L’Ordinanza per gli ordigni bellici, a Torre Gavetone, mai fatta rispettare

Nel pomeriggio del 19 luglio scorso due proiettili d’artiglieria della seconda guerra mondiale sono stati avvistati dai bagnanti, a poca distanza uno dall’altro, in una caletta a pochi passi da Torre Gavetone. Solita procedura, transennamento della zona con gli ordigni guardati a vista dalle forze dell’ordine in attesa dell’intervento dello SDAI della Marina Militare. Un anno fa fu avvistato, sulla stessa battigia, un altro ordigno molto simile. Ciò che hanno in comune i tre ritrovamenti è il dubbio sulla modalità con cui gli ordigni hanno raggiunto la riva. Sembra improbabile che il mare possa aver posato gli ordigni in maniera così perfetta e “in sicurezza”, invece è molto più verosimile che qualcuno li abbia portati a riva. A parte questo rebus, che rimane interessante, nessuno parla dell’Ordinanza n.3 del 03/02/2011, e successive, con cui si vieta la balneazione e immersione nel raggio di 350m intorno a Torre Gavetone (impropriamente detta). Il pericolo esiste ma nessun bagnante, a Torre Gavetone, rispetta il divieto di balneazione, tanto meno il Sindaco e la sua Polizia Municipale che nulla fanno per farlo rispettare.

Il Dirigente Tangari si oppose alle varianti sul progetto del nuovo porto volute dal sindaco Azzollini

Domani, lunedì 16 luglio, è prevista l’ultima udienza, prima della pausa estiva, del processo per la costruzione del nuovo porto commerciale di Molfetta. Il collegio giudicante ha già fissato la prossima udienza,  post estiva, per il 24 settembre  2018 e il processo continuerà ad oltranza con due udienze mensili ogni 15 giorni. Domani si concluderà l’esame del Sovrintendente dell’ex Comando Stazione del Corpo Forestate di Bari, Marcotrigiano Giuseppe da parte del Pubblico Ministero Dott. Lucio Vaira per poi passare al suo controesame da parte degli avvocati delle parti civili e difensori dei 35 imputati.

L’esame del Sovrintendente Marcotrigiano, durante l’udienza del 2 luglio scorso, è stato molto interessante. Il teste ha ripercorso tutto l’iter della presentazione del progetto esecutivo del nuovo porto e le relative criticità.

Una criticità riguardava la gara d’appalto e l’importo lievitato, rispetto a quello iniziale, di circa 3.677.871,10 euro . A monte di questo incremento  vi era una lettera con protocollo 20801 del 17/4/2007 con la quale il Sindaco Azzollini all’indomani della firma del contratto chiede al RUP di tenere in sede di redazione di questo progetto esecutivo,  la possibilità di approfondire il fondale marino e quindi di progettare fattivamente opere compatibili con queste eventualità per evitare – diceva la lettera- di dover demolire le strutture realizzate in ragione di un eventuale e futuro aumento delle necessità del porto che in quel momento provenivano da molti operatori del settore marittimo che chiedevano questa eventualità. Queste richieste furono recepite e inserite nel progetto edefinitivo facendo lievitare i costi fino 72 milioni di euro.

In ambito comunale l’unico che si oppose a questa decisione fu il Dirigente del Settore Demografia Appalti Contratti e Acquisti del Comune di Molfetta, Dott. Enzo Tangari. Il defunto Dirigente Tangari con nota N. 78 del 16 ottobre 2006, diceva: “Considerato che nel caso di specie il progetto definitivo posto a gara, oltre ad essere estremamente dettagliato non è suscettibile, data la peculiarità dell’opera, di varianti sostanziali ovvero particolarmente significative in sede di offerta da parte dei concorrenti”. Inoltre le varianti di quel tipo erano ammesse solo se non variava l’importo economico posto a gara, invece in questo caso l’aumento c’era stato. Tra le altre cose, e non di poco conto, le varianti previste che stravolgevano non poco il progetto iniziale dovevano essere sottoposte al vaglio del Ministero per una nuova valutazione d’impatto ambientale, ma questo non avvenne.

Poi si è parlato della variante che prevedeva la costruzione del “molo pennello sperone” via mare anzichè via terra, naturalmente con notevoli costi aggiuntivi. Una riflessione è spontanea, come mai non si è tenuto conto già in fase di progettazione iniziale delle difficoltà esistenti per la costruzione dello sperone via terra?

A questo punto il teste Marcotrigiano legge in aula una lettera sequestrata a Giorgio Calderoni, rappresentante dell’ATI e dipendente della CMC, inviata all’ingegner Gianluca Loliva direttore dei lavori per il porto insieme all’ingegner Grimaldi.

“ Caro Gianluca, ti scrivo queste due righe nello spirito come sempre di andare avanti con i lavori fino al loro totale compimento ed è per questo che mi permetto di suggerirti quanto segue. Ora noi abbiamo scritto in maniera forte perchè non se ne può più di questa situazione dove l’amministrazione di Molfetta, ovvero il Sindaco, sono animati nel voler fare e dettano delle linee e la D.L. invece va per conto suo, quindi noi veramente fra trenta giorni, se non si modificano alcune situazioni, ci fermiamo e penseremo solo a gestire il contenzioso. Ora le tue/vostre possibilità di non fermare i lavori, ti sto dando la via di fuga e cioè: 1) mi scrivete una lettera di convocazione al 28esimo giorno, magari per il 10 di gennaio, dove mi convocate per fare il punto della situazione, Roma, Molfetta, Milano, non importa dove; 2) a questo punto è chiaro che, siccome c’è appunto una valutazione in corso, sino alla data di convocazione il cantiere continuerà ad esistere; in quella occasione, o anche prima, che sarebbe meglio, mi fate una perizia di variante per il pennello sperone dove mi date due milioni e 500mila euro, nella stessa occasione il Comune approva lo schema di atto di sottomissione numero uno e procede con l’atto aggiuntivo in attesa del perizione tenuto conto che le opere non sono in contrasto, così ci prepariamo per i cassoni. In questo modo, e solo in questo modo, vi salvate dal fermo totale dei lavori ”.

Un’altra criticità rappresentata è stata quella della seconda perizia di variante con cui venivano stralciate dall’originale progetto: il centro servizi,  gli impianti tecnologici del centro servizi; la pavimentazione area del centro servizi, opere in pietra di Trani; il dragaggio relativo al canale d’accesso e a parte della zona interna del porto; sistemazione a verde e parte delle attrezzature parabordi etc. etc.. Quindi in sostanza la  zona del fondale del porto che non viene più dragata comprende anche la famosa “zona rossa” che non era stata bonificata e che non viene più dragata.

Poi, su sollecitazione del Pubblico Ministero, il Sovrintendente Marcotrigiano ha parlato dei riscontri avuti, nel corso dell’indagine, rispetto ai problemi sanitari che hanno interessato parecchi pescatori molfettesi. Infatti molti di loro in questi anni hanno fatto ricorso alle strutture sanitarie del territorio per ustioni e difficoltà respiratorie probabilmente a causa della presenza in mare di sostanze tossiche riconducibili agli ordigni bellici a caricamento chimico.

