dalla presenza di ordigni».

Cosa è l’iprite?
«L’iprite, detto anche gas mostarda, è un aggressivo chimico vescicante, cioè penetra in profondità nella pelle e nei tessuti provocando vesciche e viene assorbito dal sistema linfatico. Provoca la morte per contatto, o inalazione, di un’elevata quantità. Finora in questa bonifica non sono state rilevate bombe caricate ad iprite».

Tornando al brillamento, a cosa si deve la scelta del mare a favore di un’esplosione in cava?
«In generale gli ordigni a caricamento ordinario trovati in acqua sono fatti brillare in acqua, mentre quelli a caricamento speciale sono accatastati in acqua e fatti brillare all’interno di una cava. Nel caso, invece, di bombe caricate con fosforo o altre sostanze chimiche si procede allo smaltimento e stoccaggio secondo il protocollo. Il brillamento in mare è molto più sicuro di quello in cava. Innanzitutto non viene attuata alcuna procedura d’evacuazione della popolazione entro il raggio di 1 km dall’ordigno con conseguente blocco del traffico e non vi è alcun pericoloso tragitto in strada di un eventuale convoglio; l’ordigno non viene mai fatto esplodere in loco, ma spostato nel punto più profondo di un’area sabbiosa e fangosa (per meglio assorbire eventuali danni) e mai fatto esplodere sul fondale, ma in posizione sospesa. L’acqua, inoltre, elimina il pericolo di proiezione delle schegge. Nell’esplosione di oggi sono rimasti uccisi solo sei sgombri e una trentina di sardine, una percentuale irrisoria. La Capitaneria di Porto si assicura che nei punti scelti per far brillare gli ordigni non vi siano condutture, né cavi elettrici sommersi. In sei anni ho distrutto milioni di ordigni, rare volte c’è stato un danno quantificabile».

Sono stati avanzati dubbi sul coinvolgimento nelle operazioni dell’Arpa e dell’Icram: cosa risponde?
  «L’operazione di sminamento in corso è scaturita da un protocollo d’intesa sottoscritto da Regione Puglia, Arpa (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Puglia e Icram (Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare). Ovviamente la conduzione e la direzione delle operazioni spetta al Nucleo SDAI della Marina Militare Italiana, compresa la messa in sicurezza del poligono. Stiamo lavorando in sinergia con l’Assessorato Regionale all’Ambiente e infatti le operazioni di prospezione subacquea (la ricognizione dei fondali marini per l’individuazione del residuati bellici) sono state affidate all’Arpa. La bonifica diverrà effettiva solo dopo l’autorizzazione dell’Icram
Infine, desidero precisare che i successivi lavori di prospezione a carico della così detta “zona rossa” sono stati affidati alla responsabilità dell’Icram (non dell’Arpa) che si farà, altresì, cura di validare i lavori di bonifica effettuati, attraverso un’ulteriore ricognizione magneto-acustica dei fondali. Solo la positiva conclusione di quest’ultima fase, consentirà l’avvio dei lavori di escavazione dei fondali destinati alla realizzazione del nuovo porto commerciale».

Le bombe brillano e le condizioni del nostro mare peggiorano

Lo spettacolo continua, il copione si ripete ma lo scenario non è una semplice giornata d’estate; la regia ha scelto il giorno dei festeggiamenti della Vergine Maria dei Martiri per tenere a battesimo la “Bomba della Madonna”.
Già immaginiamo il tifo da stadio e gli applausi dopo il brillamento del secondo ordigno della seconda guerra mondiale, e ci chiediamo se lo spettacolo si ripeterà per ognuno delle migliaia di ordigni rimasti nell’area portuale.
Cittadini ignari della storia di quelle bombe perché nessuno vuole parlarne e il Sindaco Senatore non può tradire il silenzio che i suoi predecessori, da Molfetta a Roma, hanno mantenuto per tutti questi anni.

