Il prossimo 8 Gennaio il via al processo sulla costruzione del nuovo Porto di Molfetta

Quella dell’11 dicembre è stata l’udienza delle eccezioni preliminari da parte delle difese degli imputati; dalI’inutilizzabilità di alcuni atti di indagine, alla mancata disponibilità di alcuni atti da parte delle difese. Anche se il collegio giudicante non era composto dai giudici effettivi definitivi, sono state verbalizzate tutte le eccezioni in modo che nella prossima udienza prevista per l’8 Gennaio 2018 si possa entrare nel vivo del “processo porto”.

Tra le varie eccezioni preliminare è stata ribadita l’inammissibilità della costituzione del Comune di Molfetta come parte civile rappresentata dall’Avv. Raffaele Marciano con delibera del Commissario Straordinario n. 32 del 28.9.2016.  L’Avv. Marciano non era presente alle precedenti udienze quando è stata presentata l’istanza di costituzione di parte civile; in quella sede era stato sostituito dall’ Avv. Andrea Calò; sembrerebbe che proprio questa delega personale fatta dal Marciano non sia ritenuta legittima dall’Avv. Petruzzella, legale di Antonio Azzollini e De Bari Giuseppe.

Nella prossima udienza il collegio giudicante sarà presieduto, probabilmente, dalla dott.ssa Marina Chiddo, proveniente dal Tribunale di Bari. Nel frattempo l’accusa è rappresentata da un nuovo, pm Lucio Vaira, che sostituisce  i pm Antonio Savasta e  Michele Ruggiero.

Nell’udienza di Gennaio si deciderà anche sulle istanze di costituzione di parte civile da parte del Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, Regione Puglia, della “Legambiente” Circolo di Molfetta e del Comitato Bonifica Molfetta (COMITATO CITTADINO PER LA BONIFICA MARINA A TUTELA DEL DIRITTO ALLA SALUTE E ALL’AMBIENTE SALUBRE), rappresentate dall’Avv. Annamaria Caputo. 

La costruzione del nuovo porto sarebbe stata costellata da una serie di illeciti che hanno fatto lievitare i costi da 72 a 147 milioni di euro. Ad Ottobre 2013 l’indagine condotta da Corpo Forestale dello Stato e Guardia di Finanza sfociò negli arresti domiciliari del responsabile unico del procedimento del Comune Vincenzo Balducci e del procuratore speciale della C.M.C. di Ravenna, nonché direttore tecnico d’appalto, Giorgio Calderoni: poi tornati in libertà. Il cantiere fu sottoposto a sequestro preventivo dal gip Francesco Zecchillo. Poi la riconsegna al Comune per ultimare, a sue spese, i lavori di bonifica e sicurezza avviati dal Servizio Difesa Antimezzi Insidiosi sotto il controllo della Procura e dell’amministratore giudiziale.

Gli imputati finiti a processo devono rispondere – a vario titolo – di associazione per delinquere, falso, abuso d’ufficio, rifiuto di atti d’ufficio, truffa, frode in pubbliche forniture, violazioni ambientali e paesaggistiche e della disciplina speciale per la bonifica da ordigni bellici, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi.

Questo l’elenco completo dei 41 imputati (36 fisiche e 5 giuridiche) rinviati a giudizio (nessuno degli imputati ha chiesto il patteggiamento o il rito abbreviato):

Antonio Azzollini, ex sindaco di Molfetta ed ex presidente della commissione bilancio del Senato;

Vincenzo Balducci, responsabile unico del procedimento;

Giuseppe Domenico De Bari, dirigente del settore economico-finanziario del Comune di Molfetta;

Giuseppe Antonelli, responsabile del servizio di prevenzione e protezione della Molfetta Newport Scarl;

Luca Barbara, direttore tecnico del cantiere portuale;

Pasquale Botta, autista della ditta «Dell’Erba Gaetano» subappaltatrice della Srl Fantozzi Group;

Giorgio Calderoni, procuratore speciale della Cmc in qualità di direttore tecnico d’appalto;

Alfio Capraro, capo cantiere della Fantozzi Group Srl;

Maurizio Cavalieri, dipendente della Cmc;

Pierre Catteau, procuratore speciale della Sidra;

Domenico Corrieri, dirigente pro tempore del settore affari generali del Comune di Molfetta;

Silvestro Costa, dipendente della Cmc;

Nicola Cuccovillo, collaboratore esterno della direzione lavori con funzioni di direttore operativo;

Daniele Defendi, direttore dei lavori di dragaggio condotti dalla Sidra;

Gaetano Dell’Erba, titolare dell’omonima ditta in qualità di fornitore e trasportatore del materiale inerte da cava;

Giuseppe Dell’Erba, amministratore di fatto della ditta Dell’Erba Gaetano;

Giuseppe De Pinto, geometra presso il settore lavori pubblici del Comune di Molfetta;

Maurizio Didonè, responsabile del servizio di prevenzione e protezione della Molfetta Newport;

Michele Ettorre, capocantiere e responsabile di produzione della Sidra;

Massimo Fantozzi, legale rappresentante della Fantozzi Group Srl;

Dario Foschini e Francesco Giuffrida, presidenti del CdA della Molfetta Newport;

Franco Grimaldi, legale rappresentante dell’Idrotec Srl;

Giuseppe Grondona, direttore tecnico e procuratore speciale della Spa Pietro Cidonio;

Gerardo Lavolpe, dipendente della Fantozzi Group Srl;

Roberto Leonardi, presidente del CdA della Molfetta Newport;

Gianluca Loliva, componente dell’ufficio della direzione dei lavori con incarico di direttore operativo;

Carlo Alberto Marconi, direttore tecnico e procuratore speciale della Sidra;

Massimo Matteucci, presidente del CdA della Cmc;

Giuseppe Mattiello, finanziere;

Osvaldo Mazzola, amministratore unico della SpA Cidonio;

Gian Luca Menchini, presidente del CdA della Molfetta Newport;

Michele Mezzina, componente del collegio dei revisori dei conti del Comune di Molfetta;

Carlo Parmigiani, direttore tecnico della Cmc;

Pietro Scrimieri, componente dell’ufficio della direzione lavori con funzione di coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione;

Paolo Turbolente, legale rappresentante della Srl Acquatecno di Roma;

Piergiorgio Zannini, titolare dell’omonima ditta per l’attività di bonifiche subacque da ordigni esplosivi e residuati bellici con sede legale a La Spezia.