Inoltre ha voluto chiarire un particolare già riportato nella precedente udienza. Ha ricordato alla Corte che lo SDAI (Servizio Difesa Antimezzi Insidiosi) interviene nel Porto di Molfetta non perchè la sua attività fosse legata ai lavori dell’ampliamento portuale,  ma perchè la sua attività di bonifica era legata al cosiddetto “accordo di programma del basso adriatico” che vede protagonisti tutt’altri attori giuridici che sono il Ministero dell’Ambiente, la Regione Puglia e l’ARPA Puglia.

 

Di bomba in bomba…

Stamattina c’è un’altra udienza del processo sul nuovo porto di Molfetta e il Pubblico Ministero Dott. Lucio Vaira continuerà il lungo esame del  Sovrintendente del Comando Stazione del Corpo Forestate di Bari, Marcotrigiano Giuseppe. Nelle precenti udienze del 4 e 18 giugno il teste ha presentato il lavoro d’indagine svolto approfondendo le numerore annotazioni riguardanti la gestione dei finanziamenti pubblici per la realizzazione delle opere di prosecuzione e consolidamento della diga Foranea del Porto di Molfetta; la transazione di 8 milioni di euro;  il nuovo piano regolatore portuale e gli atti del progetto definitivo ed esecutivo, la mancata tutela del posidonieto San Vito a Barletta ipotesi di reato, la colmata e la discarica abusiva con le ipotesi di reato, le varianti progettuali con le ipotesi di reato, tutto il capitolo riguardante la bonifica degli ordigni bellici.

La stazione appaltante, ovvero, il Comune di Molfetta e l’ATI, l’Associazione Temporanea di Impresa, che poi ha avuto l’incarico di effettuare i lavori nel porto, erano consapevoli della presenza degli ordigni prima ancora di firmare il contratto di appalto e dare inizio ai lavori“.

Questa la dichiarazione più importante, resa nell’ultima udienza del 18 giugno scorso, del comandante Marcotrigiano del Corpo Forestale dei Carabinieri di Bari. Attraverso i riscontri documentali sono riusciti a ricostruire i vari passaggi di questa fase procedimentale.

Il primo riscontro a cui ha fatto riferimento è il verbale del Comitato Tecnico tenutosi a Ravenna negli uffici della C.M.C., il 14 maggio 2007, appena dopo la firma del contratto e un anno circa prima della consegna dei lavori, avvenuta il 26 marzo 2008. A questa riunione erano presenti Giorgio Calderoni, Carlo Alberto Marconi, Giuseppe Grondona e Luca Barbara e il punto quattro dell’ordine del giorno, era: “ricognizione per individuazione ordigni residuati bellici e affidamento”; nell’ambito della discussione il signor Giorgio Calderoni informa i presenti che la presenza di aree non bonificate da ordigni bellici potrebbe essere fonte di possibile contenzioso con l’amministrazione. Quindi già prima della consegna dei lavori l’ATI conosceva la problematica della presenza degli ordigni bellici.

Un altro riscontro è rappresentato dalla lettera dalla Ditta Lucatelli inviata al Comune di Molfetta nel marzo 2007, siglate dall’ingegnere Balducci e geometra De Pinto oltre alla sigla dell’allora Sindaco di Molfetta Antonio Azzollini, i quali chiaramente venivano messi a conoscenza della situazione in atto e del fatto che la ditta Lucatelli, già dal marzo 2007, avvertiva, quindi prima del contratto e prima della consegna del cantiere, della presenza degli ordigni nel porto di Molfetta e oltretutto specificava che in quel momento storico ( marzo 2007) non risultava che il Nucleo SDAI fosse ancora intervenuto per la rimozione degli ordigni precedentemente segnalati. Quindi il Nucleo SDAI della Marina Militare a marzo 2007 nel porto di Molfetta non aveva ancora operato. Sulla lettera risulta un’annotazione dell’allora sindaco Azzollini, rivolta al suo assessore: “Assessore parlare con l’impresa e dire che ci stiamo impegnando al massimo”. Non si è mai capito però in quale direzione fosse profuso il massimo impegno. Certo è che prima del 2008 lo SDAI nel porto di Molfetta non ci è andato e prima di quella data la bonifica non è mai iniziata.

In sostanza l’ATI, pur conoscendo la situazione dei fondali, nulla ha obiettato circa la presa in carico delle aree in cui giacevano gli ordigni che occupavano la zona che doveva essere interessata dai dragaggi e dalla costruzione dell’ultimo braccio del nuovo porto commerciale.

Mentre il Comune di Molfetta, nel contratto speciale d’appalto dichiara all’ATI “di aver già provveduto alle indagini dei fondali dello specchio acqueo relativo alla zona interessata dai lavori previsti e che, per il tramite della locale Capitaneria di Porto aveva altresì provveduto alla regolare bonifica da ordigni bellici di una parte di tali aree. La rimanente zona non ancora bonificata (definita “zona rossa”), e ubicata grossomodo in corrispondenza dell’ingresso del porto, sarebbe stata sottoposta, una volta reperite le necessarie risorse economiche e prima dell’inizio dei lavori, alle operazioni di rimozione degli ordigni bellici per il tramite del competente Nucleo SDAI della Marina Militare“.

Quindi tutti sapevano che c’erano le bombe nel porto, eppure l’ATI iscrive sul registro di contabilità il 13 novembre 2008 una riserva, laddove lamenta appunto dei danni subiti in ragione dei ritardi accumulatisi sul cronoprogramma dovuta alla presenza degli ordigni. Tutto questo poi sfocia in una lite negoziale che porterà Giorgio Calderoli della C.M.C., capofila dell’ATI, a diffidare e mettere in mora, nel dicembre 2009, il Comune di Molfetta fino ad arrivare alla delibera di Giunta Comunale numero 25 del 1° febbraio 2010 e al 4 febbraio 2010 quando viene siglato l’atto di transazione di 7milioni e 800mila euro con cui vengono ristorate le doglianze avanzate dalla CMC e tacitata per i danni subiti sino al 31/12/2011.

Quindi la transazione milionaria ristorava la richiesta dell’ATI sino al 31/12/2011 e cioè metteva a tacere ogni qualsivoglia ulteriore pretesa da parte dell’ATI. Ma tutti facevano finta di non sapere che la bonifica sarebbe durata molti anni ben oltre il 31.12.2011, tant’è la Marina Militare aveva programmato i lavori di bonifica fino alla fine del 2014. Per la cronaca, ad oggi la bonifica non è ancora conclusa.

La storia della transazione milionaria rappresenta lo snodo cruciale del processo e sicuramente avrà ulteriori risvolti.

Il processo sul porto continua nel silenzio assordante della politica e dell’informazione

Dopo il lungo controesame del Luogotenente Roberto Serafino, in servizio presso il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bari, durato sette udienze, e dei  marescialli della Guardia di Finanza di Molfetta Giuseppe Ciullo e Pio Crispino, si terrà oggi una nuova udienza del processo sul nuovo porto di Molfetta.  Il collegio giudicante guidato dalla Dott.ssa Marina Chiddo e il Pubblico Ministero Dott. Lucio Vaira cominceranno l’esame del Sovrintendente del Comando Stazione del Corpo Forestate di Bari, Marcotrigiano Giuseppe. Il suo esame, e controesame, si prolungherà  fino alla pausa estiva, per poi riprendere a settembre. Il Sov.te Marcotrigiano sicuramente fornirà ai giudici una visione molto ampia di tutti gli elementi che formano le decine e decine di fascicoli d’indagine  su cui si fondano le accuse nei confronti dei 35 imputati.