Solo le centinaia di pescatori molfettesi sanno bene di cosa si tratta, qualcuno in questi anni, purtroppo, è morto portando via con sé il segreto del “fosso delle munizioni”.
Ancora oggi la nostra marineria convive con le bombe all’iprite o al fosforo, che vengono salpate a bordo dei pescherecci, con l’odore acre della mostarda all’aglio, mandando in ospedale anche i pescatori più esperti.
Oltre 60 anni di ustioni, silenzi e morte che comincia il 2 dicembre del 1943, con il bombardamento del porto di Bari. I tedeschi, allora, presero di mira le navi americane, cariche di armi chimiche. Un disastro che si trascina fino ad oggi. Tutto ciò che fu recuperato da quelle navi, ordigni e fusti contenenti iprite, il potentissimo aggressivo chimico utilizzato nella grande guerra, venne nuovamente affondato al largo delle coste del nord barese.
Al largo di Molfetta in direzione Torre Gavetone ci sono ancora migliaia di bombe anche a caricamento chimico.
Abbiamo chiesto da oltre un mese al Sindaco Azzollini notizie certe di quello che sta avvenendo nel nostro mare e di monitorare le acque per essere certi che l’iprite che sta fuoriuscendo da bombe e fusti corrosi non stia danneggiando l’ecosistema marino con conseguenze disastrose anche per la salute dei cittadini.
Non solo, ad oggi, non abbiamo ricevuto alcuna risposta, ma cominciamo ad avere seri dubbi sulla correttezza delle operazioni di sminamento che stanno interessando la zona portuale di Molfetta. Non vorremmo che l’obiettivo primario dello sminamento in corso, già manifestato dal Sindaco, si realizzasse in fretta senza rispettare gli studi dell’ICRAM, creando ulteriori danni collaterali.
Ci sembra strano che le operazioni in atto siano svolte solo dallo SDAI (reparto Sminamento e Difesa Antimezzi Insidiosi) della Marina Militare di Taranto, con uno stanziamento del Comune di Molfetta di €. 50.000,00 stralciati dai fondi per la costruzione del nuovo porto.
I lavori non prevedono lo sminamento della zona costiera antistante la Torre Gavetone, che pur è prevista nella delibera regionale insieme alla zona portuale.
Inoltre la DELIB. DELLA GIUNTA REGIONALE del 25 giugno 2008, n. 1074 prevede anche la collaborazione di enti scientifici quali l’ICRAM e l’ARPA–PUGLIA per verificare e monitorare eventuali danni all’ecosistema.
Facciamo appello all’Assessore Regionale Michele Losappio, che stranamente parteciperà allo “spettacolo” dell’8 settembre, di verificare che il progetto regionale sia rispettato e che ci sia la dovuta e corretta informazione ai cittadini. Crediamo che questa sia l’ultima possibilità che offriamo alle istituzioni e in mancanza di solleciti riscontri ci rivolgeremo agli organi giudiziari per denunciare le gravi omissioni messi in atto, ad oggi, dal Sindaco Azzollini e/o altre istituzioni.