L’esame del teste sarà seguito attentamente dalle parti civili  del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre (Comitato Bonifica Molfetta) della Legambiente “Circolo di Molfetta”, rappresentate dall’Avv. Annamaria Caputo. Mentre per il Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, della Regione Puglia e del Comune di Molfetta,  si spera di vedere almeno la presenza fisica degli avvocati che li rappresentano.

Il Pubblico Ministero esaminerà il Sov.te Marcotrigiano, probabilmente, sulle annotazioni e verbali d’indagine relativi ai reati ambientali.
Molti degli imputati, AZZOLLINI Antonio, BALDUCCI Vincenzo, BERNARD Alain, CALDERONI Giorgio, CATTEAU Pierre, DEFENDI Daniele, FOSCHINI Dario, GIUFFRIDA Francesco, GRIMALDI Franco, GRONDONA Giuseppe, LEONARDI Roberto, LOLIVA Gianluca, MARCONI Carlo Alberto, MAZZOLA Osvaldo, MENCHINI Gian Luca, PARMIGIANI Carlo, TURBOLENTE Paolo, devono rispontere dell’accusa di:
1) aver iniziato opere che comportavano indebitamente la trasformazione urbanistica di immobili in violazione del Piano Regolatore Portuale;
2) eseguito nuove costruzioni in un’area protetta;
3) aver eseguito senza autorizzazione  lavori su beni paesaggistici e, comunque, su immobili ed aree che, per le loro caratteristiche paesaggistiche, erano state dichiarate di notevole interesse pubblico, e che, in ogni caso, costituivano territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, e corsi d’acqua inscritti negli appositi elenchi e zone umide;
4) distruggevano, e comunque alteravano, le bellezze naturali dei luoghi soggetti alla speciale protezione dell’Autorità;
5) distruggevano, e comunque deterioravano, cose immobili di interesse storico e artistico;
6) fuori dei casi consentiti dalla legge distruggevano, e comunque deterioravano (compromettendone lo stato di conservazione) un habitat (posidonieto) all’interno di un sito protetto;
perchè, in concorso fra loro (nelle rispettive qualità) e in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in un’area tutelata dal Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il Paesaggio (P.U.T.T.) della Regione Puglia approvato con deliberazione della Giunta Regionale 15.12.2000 n. 1748 e da quel Piano inserita nell’Ambito Territoriale Esteso di valore “rilevante“ “B” e “distinguibile” “C” (perché zona ambientale protetta e zona umida dalla Basilica della Madonna dei Martiri del Comune di Molfetta fino ai margini dell’ambito costruito del Comune di Bisceglie, lungo la linea di costa) nonchè assoggettata a:
1. vincolo storico paesaggistico ex lege 1497/1939 apposto a tutela dell’assetto paesaggistico del porto, delle banchine e delle aree limitrofe al sito Madonna dei Martiri;
2. vincolo ambientale-naturalistico perché parzialmente ricadente nel sito di importanza comunitaria (SIC) n. 9120009 denominato “Posidonieto San Vito – Barletta”;
3. vincolo idrologico derivante dalla lama “Marcianise”.

Questa è solo una minima parte dell’impianto accusatorio che riguarderà anche la discussa transazione di euro 7.800.000.00 tra il Comune di Molfetta e l’appaltatrice A.T.I. (Cooperativa Muratori & Cementisti (C.M.C.)  la Società Italiana (SIDRA) s.p.a.  e l’Impresa Pietro Cidonio s.p.a.;  la mancata bonifica delle aree portuali prima  della consegna delle stesse; le mancate analisi e caratterizzazione dei fondali interessati ai dragaggi; il contenuto della “colmata”; la distrazione di fondi ministeriali e tante altre accuse mosse dalla Procura di Trani.

Processo sul porto di Molfetta, si è concluso il lungo esame del Lgt. della Guardia di Finanza Roberto Serafino

Si è tenuta oggi una nuova udienza per il processo sul nuovo porto di Molfetta. Nelle ultime udienze si è proceduto all’esame del Luogotenente Roberto Serafino in servizio presso il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bari, Sezione Anticorruzione, autore di diverse e corpose informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari. Una lunga narrazione dalla genesi dell’inchiesta e dall’analisi delle forniture, il dubbio sulla qualità del materiale che giungeva in cantiere, la mancata tutela del posidonieto d’interesse comunitario, le ispezioni nelle cave, le fasi dei dragaggi e i ritardi delle relative autorizzazioni, i reati ambientali, il mancato rispetto delle prescrizioni ministeriali, la presenza di ordigni e l’occultamento di parte di essi, e tanto altro ancora. Nella prossima udienza, prevista per il prossimo 23 aprile, è previsto il contro-esame del  teste Roberto Serafino da parte degli avvocati delle parti civili del Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, della Regione PugliaComune di Molfetta, della LegambienteCircolo di Molfetta” e del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre (Comitato Bonifica Molfetta) e dei difensori degli imputati

Dopo la sentenza breve del 5 marzo scorso, escono di scena cinque imputati; Barbara Luca, Didone Maurizio, Mattiello Giuseppe per alcuni reati andati in prescrizione e l’estinzione del reato per morte di Matteucci Massimo e Scrimieri Pietro, ora il processo continua nei confronti di 36 imputati e non più 41.

Riteniamo degna di nota la prescrizione dei reati dell’ex Tenente Giuseppe Mattiello, oggi Capitano, che era stato rinviato a giudizio con Vincenzo Balducci (per Mattiello i reati sono prescritti, invece Balducci ha rinunciato alla prescrizionein relazione ai reati di cui agli artt. 317 (entrambi), 378 (solo il Mattiello) c.p., 196, commi 1 e 2, c.p.m.p. (solo il Mattiello), perché, entrambi pubblici ufficiali. 

Il Mattiello, quale ex Comandante della Tenenza G.d.F. di Molfetta e il secondo, quale dirigente del Settore dei Lavori Pubblici del Comune di Molfetta, abusando delle rispettive qualità e poteri, tenevano le seguenti condotte minatorie con le quali costringevano e, comunque, inducevano i marescialli della Guardia di Finanza Giuseppe Ciullo e Pio Crispino, entrambi in servizio presso la Tenenza G.d.F. di Molfetta ed impegnati in attività di polizia giudiziaria presso il cantiere del nuovo porto commerciale di Molfetta, a non proseguire oltre negli accertamenti relativi alla natura del materiale inerte che, in quel momento, stava per essere scaricato nel predetto cantiere da n. 6 automezzi pesanti a cura della ditta DELL’ERBA Gaetano di Trani:

– il Mattiello, sopraggiunto in borghese nel corso dei controlli ed urlando, proferiva le seguenti parole nei confronti dei suoi inferiori di grado “sono cazzi vostri, qua nessuno vi ha autorizzati! “, così anche offendendo l’onore, il prestigio e la dignità dei predetti sottoposti marescialli;
– il Balducci, sopraggiunto nel cantiere nel corso dei controlli, proferendo nei confronti degli ufficiali di polizia giudiziaria operanti le seguenti parole (al Ciullo) “andate via che qua c’è Roma dietro!” -così implicitamente minacciando ritorsioni da parte del Sindaco di Molfetta Antonio Azzollini, Senatore della Repubblica e comunque da parte del Governo Centrale – e (al Crispino) “ fate attenzione che questa è una cosa più grande di voi! ”.
Il Mattiello, inoltre, con la condotta minatoria di cui sopra impediva il sequestro probatorio di iniziativa degli automezzi pesanti (che si dileguavano con il loro contenuto da analizzare) e, in tal modo, aiutava i responsabili dei probabili reati di cui all’art. 356 c.p e di cui all’art. 256 D. Lvo n. 152 del 2006 ad eludere le investigazioni dell’autorità  (In Molfetta il 12.6.2008).