Liberatorio Politico
Matteo d’Ingeo

Il vento moltiplica l’alga tossica

Repubblica — 03 settembre 2008   pagina 9   sezione: BARI

di Antonio Di Giacomo

Non basterà l’ assenza dei venti in questo weekend a scacciare l’ emergenza alga tossica. L’ Ostreopsis ovata resta un problema. A dirlo, numeri alla mano, è Giorgio Assennato, direttore generale dell’ Arpa Puglia. «L’ allarme continua, perché – annuncia – le condizioni meteoclimatiche dei giorni scorsi, e soprattutto il maestrale che ha spirato sulla litoranea barese, hanno favorito la proliferazione della microalga». Le ultime rilevazioni, aggiornate al 26 agosto e pubblicate online sul portale dell’ Arpa, riferiscono infatti di un’ enorme fioritura in atto di Ostreopsis ovata, con picchi in luoghi di prelievo come Riva del Sole e il lido Lucciola a Giovinazzo o, ancora, il lido il Trullo di Bari e l’ ex motel Agip a Torre a Mare. Non per caso racconta Nicola Ungaro, biologo marino e coordinatore del gruppo Acque per l’ Arpa, «i centralini dell’ Agenzia sono stati presi d’ assalto lunedì da decine di telefonate. Parlo di bagnanti che, dopo essere stati fra sabato e domenica al mare nel litorale Sud di Bari, hanno avuto una serie di disagi. Cioè mal di gola, riniti ed episodi febbrili di elevata intensità sebbene di breve durata». Gli effetti, insomma, dell’ esposizione alla famigerata Ostreopsis ovata. «Che intendiamoci, onde evitare un carico d’ eccessiva preoccupazione nella popolazione – avverte Assennato – non è un’ alga killer, ma fortunatamente debolmente tossica. Fatto salvo che le implicazioni sanitarie legate al contatto e all’ inalazione della microalga restano assolutamente sgradevoli». Certo l’ annunciata assenza in questo prossimo fine settimana del Maestrale e le acque poco mosse potrebbero indurre a supporre una progressiva risoluzione del problema, «tuttavia – insiste Ungaro – visti i livelli di fioritura in atto registrati appena pochi giorni fa la concentrazione residua della microalga resterà plausibilmente alta». Tanto più che il ritorno d’ estate previsto dal meteorologo Vitantonio Laricchia per il fine settimana ancora secondo il biologo marino «rischia di favorire attraverso l’ insolazione la densità della fioritura: più luce c’ è e l’ alga meglio cresce. Solo l’ abbassamento progressivo della temperatura delle acque superficiali potrà favorire la successiva risoluzione del problema». Che esiste e va affrontato con un approccio organico, continua Assennato. «Per l’ estate del 2009 – dice il direttore dell’ Arpa – ci siamo prefissati l’ obiettivo di incrementare i punti di campionamento delle acque: oggi sono soltanto 19, l’ anno prossimo contiamo di triplicarli. Benché si faccia già la nostra parte, anzi di più perché a differenza di quanto accade in altre regioni ci prendiamo la libertà e la briga di informare cittadini e istituzioni. Da un anno e mezzo, in effetti, abbiamo chiesto all’ assessorato regionale alla Sanità la costituzione di un tavolo tecnico per affrontare il problema dell’ alga. Non è accaduto nulla, l’ assessorato evidentemente non ne avrà avuto il tempo». E, ironia della sorte, a ricordarlo è Nicola Ungaro, i campionamenti dell’ Arpa devono essere considerati probabilmente un “optional”. «Effettuiamo questo monitoraggio – chiarisce il biologo – senza che nessuno ce lo chieda, ovvero in assenza di finanziamenti per questa attività».

Mancato monitoraggio dell’Ostreopsis Ovata

Mentre il Ministro Brunetta continua la sua campagna contro i “fannulloni” nelle pubbliche amministrazioni licenziando gli assenteisti e la Ministra Gelmini ripristina il voto in condotta per valutare il comportamento degli studenti, a noi cittadini non è data la possibilità di bocciare, senza attendere una nuova consultazione elettorale, l’operato dei nostri amministratori, ed in particolare del nostro Sindaco Senatore e di chi lo sostituisce durante le sue numerose assenze.
Dopo aver tenuto all’oscuro la cittadinanza della conoscenza della balneabilità del nostro mare, affiggendo il manifesto dei divieti di balneazione solo a fine luglio, il Sindaco ha pensato bene di ignorare anche il problema dell’Ostreopsis Ovata, comunemente detta “alga tossica”.
Ancora una volta dopo le nostre denunce, la montagna di  pressappochismo ha partorito il topolino, e il 26 agosto, a fine estate, sono apparsi in città i manifesti con cui si è pensato di tamponare una mancanza non perdonabile a chi ha il compito di salvaguardare la salute pubblica.

L’allarme era già stato lanciato dall’ARPA Puglia lo scorso luglio e altri Sindaci della provincia barese si sono subito mobilitati per sviluppare in città quello che il Ministero della Salute chiama” “piano di sorveglianza sindromica”.
Non così ha ritenuto di fare il nostro Sindaco che è venuto meno al suo dovere di massimo garante della salute pubblica nonostante le decine di casi di intossicazione da Ostreopsis Ovata registrati a Molfetta durante la scorsa estate.
Nel nostro territorio è accaduto invece che tutti i malcapitati cittadini non hanno fatto ricorso al Pronto Soccorso o a numeri verdi, e quindi non è rimasto traccia dei numerosi casi di intossicazione.
Dal nostro osservatorio riteniamo che si sia trattato di parecchie centinaia di casi, compresi in una scala sintomatologia che andava dal semplice mal di gola e faringite, a casi più gravi con febbre fino a 40 gradi con tosse e generale spossatezza.
Alcune spiagge, e in particolare quelle intorno a Torre Gavetone, da ferragosto in poi si sono spopolate, e non perché le ferie erano finite.
Il Comune avrebbe dovuto, in tempo debito, evitare che categorie di cittadini a rischio frequentassero la spiaggia nei giorni con prevedibile aerosol tossica.
In questo irrituale quadro epidemiologico che non può essere sottovalutato da nessuno, la città di Molfetta, molto probabilmente, non è rientrata tra i siti a rischio che vengono monitorati dall’ARPA Puglia.

Gli aderenti al Liberatorio Politico sono tra quelli che non vogliono minimizzare il fenomeno dell’alga tossica e chiedono al Sindaco di ottenere tutte le notizie utili riguardanti le iniziative che intende intraprendere la pubblica amministrazione per avviare da subito un progetto di studio e monitoraggio delle nostre acque, anche a prescindere dalle iniziative istituzionali di altri enti preposti.
Si propone di invitare tutti i medici di base a trasmettere tutti i casi, registrati durante l’estate, potenzialmente riconducibili all’esposizione alla tossina dell’alga Ostreopsis Ovata, mettendo così in rete una casistica fatta di giorni, luoghi, età e durata dei sintomi che potrebbe essere oggetto di studio.
Per ultimo vogliamo ricordare al Sindaco che i termini entro cui i Suoi uffici avrebbero dovuto consegnarci le notizie richieste, già dal 25 luglio 2008 (prot. n. 42330), sono abbondantemente scaduti.
Pertanto ci riserviamo di rivolgerci ad altri enti preposti per far valere i nostri diritti.

Presenza bombe all’iprite, richiesta monitoraggio acque

Pubblichiamo integralmente la lettera che in mattinata è stata consegnata alla Direzione Regionale dell’A.R.P.A. (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale).