Giova qui riportare quanto riferito all’allora P.M. Michele Ruggiero dal Maresciallo Capo Giuseppe Ciullo e dal Maresciallo Capo Pio Crispino (in data 09.02.2010; fogli 185 e 190 del fascicolo n. 1592-2009) in relazione a quanto accadde quel 12.6.2008:

  • CIULLO Giuseppe: “Da almeno un mese prima di quell’intervento io ed il collega Crispino assistevamo al continuo passaggio davanti alla nostra caserma, vicina al cantiere di cui ho detto, di mezzi pesanti che, privi di teli di copertura, trasportavano rocce e terriccio che si disperdeva in nubi di polvere sollevandosi dai cassoni”;
  • CRISPINO Pio: “Ricordo che quell’indagine era stata da me intrapresa a seguito di attività info-investigativa che mi aveva riferito di frodi nella pubblica fornitura dei materiali impiegati nella realizzazione dei lavori suddetti (lavori il cui cantiere si trovava assai vicino alla nostra caserma). In particolare avevamo appreso che la ditta che doveva fornire il materiale lapideo da posare in banchina, c.d. tout venant, in realtà forniva a C.M.C. (aggiudicatrice dell’appalto) terriccio e pietre di scarto rivenienti da cumuli di scarti in discariche dimesse: detto materiale, di basso costo e qualità e comunque inidoneo all’esecuzione delle opere in corso ed appaltate, avevo visto viaggiare su mezzi pesanti privi di teloni di copertura; avevamo avuto modo di vedere direttamente (perché passavano più volte al giorno dinanzi alla caserma) nuvole di polvere rossa alzarsi dai cassoni in transito (decine di camion al giorno per almeno un mese, prima del nostro intervento del 12/6/2008), ma anche scaricare quella mistura di terra, sabbia e pietra, qualificabile come rifiuto speciale, direttamente in mare: una volta scaricato in mare, la pala meccanica immergeva il braccio meccanico nello specchio acqueo (frattanto diventato rossastro come il colore argilloso riversato) e letteralmente dilavava il materiale che veniva poi sparso in banchina e compattato: era un’attività che veniva fatta quotidianamente. Io stesso seguii uno dei mezzi pesanti nel tragitto dal cantiere alla cava e filmai con delle riprese h24  il carico di quel materiale – ripeto qualificabile come rifiuto – presso una cava dimessa in agro di Bisceglie: carico prelevato da una montagnola di rifiuti costituenti scarti di roccia. Era netta la differenza di quei materiali rispetto a quelli in precedenza forniti alla CMC dalla ditta Di Salvo che effettuava carichi di pietra bianca sempre dello stesso colore, su mezzi muniti di copertura e senza dispersione in atmosfera di pulviscolo.”
  • CIULLO Giuseppe: “Sul posto erano presenti n. 6 mezzi pesanti carichi di terra e roccia condotti da sei soggetti che provvedemmo ad identificare; rilevammo che vi erano eccedenze di diversi quintali sul peso massimo consentito sui convogli e per questo due militi condussero i trasportatori nella vicina caserma per la redazione delle contravvenzioni. Io ed il mar.llo Crispino unitamente al prof. Laricchiuta restammo sul cantiere e facemmo ingresso nel container adibito ad ufficio dove a riceverci vi era il direttore Barbara Luca che ci esibì i documenti di trasporto della merce caricata sui mezzi che noi bloccammo per accertamenti sulla natura e composizione del materiale caricato. Avrebbe dovuto trattarsi di fornitura di c.d. “tout venant” mentre appariva ictu oculi, a vista, che si trattava di mistura di terriccio, pietre: gli stessi rapporti di prova che risultavano rilasciati dal prof. Nuovo in relazione ad alcuni carichi evidenziavano la natura del carico in termini non già di tout venant ma – come io e Crispino avevamo direttamente visionato – rifiuti speciali (terra argillosa e rocce) che la pala meccanica vedevamo spargeva sul molo facendo sollevare nubi di polvere rossa. Poiché, quindi, appariva evidente che eravamo al cospetto di rifiuti speciali inidonei alle opere in via di esecuzione, trasportati (quindi gestiti) senza le prescritte autorizzazioni e f.i.r. ed infine abusivamente scaricati in mare e sparpagliati per terra, era evidente che eravamo al cospetto della consumazione del reato di gestione abusiva dei rifiuti e di discarica abusiva e che era nostra intenzione valutare se procedere ad un sequestro preventivo”;
  • CRISPINO Pio: “Ebbene, a seguito di dette mie preliminari indagini decidemmo di intervenire sul cantiere il 12/6/2008 unitamente al collega Ciullo ed ai graduati Salzano, Pretorino e Lucia. La verifica era da noi effettuata al fine di confermare ulteriormente i nostri sospetti su violazioni della normativa ambientale con riguardo ai materiali utilizzati per il riempimento del tratto terminale della “banchina giorno”. Giungemmo sul cantiere unitamente all’ausiliario di p.g. prof. Laricchiuta ed al tecnico di prevenzione dell’ASL dr.ssa Giovine. Sul posto erano presenti n. 6 mezzi pesanti carichi di terra e roccia condotti da sei soggetti che provvedemmo ad identificare; rilevammo che vi erano eccedenze di diversi quintali sul peso massimo consentito sui convogli e per questo due militi condussero i trasportatori nella vicina caserma per la redazione delle contravvenzioni. Io ed il mar.llo Ciullo unitamente al prof. Laricchiuta restammo sul cantiere e facemmo ingresso nel container adibito ad ufficio dove a riceverci vi era il direttore Barbara Luca che ci esibì i documenti di trasporto della merce caricata sui mezzi che noi bloccammo per accertamenti sulla natura e composizione del materiale caricato. Dalla documentazione mostrataci dal Barbara Luca il materiale lapideo che doveva essere oggetto di fornitura era del tipo c.d. “tout venant” mentre appariva ictu oculi, a vista, che si trattava di mistura di terriccio rosso e pietrame: gli stessi rapporti di prova che risultavano rilasciati dal prof. Nuovo in relazione ad alcuni carichi evidenziavano la natura del carico in termini non già di tout venant ma – come avevo direttamente visionato – rifiuti speciali (terra argillosa e rocce). Poiché, quindi, appariva evidente che eravamo al cospetto di rifiuti speciali inidonei alle opere in via di esecuzione, trasportati (quindi gestiti) senza le prescritte autorizzazioni e f.i.r. ed infine abusivamente scaricati in mare e sparpagliati poi per terra, era evidente che il reato che si andava delineando era quello di gestione abusiva di rifiuti e di discarica abusiva e che era nostra intenzione valutare se procedere ad un sequestro preventivo.”

Era stato ascoltato dal P.M. Michele Ruggiero anche il chimico prof. Onofrio LARICCHIUTA (cfr. foglio 193 del fascicolo n. 1592-2009) che ha dichiarato testualmente:
Sono chimico di professione dal 1986, iscritto all’Albo dei consulenti presso il Tribunale di Bari e ho in molte occasioni ricevuto ed espletato incarico di consulente per le Procure della Repubblica, specialmente in materia di rifiuti…….Omissis……. Fu il 12/6/2008, se mal non ricordo, che facemmo il sopralluogo sul cantiere e lì notai che vi erano dei camion carichi di terra e roccia: da una prima visione emergeva con evidenza che non si trattava di tout venant e che erano rocce e terreno; peraltro, notai che quel materiale appena veniva scaricato in mare produceva una colorazione rossastra molto evidente dello specchio acqueo che riceveva il materiale: reazione che assolutamente non si sarebbe verificata in caso di scarico di tout venant.

Processo Porto di Molfetta, escono di scena alcuni imputati per avvenuta prescrizione dei reati

Dopo quella del 22 gennaio si è tenuta ieri, presso il Tribunale di Trani, un’altra udienza fiume del processo sui presunti illeciti commessi per la costruzione del porto commerciale di Molfetta. Il collegio sindacale presieduto dalla dott.ssa Marina Chiddo e dai giudici a latere, dott.sse Laura Cantore e Sara Pedone che si è pronunciato sulla proposta del PM dott. Giovanni Lucio Vaira di stralciare le posizioni di alcuni imputati che escono dalla scena processuale per intervenuta prescrizione dei reati a loro contestati. Quindi, sentenza breve e immediata per loro. L’ex senatore e ex sindaco di Molfetta, Antonio Azzollini, e l’ex dirigente ai Lavori pubblici del Comune, Vincenzo Balducci, avendo rinunciato alla prescrizione, per alcuni reati contestati loro, continuano a rimanere nel processo. Nessuna eccezione da parte delle parti civili presenti, ovvero del Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, della Regione Puglia, della LegambienteCircolo di Molfetta” e del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre (Comitato Bonifica Molfetta), queste ultime due rappresentate dall’Avv. Annamaria Caputo.

Grande assente la parte civile del Comune di Molfetta.

Dopo questo alleggerimento processuale, l’aula ha continuato ad ascoltare il luogotenente Roberto Serafino in servizio presso il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bari, Sezione Anticorruzione, autore di diverse informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari.

Il luogotenente Serafino, sollecitato dal pm Vaira, ha continuato a ripercorrere le fasi più salienti dell’indagine sul nuovo porto di Molfetta. La sua lunga e dettagliata escussione parte dall’origine del Procedimento Penale 1592/09, rappresentata da una segnalazione della autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di Roma, una segnalazione inviata alla Procura Generale alla Corte d’Appello di Bari e alla Corte dei Conti, che trasmetteva poi la stessa segnalazione per competenza alla Procura di Trani.

L’autorità per la vigilanza sui contratti pubblici era stata sollecitata da una segnalazione della Società Italiana per Condotte d’Acqua di Roma, la quale evidenziava all’Autorità l’irregolarità del bando di gara e del disciplinare di gara indetto per l’ampliamento del porto commerciale di Molfetta.

Nello specifico si prevedevano delle clausole limitative della concorrenza ovvero sia il bando che il disciplinare prevedevano il possesso di determinate attrezzature quali delle particolari draghe e il possesso anche, la disponibilità di cave ove smaltire i prodotti che residuavano dall’attività di dragaggio dei fondali; soprattutto con riferimento alle draghe, ipotizzava la società Italiana per Condotte d’Acqua che, essendo delle draghe molto particolari, ve ne fossero pochissime al mondo e quindi sostanzialmente avrebbe vinto e si sarebbe aggiudicata la gara la società che riusciva ad ottenere la disponibilità di queste draghe.

La draga D’Artagnan non è mai arrivata a Molfetta e la Direzione Vigilanza Lavori avviò un’attività di monitoraggio dell’attività svolta in cantiere mediante delle richieste di documentazione rivolta alla stazione appaltante al Comune di Molfetta e, successivamente, furono eseguite delle ispezioni dirette in cantiere avvalendosi anche della collaborazione del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza di Roma. All’esito di queste ispezioni in cantiere si rilevarono diverse illegittimità. E poi il Luogotenente Serafino attraverso la lettura di numerosissime intercettazioni telefoniche ha ripercorso tutte le attività d’indagine sulla perizia di variante e della realizzazione del “pennello  sperone”, i dubbi sulla qualità dei materiali lapidei usati non corrispondenti al capitolato d’appalto, la mancata protezione e tutela del Posidonieto, sito d’interesse Comunitario, la dubbia provenienza dei massi dalle cave non autorizzate, i sub appalti avvenuti e non comunicati alle autorità di controllo e tanti altri illeciti.

La prossima udienza è prevista per il prossimo 19 Marzo per completare l’escussione del Luogotenente Serafino e l’eventuale controesame delle difese e delle parti civili.

Al processo per il nuovo porto di Molfetta, 6 parti civili contro i 41 imputati

fonte: http://edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it di  – Antonello Norscia

Sono sei le parti civili che possono sedere nel processo sui presunti illeciti nella costruzione del nuovo porto commerciale di Molletta. Al Comune ed alla Regione Puglia, già ammesse in sede di udienza preliminare dal gup del Tribunale di Trani Francesco Messina, si aggiungono ministero dell’Ambiente, ministero dell’Interno, Legambiente e Comitato per la Bonifica dell’area portuale. Non hanno avuto breccia, dunque, le eccezioni mosse dalle difese degli imputati che, per varie ragioni, si erano opposte alla loro ammissione.

Ieri pomeriggio, il Tribunale di Trani ha ammesso tutte le richieste di costituzione di parte civile, limitando però la futura eventualità di chiedere risarcimento nei confronti degli imputati-persone fisiche e non anche di enti-società imputati come persone giuridiche. Ammesse anche le richieste istruttorie avanzate dalle diverse parti processuali. Il protrarsi della camera di consiglio e l’impegno del collegio giudicante in altri processi ha fatto slittare le audizioni dei primi testi indicati dalla Procura.

Si tornerà quindi in aula il 22 gennaio per ascoltare il luogotenente del Nucleo di polizia tributaria di Bari della Guardia di Finanza di Bari Roberto Serafino, autore di diverse informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari. Sono 41 gli accusati tra cui il senatore ed ex sindaco Antonio Azzollini, ieri presente in Tribunale. Imputati a vario titolo figure apicali del Comune e di importanti società (Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna; Società Consortile Molfetta Newport; Società Italiana Dragaggi SpA; Fantozzi Group Srl; Spa Pietro Cidonio, tutte con sede a Roma) nonché alcune maestranze interessate ai faraonici lavori costati 147 milioni di euro: più del doppio rispetto ai 72 inizialmente previsti.