Il movimento civico “LIBERATORIO Politico” di Molfetta è impegnato da molto tempo (oltre che su altre tematiche) nella ricostruzione storica della presenza delle bombe all’iprite, e/o a caricamento chimico, nelle acque costiere della nostra città.
I dati raccolti, le relazioni e gli studi che abbiamo consultato, facilmente reperibili in rete, destano non poche preoccupazioni.
Molti di noi frequentano abitualmente, e da tanti anni, le scogliere su cui sorge Torre Gavetone.
E’ ormai noto che questa torre, ricorrente in tutti i dossier, articoli di stampa e siti specializzati, che parlano delle bombe all’iprite, è un punto di riferimento per studiosi e ricercatori.
Proprio al largo di Torre Gavetone sono state individuate migliaia di bombe all’iprite depositate durante la seconda guerra mondiale, precisamente nel 1943.
In tutti questi anni sono noti i casi di ritrovamento di questi ordigni e i casi di intossicazione, specialmente tra i pescatori molfettesi, dovuti al contatto o inalazione del così detto “gas mostarda”.
Abbiamo anche appreso, dagli studi dell’I.C.R.A.M., che il caricamento delle migliaia di ordigni individuati è costituito da aggressivi chimici a base di iprite e composti di arsenico e in alcuni casi l’aggressivo chimico è conservato in bidoni anch’essi adagiati sui fondali e che, a causa della corrosione, cominciano a rilasciare sostanze letali.
Si aggiungano a questi anche 11 bombe ormai corrose, dopo oltre 60 anni, che stanno rilasciando agenti tossici in acqua.
Senza voler creare inutili allarmismi e pregiudiziali ipotesi, i dati riportati negli studi dell’I.C.R.A.M. ci portano, per lo meno, a chiederci se Codesto Ente è stato mai coinvolto dagli organi competenti in un monitoraggio delle acque marine interessate alla presenza delle predette bombe.
Lo studio dell’I.C.R.A.M. è chiaro. I campioni prelevati dai ricercatori, acqua, sedimenti e pesci, “sono stati sottoposti a quattro diverse metodologie d’analisi che indicano la sussistenza di danni e rischi per gli ecosistemi marini determinati da inquinanti persistenti rilasciati dai residuati corrosi”.
In particolare, grazie ai confronti con esemplari della stessa specie prelevati nel Tirreno meridionale, le analisi hanno rivelato nei pesci dell’Adriatico “tracce significative di arsenico e derivati dell’iprite”. Particolarmente rilevanti “le alterazioni a carico di milza e fegato”. È stata anche riscontrata la presenza di parassiti in branchie, cavità addominale e tessuto cutaneo”. Questo significa “che i pesci dell’Adriatico”, rispetto a quelli del Tirreno,  spiega Ezio Amato, “sono particolarmente soggetti all’insorgenza di tumori; subiscono danni all’apparato riproduttivo; sono esposti a vere e proprie mutazioni genetiche che portano a generare esemplari mostruosi”.

In questi giorni l’attenzione dell’ARPA, delle istituzioni pubbliche e sanitarie è rivolta alla sintomatologia che sta colpendo molti molfettesi a causa dell’alga tossica (Ostreopsis ovata) e proprio in località Torre Gavetone i casi sono stati tantissimi, forse un centinaio, compreso il sottoscritto, ma non messi in rete e non registrati presso alcun presidio medico, se non presso il proprio medico curante o semplicemente dal passaparola.

Ma la nostra attenzione si è focalizzata invece su di una particolare segnalazione di un cittadino che dopo aver letto una nostra lettera aperta al Sindaco di Molfetta ha ritenuto di comunicarci un curioso caso di “infiammazione cutanea” che ha coinvolto la propria famiglia.
Riportiamo di seguito il testo della segnalazione omettendo l’identità del denunciante, nel rispetto della privacy, ma conosciuto e identificato dallo scrivente:

“Nel pomeriggio di domenica 27 luglio, dopo una giornata passata a mare in località Torre Gavetone (Molfetta) mia moglie ha iniziato a manifestare sintomi di un bruciore non consueto a livello dell’apparato genitale, gradualmente sempre più intenso e successivamente accompagnato da un dolore continuo localizzato però internamente.
Il suo ginecologo, che fortunatamente ha potuto visitarla la sera stessa del 27, ha rilevato uno stato di intensa infiammazione vaginale sia esterna che interna, accompagnata internamente da una lesione dell’epitelio della mucosa.
La lesione ha richiesto un intervento chirurgico con il laser mentre lo stato infiammatorio, che nei giorni successivi si è ulteriormente accresciuto, è stato affrontato attraverso terapie diverse con l’uso successivo di differenti prodotti antinfiammatori senza inizialmente riuscire ad incidere né sul dolore né sullo stato infiammato dei tessuti.
Dei risultati evidenti si sono avuti solo durante gli ultimi 10 giorni con un riduzione visibile dello stato infiammatorio, che però non ha tuttora comportato una riduzione significativa del dolore.
Il ginecologo ha subito scartato l’ipotesi di un agente microbico come origine di tali problematiche, non avendo trovato traccia di tali presenze ed ha comunque prescritto, contemporaneamente agli interventi antinfiammatori, anche la somministrazione di antibiotici in dosi elevate per evitare infezioni secondarie dei tessuti lesi.
Lo stesso medico ha da subito ipotizzato l’origine delle lesioni in un contatto con sostanza fortemente urticante la cui origine non è in grado di stabilire. Si tratta comunque di qualcosa che può essere entrato in contatto con il costume da bagno e di lì essere stata assorbita dalla cute.
E’ importante rilevare che la madre di mia moglie, anche lei con noi a mare il 27 luglio, ha manifestato, dopo 24 ore, la stessa identica sintomatologia (infiammazione esterna e, parzialmente, interna, lesione interna, dolori), in una forma però molto più lieve da cui è completamente guarita in una settimana.
Mia moglie invece continua a manifestare sintomi visibili di uno stato infiammatorio dei tessuti (in graduale e lento miglioramento) e dolori tuttora persistenti e continui.”