Fiumi di soldi pubblici piovuti con varie leggi di finanziamento dal 2001 in poi ma che, secondo quanto ipotizzò la Procura, sarebbero serviti, sotto mentite spoglie, anche a ripianare buchi di bilancio del Comune. A seconda delle presunte rispettive responsabilità sono stati contestati i reati di associazione per delinquere (accusa mossa anche ad Azzollini) finalizzata a delitti contro il patrimonio, la fede pubblica e la pubblica amministrazione; abuso d’ufficio (tentato e consumato), falso, truffa, omissioni d’atti d’ufficio, frode in pubbliche forniture, minaccia a pubblico ufficiale, favoreggiamento, concussione, danneggiamento, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi, violazioni della normativa ambientale, del testo unico sull’edilizia, del Codice del paesaggio e della disciplina speciale per la bonifica da ordigni bellici. La costruzione del nuovo porto sarebbe stata costellata da una serie di illeciti. Non ultimi quelli di natura ambientale, considerato che sui fondali giacevano diverse bombe.

Il prossimo 8 Gennaio il via al processo sulla costruzione del nuovo Porto di Molfetta

Quella dell’11 dicembre è stata l’udienza delle eccezioni preliminari da parte delle difese degli imputati; dalI’inutilizzabilità di alcuni atti di indagine, alla mancata disponibilità di alcuni atti da parte delle difese. Anche se il collegio giudicante non era composto dai giudici effettivi definitivi, sono state verbalizzate tutte le eccezioni in modo che nella prossima udienza prevista per l’8 Gennaio 2018 si possa entrare nel vivo del “processo porto”.

Tra le varie eccezioni preliminare è stata ribadita l’inammissibilità della costituzione del Comune di Molfetta come parte civile rappresentata dall’Avv. Raffaele Marciano con delibera del Commissario Straordinario n. 32 del 28.9.2016.  L’Avv. Marciano non era presente alle precedenti udienze quando è stata presentata l’istanza di costituzione di parte civile; in quella sede era stato sostituito dall’ Avv. Andrea Calò; sembrerebbe che proprio questa delega personale fatta dal Marciano non sia ritenuta legittima dall’Avv. Petruzzella, legale di Antonio Azzollini e De Bari Giuseppe.

Nella prossima udienza il collegio giudicante sarà presieduto, probabilmente, dalla dott.ssa Marina Chiddo, proveniente dal Tribunale di Bari. Nel frattempo l’accusa è rappresentata da un nuovo, pm Lucio Vaira, che sostituisce  i pm Antonio Savasta e  Michele Ruggiero.

Nell’udienza di Gennaio si deciderà anche sulle istanze di costituzione di parte civile da parte del Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, Regione Puglia, della “Legambiente” Circolo di Molfetta e del Comitato Bonifica Molfetta (COMITATO CITTADINO PER LA BONIFICA MARINA A TUTELA DEL DIRITTO ALLA SALUTE E ALL’AMBIENTE SALUBRE), rappresentate dall’Avv. Annamaria Caputo. 

La costruzione del nuovo porto sarebbe stata costellata da una serie di illeciti che hanno fatto lievitare i costi da 72 a 147 milioni di euro. Ad Ottobre 2013 l’indagine condotta da Corpo Forestale dello Stato e Guardia di Finanza sfociò negli arresti domiciliari del responsabile unico del procedimento del Comune Vincenzo Balducci e del procuratore speciale della C.M.C. di Ravenna, nonché direttore tecnico d’appalto, Giorgio Calderoni: poi tornati in libertà. Il cantiere fu sottoposto a sequestro preventivo dal gip Francesco Zecchillo. Poi la riconsegna al Comune per ultimare, a sue spese, i lavori di bonifica e sicurezza avviati dal Servizio Difesa Antimezzi Insidiosi sotto il controllo della Procura e dell’amministratore giudiziale.

Gli imputati finiti a processo devono rispondere – a vario titolo – di associazione per delinquere, falso, abuso d’ufficio, rifiuto di atti d’ufficio, truffa, frode in pubbliche forniture, violazioni ambientali e paesaggistiche e della disciplina speciale per la bonifica da ordigni bellici, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi.

Questo l’elenco completo dei 41 imputati (36 fisiche e 5 giuridiche) rinviati a giudizio (nessuno degli imputati ha chiesto il patteggiamento o il rito abbreviato):

Antonio Azzollini, ex sindaco di Molfetta ed ex presidente della commissione bilancio del Senato;

Vincenzo Balducci, responsabile unico del procedimento;

Giuseppe Domenico De Bari, dirigente del settore economico-finanziario del Comune di Molfetta;

Giuseppe Antonelli, responsabile del servizio di prevenzione e protezione della Molfetta Newport Scarl;

Luca Barbara, direttore tecnico del cantiere portuale;

Pasquale Botta, autista della ditta «Dell’Erba Gaetano» subappaltatrice della Srl Fantozzi Group;

Giorgio Calderoni, procuratore speciale della Cmc in qualità di direttore tecnico d’appalto;

Alfio Capraro, capo cantiere della Fantozzi Group Srl;

Maurizio Cavalieri, dipendente della Cmc;

Pierre Catteau, procuratore speciale della Sidra;

Domenico Corrieri, dirigente pro tempore del settore affari generali del Comune di Molfetta;

Silvestro Costa, dipendente della Cmc;

Nicola Cuccovillo, collaboratore esterno della direzione lavori con funzioni di direttore operativo;

Daniele Defendi, direttore dei lavori di dragaggio condotti dalla Sidra;

Gaetano Dell’Erba, titolare dell’omonima ditta in qualità di fornitore e trasportatore del materiale inerte da cava;

Giuseppe Dell’Erba, amministratore di fatto della ditta Dell’Erba Gaetano;

Giuseppe De Pinto, geometra presso il settore lavori pubblici del Comune di Molfetta;

Maurizio Didonè, responsabile del servizio di prevenzione e protezione della Molfetta Newport;

Michele Ettorre, capocantiere e responsabile di produzione della Sidra;

Massimo Fantozzi, legale rappresentante della Fantozzi Group Srl;

Dario Foschini e Francesco Giuffrida, presidenti del CdA della Molfetta Newport;

Franco Grimaldi, legale rappresentante dell’Idrotec Srl;

Giuseppe Grondona, direttore tecnico e procuratore speciale della Spa Pietro Cidonio;

Gerardo Lavolpe, dipendente della Fantozzi Group Srl;

Roberto Leonardi, presidente del CdA della Molfetta Newport;

Gianluca Loliva, componente dell’ufficio della direzione dei lavori con incarico di direttore operativo;

Carlo Alberto Marconi, direttore tecnico e procuratore speciale della Sidra;

Massimo Matteucci, presidente del CdA della Cmc;

Giuseppe Mattiello, finanziere;

Osvaldo Mazzola, amministratore unico della SpA Cidonio;

Gian Luca Menchini, presidente del CdA della Molfetta Newport;

Michele Mezzina, componente del collegio dei revisori dei conti del Comune di Molfetta;

Carlo Parmigiani, direttore tecnico della Cmc;

Pietro Scrimieri, componente dell’ufficio della direzione lavori con funzione di coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione;

Paolo Turbolente, legale rappresentante della Srl Acquatecno di Roma;

Piergiorgio Zannini, titolare dell’omonima ditta per l’attività di bonifiche subacque da ordigni esplosivi e residuati bellici con sede legale a La Spezia.

Questi, invece, le 5 società interessate ai lavori portuali: Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna; Società Consortile Molfetta Newport; Società Italiana Dragaggi SpA (Sidra); Fantozzi Group Srl e Spa Pietro Cidonio, tutte con sede a Roma.

A pochi giorni dal voto, giunge il dissequestro del porto commerciale

www3.corpoforestale.it

Militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bari ed appartenenti al Comando Provinciale del Corpo Forestale dello Stato di Bari, di Ravenna e Reparti dipendenti hanno eseguito nelle prime ore di questa mattina 2 ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari emessi dal G.I.P. del Tribunale di Trani, su richiesta della Procura della Repubblica a quella sede, nei confronti dell’ex dirigente del settore Lavori Pubblici del Comune di Molfetta (BA) e di un imprenditore – rappresentante, in qualità di procuratore speciale, della Cooperativa Muratori & Cementisti C.M.C. con sede in Ravenna – entrambi responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, reati contro la fede pubblica, frode in pubbliche forniture, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
Sequestrata l’area destinata al nuovo porto di Molfetta per un valore di 42 milioni di euro circa nonché la residua somma di finanziamento pubblico (pari a 33 milioni di euro) non ancora utilizzata dal Comune di Molfetta.
Le misure cautelari giungono al termine di un’indagine avviata nel 2010 dalla Procura della Repubblica di Trani sulla gestione delle procedure relative all’appalto integrato per la realizzazione del nuovo porto commerciale marittimo di Molfetta.
L’attività di polizia giudiziaria ha preso le mosse da una segnalazione dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di Lavori, Servizi e Forniture di Roma diretta alla Procura della Repubblica di Trani concernente presunte irregolarità relative al predetto appalto d’opera con cui venivano ipotizzate alcune limitazioni della concorrenza nel bando di gara predisposto dalla stazione appaltante (Comune di Molfetta).
Sulla base dei fatti e delle circostanze denunciate dall’Autority, venivano avviate immediate investigazioni, sviluppatesi attraverso acquisizione documentali presso uffici pubblici, l’escussione di persone informate sui fatti, ricognizioni di luoghi, perquisizioni di società nonché intercettazioni telefoniche, che consentivano di far luce sulle irrituali modalità di aggiudicazione della commessa pubblica in questione da parte del Comune di Molfetta.
Le indagini hanno messo in evidenza come un ingente fiume di denaro pubblico sia stato veicolato a favore del Comune di Molfetta per la realizzazione della diga foranea e poi del nuovo porto commerciale, grazie ad una serie di atti illegittimi ed illeciti, di interferenze amministrative e di condotte fraudolente che hanno provocato l’esborso complessivo di circa di 83 mln. di euro (a fronte di un valore totale dell’opera, quantificato in 72 mln. di euro ed a fronte invece di un impegno finanziario complessivo, sin ora preso, pari a 147 mln. di euro); e senza che l’opera sia stata realizzata e senza speranza di conclusione, nei termini previsti, considerata la presenza massiccia di ordigni residuati bellici nei fondali marini oggetto dei lavori.
L’operazione trae origine da un appalto del 2006 per la realizzazione di opere foranee e del Porto Commerciale di Molfetta affidato dal Comune ad un’ A.T.I. (Associazione Temporanea di imprese) costituita da Cooperativa Muratori & Cementisti C.M.C. di Ravenna, SIDRA S.p.A. di Roma e Impresa Pietro CIDONIO S.p.A. di Roma.
Le indagini hanno fatto emergere come il costo dell’opera sia stato (tutto compreso) quantificato in 72 mln di euro. A fronte di ciò, però, l’impegno complessivo pubblico (dapprima regionale poi statale) è stato previsto per un totale di 147 mln. di euro a seguito di varie leggi di finanziamento della stessa a partire dal 2001 e di ulteriori leggi di rifinanziamento a partire dal 2008. Incassati dal Comune 83 mln. di euro; la somma sin ora complessivamente e materialmente spesa per il porto è stata, invece, di circa 42 mln di euro.

Il Comune di Molfetta aveva quindi proceduto all’illegittima assegnazione di parte della commessa in argomento al fine di:
–     destinare al pagamento delle spese correnti le disponibilità economiche rinvenienti dai finanziamenti e dalle erogazioni statali concesse con la specifica e vincolata destinazione al pagamento dei lavori di completamento della diga foranea e di ampliamento del porto commerciale;
–     far risultare nei bilanci di previsione un fittizio equilibrio economico-finanziario dell’Ente comunale attestando falsamente il rispetto del “patto di stabilità” da parte del Comune medesimo assicurando quindi la stessa sopravvivenza finanziaria del Comune di Molfetta evitando il rischio default.
Ciò avveniva, come dimostrato dalle indagini svolte, attraverso l’alterazione della veridicità delle spese correnti proprie dell’Ente comunale, a tal fine usando l’artificio contabile di scrivere nel capitolo di bilancio in conto capitale relativo ai finanziamenti statali erogati per il completamento della diga foranea di Molfetta e per l’ampliamento del porto commerciale spese non riferibili a tale titolo e non pertinenti ad esso (e pertanto da imputarsi in conto spese correnti).

In pratica, l’incondizionata disponibilità finanziaria pervenuta, fin dal 2001, in capo al Comune si è tradotta in una sorta di gestione del potere pubblico-finanziario nel consapevole ed illegittimo utilizzo dei fondi pubblici (destinati per legge esclusivamente ai lavori di prosecuzione ed ampliamento della diga foranea e del porto), appostandoli in bilancio in modo da far apparire il pareggio dello stesso, il formale adempimento del patto di stabilità e quindi la stessa sopravvivenza finanziaria del comune di Molfetta, evitando il rischio default.

In tale contesto si innesta la nota e storica vicenda degli ordigni bellici che ancora si addensano su buona parte del fondale dell’area portuale di Molfetta ivi compresa quella interessata dall’esecuzione dei suddetti lavori e che di fatto hanno reso e rendono impraticabile l’esecuzione degli stessi.

Invero, il Comune di Molfetta sin dal 2004 affidava ad una ditta specializzata un’attività dedicata di scandaglio dei fondali, interrotta nel 2005 proprio a causa della enorme concentrazione degli ordigni bellici presenti. 

Le indagini hanno dimostrato che la presenza di ordigni sul fondale del Porto, ben nota quindi alle parti contraenti ancor prima della consegna dei lavori, e oggettivo ostacolo alla realizzazione delle opere foranee, non ha dissuaso dall’attivare la citata gara d’appalto né, soprattutto, l’esecuzione dei lavori portuali senza una effettiva e preventiva bonifica dei fondali. Anzi, ad un certo punto dell’iter esecutivo è stata anche formalizzata un’onerosa transazione pari ad ulteriori 7,8 mln di euro – tratti dai fondi pubblici – per risarcire l’ATI appaltatrice del ritardo nell’esecuzione dei lavori stessi.

Inoltre, a causa di tali ostacoli, si è stati anche costretti a ridimensionare di parecchio l’intervento esecutivo, senza proporzionali riduzioni del compenso.
La vera attività di bonifica dei fondali iniziava solo nel luglio 2008 a cura di apposito nucleo della Marina Militare e cioè dopo la consegna alla citata A.T.I. dei lavori relativi al porto.