Alla luce di quanto esposto il sottoscritto chiede alla Direzione Generale e Scientifica di Codesta Agenzia se, nell’ambito delle competenze assegnateLe, nell’esercizio della tutela e salvaguardia ambientale, e soprattutto della tutela della salute dei cittadini, intendano monitorare le acque marine comprese nello specchio d’acqua antistante Torre Gavetone per verificare eventuali presenze di sostanze tossiche riconducibili agli ordigni bellici a caricamento chimico presenti.
Naturalmente l’area da sottoporre ad indagine, a nostro modesto parere, non dovrebbe essere solo quella più vicina alla riva; in accordo con gli enti che stanno già operando nella zona per lo sminamento, bisognerebbe monitorare anche le aree marine in cui sono state già individuate le bombe a caricamento chimico e/o i fusti metallici che contengono altre sostanze chimiche tossiche.

Nessuno può e deve sottovalutare il rischio che incombe su tutti noi. Se fosse vero che nei nostri fondali giacciono migliaia di bombe all’iprite, che ogni bomba contiene in media 30 kg di sostanza chimica tossica e che il tempo ha corroso il metallo che la contiene, dobbiamo cominciare ad essere consapevoli di essere di fronte  ad una vera e propria “bomba ad orologeria”.

Liberatorio Politico
Matteo d’Ingeo

Lettera aperta al Sindaco Azzollini

Carissimo Sindaco Senatore Azzollini,

le ferie d’agosto ci vorrebbero tutti spensierati, rilassati e distesi sulle nostre spiagge a goderci quel valore aggiunto che il mare rappresenta per la nostra terra. Ma così non è.

Avevamo denunciato nelle settimane scorse la Sua “dimenticanza” nel non aver diffuso l’ordinanza del divieto di balneazione, in alcuni tratti del nostro litorale, e Lei ha dovuto tamponare questa grave mancanza affiggendo negli ultimi giorni del mese scorso un’ordinanza datata “Luglio 2008”, ammettendo, ci dispiace dirlo, la Sua disattenzione rispetto alla salvaguardia della salute pubblica.

Ancor più grave ci sembra la mancata informazione sullo stato di salute del nostro mare che abbiamo richiesto da diverse settimane.
Infatti, mentre Lei affronta con spettacolarità il problema delle bombe all’iprite nel nostro mare, andando in giro ad azionare detonatori, la preoccupazione dei cittadini aumenta sempre di più.
I suoi colleghi parlamentari di cordata (vedi l’on. Amoruso per le bombe all’iprite e l’on. Germontani per l’alga tossica di cui è possibile leggere l’interrogazione, la risposta del sottosegretario e la replica dell’interrogante) in questi anni si sono preoccupati dello stato di salute del nostro mare, pur non essendo molfettesi, invece Lei si è lasciato distrarre dalle grandi opere pubbliche (nuovo porto commerciale) ed anche dalle false opere pubbliche (Palazzine Fontana) pur di portare cemento milionario a Molfetta.