Nella complessa vicenda le indagini hanno, infine, riscontrato altri numerosi reati, tra cui una serie di illeciti ambientali e paesaggistici, consistenti nella  realizzazione di una discarica abusiva (cosiddetta “cassa di colmata”) all’interno dell’area di cantiere del porto – nella quale sono presenti numerosi ordigni bellici rimossi durante le operazioni di dragaggio del fondale non smaltiti secondo la normativa vigente, nonché materiali di risulta delle opere di scavo sottomarino in violazione della normativa che regola la gestione dei rifiuti (D. Lgs. n.152/2006), nonché del T.U. dell’edilizia (D.P.R. n.380/2001), del codice del Paesaggio (D. Lgs n.42/2004) e della disciplina speciale in tema di bonifica da ordigni bellici.

Nel corso delle indagini venivano infine accertati numerose gravi violazioni alle norme poste a tutela del patrimonio ambientale e paesaggistico. Il Comune di Molfetta al fine di conseguire i finanziamenti aveva falsamente asserito l’inesistenza sull’area portuale di vincoli imposti dalla normativa europea e nazionale in tema di ambiente e paesaggio. L’area interessata dagli interventi insisteva, infatti, in una zona tutelata dal Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il Paesaggio (P.U.T.T.) della Regione Puglia poiché area ambientale protetta nonché assoggettata sia a vincolo storico-paesaggistico che ambientale-naturalistico, in parte ricadente nel sito di importanza comunitaria denominato “Posidonieto San Vito – Barletta”.

Si evidenziato come, il percorso compiuto dal Comune per ottenere i detti finanziamenti, passava anche attraverso l’asserita inesistenza, sull’area portuale molfettese, di vincoli imposti dalla normativa europea e nazionale in tema di ambiente e paesaggio con particolare riferimento ai S.I.C. – Siti di Importanza Comunitaria (Rete Natura 2000-Direttiva Habitat) tesi alla tutela di habitat naturali quali sono le acque portuali molfettesi ricche di colonie di alga poseidonia.

A fronte dell’attività investigativa sono, come detto, state tratte in arresto (ai domiciliari) due dei responsabili (l’ex dirigente comunale Vincenzo Balducci) ed il procuratore speciale della C.M.C. nonché direttore di cantiere Giorgio Calderoni.

E’ stato inoltre eseguito il sequestro dell’area destinata al nuovo porto e la somma residua di uno dei mutui della Cassa Depositi e Prestiti destinati al finanziamento dell’opera.

MOLFETTA, LA TRUFFA DEL PORTO

La legge sugli ecoreati rischia di essere bloccata

Come bloccare una legge giusta

di Roberto Saviano – espresso.repubblica.it

Seguiamo l’iter tortuoso di un disegno di legge che farebbe bene al nostro paese. Seguiamolo per capire come accade che nel lavoro alle Camere su un disegno di legge si riescano a far entrare tali e tanti interessi da renderlo imperfetto pur se necessario. Seguiamolo per capire come tra Camera e Senato si arenino le migliori intenzioni. Seguiamolo per capire come dovremmo essere coinvolti sempre, perché solo il nostro sguardo e la nostra attenzione possono davvero richiamare all’ordine chi lavora per noi e per nessun altro. E chiediamo, infine, ai parlamentari uno slancio di responsabilità perché dimostrino di sapere quali sono gli interessi che devono tutelare.

Nel 1994 Legambiente pubblicò la prima edizione del Rapporto Ecomafia con l’obiettivo di inserire i reati ambientali nel codice penale. Dopo 21 anni i reati ambientali potrebbero entrare nel codice penale perché presenti in un disegno di legge promosso da tre partiti (Pd, M5S e Sel), approvato alla Camera in prima lettura il 26 febbraio 2014 e al Senato in seconda lettura il 4 marzo 2015 (dopo un’estenuante discussione fatta per 12 mesi nella commissione Giustizia presieduta dal senatore Nitto Palma di Forza Italia e nella Commissione ambiente presieduta dal senatore Ncd Marinello, entrambi contrari all’inserimento degli ecoreati nel codice penale). «Se la legge sugli ecoreati venisse approvata», riferisce Legambiente, «inquinamento, disastro ambientale, traffico di materiale radioattivo, omessa bonifica e impedimento del controllo, fino a oggi considerati reati contravvenzionali e quindi di natura minore, diventerebbero delitti da codice penale e quindi sanzionati adeguatamente per la loro gravità e contrastati in modo molto più efficace. I tempi di prescrizione si raddoppierebbero e si potrebbero utilizzare anche strumenti d’indagine efficaci come le intercettazioni e l’arresto in flagranza, propri solo dei delitti e non dei reati minori». Sarebbe una svolta dopo vent’anni di informazione e lotta.

Ma non è sempre tutto semplice come appare e soprattutto per bloccare un disegno di legge basta trovare un cavillo, solo uno – che poi spesso cavillo non è – perché tutto rischi di arenarsi. Nel passaggio al Senato del disegno di legge sui reati ambientali, il senatore di Fi Antonio D’Alì propone l’inserimento di un emendamento che stabilisce il divieto dell’uso dell’air gun (una tecnica di ispezione dei fondali marini ad aria compressa, molto controversa a livello internazionale per gli impatti su cetacei e pesca).

Tutto normale, uno slancio ambientalista e nulla più, se non fosse che l’air gun ha scatenato in modo evidente le preoccupazioni delle società energetiche e che tra gli ultimi emendamenti presentati in Commissione Giustizia della Camera ce n’è uno di Fi che prevede l’abrogazione del divieto dell’uso dell’air gun. Quindi D’Alì al Senato ne chiede il divieto e due suoi colleghi di partito, probabilmente in disaccordo, chiedono la fine del divieto in Commissione Giustizia della Camera.

Ora, la Camera potrebbe decidere di approvare il ddl sugli ecoreati così com’è, ma ne dubito, perché verrà giudicato imperfetto. Sarà quindi modificato nuovamente e rimandato al Senato, per un quarto passaggio parlamentare dove probabilmente si arenerà definitivamente rendendo vano il ventennale lavoro di Legambiente, l’impegno di Libera e delle associazioni ambientaliste, di medici, studenti e di categoria, come Coldiretti, Cia, Federambiente, Kyoto Club e Aiab che hanno chiesto un intervento diretto di Matteo Renzi.

Se il Ddl sugli ecoreati verrà bloccato per tutelare le compagnie petrolifere, sarà l’ennesima dimostrazione che le persone chiamate a rappresentare i nostri interessi in realtà rappresentano unicamente quelli di chi può far loro favori e distribuire prebende. Ma se verrà bloccato sarà drammaticamente chiaro come funziona il Parlamento. Sarà evidente cosa accade lontano dai nostri occhi. E se questo accade ogni volta vuol dire che il percorso democratico, che il meccanismo democratico, si è inceppato.

Se quando puntiamo la lente di ingrandimento scorgiamo questo, quale fiducia resta? Quale fiducia anche in chi promette di voler cambiare tutto, ma alla prova dei fatti non riesce a comprendere le dinamiche di palazzo? Siamo in balia di politicanti di professione, siamo in balia di chi fa politica con cinismo. Di chi dà supporto alle ecomafie con leggerezza criminale.