Ancora oggi, come abbiamo più volte ribadito, ci sembra che il progetto di sminamento  dell’area portuale di Molfetta, per Lei sia un  piccolo incidente di percorso che sta ritardando l’inizio dei lavori per la costruzione del nuovo porto, da Lei sfruttato affinché i cittadini ne colgano solo l’aspetto demagogico quando dice:
“Lo sminamento in atto in questi giorni permetterà non solo di accelerare i lavori di costruzione del nuovo porto commerciale, ma soprattutto rappresenterà un elemento di sicurezza per l’incolumità dei lavoratori, quali armatori e marinai, che finalmente potranno lavorare serenamente senza alcun rischio legato agli esplosivi presenti in mare.”

Molto probabilmente ai cittadini molfettesi dovrebbe stare maggiormente a cuore la propria salute e quella dei propri figli piuttosto che il nuovo porto e quindi sarebbe meglio svelare i segreti che nascondono i nostri fondali marini.

Lei, Sindaco, ha il doppio dovere, anche in veste di rappresentante dello Stato, di raccontarci tutta la verità sulle bombe all’iprite e sull’alga tossica.
Questa strana coincidenza preoccupa non poco e non ci rassicurano le notizie che dal capoluogo pugliese e da altri  comuni del nord barese giungono, in questi giorni, per il pre-allarme che l’ARPA Puglia  ha lanciato per l’alga tossica.
Nel corso delle analisi periodicamente realizzate lungo tutta la costa pugliese, la stessa ARPA ha riscontrato una presenza massiccia della ostreopsis ovata che lo scorso anno mandò in ospedale 80 persone in tutta la provincia di Bari, e Molfetta, la scorsa estate, proprio a ferragosto, ha avuto parecchie decine di cittadini che si sono rivolte al vicino Pronto Soccorso per malori dovuti alla così temuta alga.
I responsabili dell’ARPA hanno parlato di parecchi siti sotto controllo lungo la costa pugliese, ma non hanno specificato quali. Quindi è necessario che Lei, Sindaco, informi la cittadinanza, preventivamente, se Molfetta è tra i siti a rischio e su  come i cittadini devono difendersi da questo misterioso e invisibile nemico.
In questi giorni le preoccupazioni non vengono solo dalla presunta alga tossica, ma anche dalle bombe a caricamento chimico che Lei ha imparato a far brillare nel nostro mare.
Nei comunicati stampa che sono stati diramati dal Palazzo di Città si parla di 54 aree interessate dalla presenza di ordigni convenzionali e a caricamento speciale (fosforo, iprite ed altri aggressivi chimici).
Viene spontaneo chiedersi, perché nessuno ce lo spiega, se assisteremo ad altre azioni spettacolari da Lei dirette, ovvero, se ci saranno altri ordigni da far brillare in mare, rassicurando l’opinione pubblica che “si è scelto una zona di fondale sabbioso per non arrecare danno all’ecosistema”?
Quello che preoccupa invece, oltre il danno all’ecosistema per ogni esplosione, è il danno che da oltre 60 anni le bombe a caricamento chimico hanno creato nel nostro mare.
La letteratura storica e scientifica parla di migliaia di bombe all’iprite presenti nell’area costiera tra Molfetta e Giovinazzo antistante l’ex impianto di “sconfezionamento ordigni” Stacchini, meglio conosciuto come Torre Gavetone.
E se fosse vero che ogni bomba conteneva 30kg di iprite non c’è proprio da stare tranquilli!

Così come non erano rassicuranti i risultati del programma di ricerca A.C.A.B., svolto dall’I.C.R.A.M. (Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare) tra il dicembre 1997 e ottobre 1999, proprio al largo di Molfetta ad una profondità tra i 150 e 450 metri.

“I fondali indagati”, recita il rapporto finale del coordinatore delle indagini Ezio Amato, “costituiscono una delle quattro aree di affondamento individuate”. Quanto alle altre presenti nell’Adriatico è impossibile saperlo perché le autorità militari non forniscono informazioni.
È certo, invece, che il caricamento delle migliaia di ordigni individuati dall’Icram è costituito da aggressivi chimici a base di iprite e composti di arsenico.
In alcuni casi l’aggressivo chimico è conservato in bidoni anch’essi adagiati sui fondali e che, a causa della corrosione, continuano a rilasciare sostanze letali.
Negli ultimi anni abbiamo appreso da fonti giornalistiche, scientifiche, nonché da studi universitari che a seconda dei casi, queste sostanze provocano la distruzione delle cellule umane, attaccando occhi, pelle e apparato respiratorio; alterano la trasmissione degli stimoli nervosi.
Negli organismi che ne entrano in contatto le sostanze provocano bruciore, edema, congiuntiviti, congestioni in naso, gola, trachea e bronchi, danni polmonari cronici e asfissia; sono scientificamente provate anche le alterazioni genetiche.
Studi approfonditi sugli effetti sull’uomo sono stati realizzati dal professor Giorgio Assennato dell’Università di Bari, che ha condotto un’indagine su 232 pescatori pugliesi vittime di incidenti tra il 1946 e il ’94. Le conseguenze peggiori avvengono per l’esposizione agli agenti tossici, attraverso l’inalazione dei vapori e il contatto cutaneo. Quando non c’è un danno immediato agli occhi, è il sistema respiratorio ad accusare i sintomi più evidenti dell’intossicazione: “Dolore toracico, tosse e ipofonia “, scrive nel suo studio Assennato. Esposizioni gravi producono la morte per insufficienza respiratoria, polmonite e, soprattutto, tumori.

Quanto ai danni provocati nell’ambiente marino, lo studio dell’Icram è chiaro. I campioni prelevati dai ricercatori, acqua, sedimenti e pesci, “sono stati sottoposti a quattro diverse metodologie d’analisi che indicano la sussistenza di danni e rischi per gli ecosistemi marini determinati da inquinanti persistenti rilasciati dai residuati corrosi”.
In particolare, grazie ai confronti con esemplari della stessa specie prelevati nel Tirreno meridionale, le analisi hanno rivelato nei pesci dell’Adriatico “tracce significative di arsenico e derivati dell’iprite”. Particolarmente rilevanti “le alterazioni a carico di milza e fegato”. È stata anche riscontrata la presenza di parassiti in branchie, cavità addominale e tessuto cutaneo”. Questo significa “che i pesci dell’Adriatico”, rispetto a quelli del Tirreno,  spiega Ezio Amato, “sono particolarmente soggetti all’insorgenza di tumori; subiscono danni all’apparato riproduttivo; sono esposti a vere e proprie mutazioni genetiche che portano a generare esemplari mostruosi”.

Noi aggiungiamo che è  facilmente immaginabile che molti di questi pesci possano finire sulle nostre tavole.

Pertanto carissimo Sindaco dopo questa preoccupante premessa noi Le chiediamo ancora una volta di informarci sullo stato di salute del nostro mare fornendoci copia delle relazioni, dei risultati scientifici  e monitoraggi prodotti dall’I.C.R.A.M. , Arpa Puglia e chiediamo che siano effettuati dei prelievi particolari nello specchio di mare antistante Torre Gavetone, ed altre zone, per verificare l’eventuale presenza di sostanze chimiche riconducibili alle bombe disseminate nella stessa area.
Naturalmente questa lettera aperta è rivolta a tutte le forze politiche, movimenti e associazioni cittadine, ai consiglieri comunali e assessori affinché tutti sostengano la richiesta di verità sullo stato di salute del nostro mare perché è la nostra salute e quella dei nostri figli ad essere in gioco.

Liberatorio Politico
Matteo d’Ingeo