Questi, invece, le 5 società interessate ai lavori portuali: Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna; Società Consortile Molfetta Newport; Società Italiana Dragaggi SpA (Sidra); Fantozzi Group Srl e Spa Pietro Cidonio, tutte con sede a Roma.

A pochi giorni dal voto, giunge il dissequestro del porto commerciale

www3.corpoforestale.it

Militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bari ed appartenenti al Comando Provinciale del Corpo Forestale dello Stato di Bari, di Ravenna e Reparti dipendenti hanno eseguito nelle prime ore di questa mattina 2 ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari emessi dal G.I.P. del Tribunale di Trani, su richiesta della Procura della Repubblica a quella sede, nei confronti dell’ex dirigente del settore Lavori Pubblici del Comune di Molfetta (BA) e di un imprenditore – rappresentante, in qualità di procuratore speciale, della Cooperativa Muratori & Cementisti C.M.C. con sede in Ravenna – entrambi responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, reati contro la fede pubblica, frode in pubbliche forniture, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
Sequestrata l’area destinata al nuovo porto di Molfetta per un valore di 42 milioni di euro circa nonché la residua somma di finanziamento pubblico (pari a 33 milioni di euro) non ancora utilizzata dal Comune di Molfetta.
Le misure cautelari giungono al termine di un’indagine avviata nel 2010 dalla Procura della Repubblica di Trani sulla gestione delle procedure relative all’appalto integrato per la realizzazione del nuovo porto commerciale marittimo di Molfetta.
L’attività di polizia giudiziaria ha preso le mosse da una segnalazione dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di Lavori, Servizi e Forniture di Roma diretta alla Procura della Repubblica di Trani concernente presunte irregolarità relative al predetto appalto d’opera con cui venivano ipotizzate alcune limitazioni della concorrenza nel bando di gara predisposto dalla stazione appaltante (Comune di Molfetta).
Sulla base dei fatti e delle circostanze denunciate dall’Autority, venivano avviate immediate investigazioni, sviluppatesi attraverso acquisizione documentali presso uffici pubblici, l’escussione di persone informate sui fatti, ricognizioni di luoghi, perquisizioni di società nonché intercettazioni telefoniche, che consentivano di far luce sulle irrituali modalità di aggiudicazione della commessa pubblica in questione da parte del Comune di Molfetta.
Le indagini hanno messo in evidenza come un ingente fiume di denaro pubblico sia stato veicolato a favore del Comune di Molfetta per la realizzazione della diga foranea e poi del nuovo porto commerciale, grazie ad una serie di atti illegittimi ed illeciti, di interferenze amministrative e di condotte fraudolente che hanno provocato l’esborso complessivo di circa di 83 mln. di euro (a fronte di un valore totale dell’opera, quantificato in 72 mln. di euro ed a fronte invece di un impegno finanziario complessivo, sin ora preso, pari a 147 mln. di euro); e senza che l’opera sia stata realizzata e senza speranza di conclusione, nei termini previsti, considerata la presenza massiccia di ordigni residuati bellici nei fondali marini oggetto dei lavori.
L’operazione trae origine da un appalto del 2006 per la realizzazione di opere foranee e del Porto Commerciale di Molfetta affidato dal Comune ad un’ A.T.I. (Associazione Temporanea di imprese) costituita da Cooperativa Muratori & Cementisti C.M.C. di Ravenna, SIDRA S.p.A. di Roma e Impresa Pietro CIDONIO S.p.A. di Roma.
Le indagini hanno fatto emergere come il costo dell’opera sia stato (tutto compreso) quantificato in 72 mln di euro. A fronte di ciò, però, l’impegno complessivo pubblico (dapprima regionale poi statale) è stato previsto per un totale di 147 mln. di euro a seguito di varie leggi di finanziamento della stessa a partire dal 2001 e di ulteriori leggi di rifinanziamento a partire dal 2008. Incassati dal Comune 83 mln. di euro; la somma sin ora complessivamente e materialmente spesa per il porto è stata, invece, di circa 42 mln di euro.

Il Comune di Molfetta aveva quindi proceduto all’illegittima assegnazione di parte della commessa in argomento al fine di:
–     destinare al pagamento delle spese correnti le disponibilità economiche rinvenienti dai finanziamenti e dalle erogazioni statali concesse con la specifica e vincolata destinazione al pagamento dei lavori di completamento della diga foranea e di ampliamento del porto commerciale;
–     far risultare nei bilanci di previsione un fittizio equilibrio economico-finanziario dell’Ente comunale attestando falsamente il rispetto del “patto di stabilità” da parte del Comune medesimo assicurando quindi la stessa sopravvivenza finanziaria del Comune di Molfetta evitando il rischio default.
Ciò avveniva, come dimostrato dalle indagini svolte, attraverso l’alterazione della veridicità delle spese correnti proprie dell’Ente comunale, a tal fine usando l’artificio contabile di scrivere nel capitolo di bilancio in conto capitale relativo ai finanziamenti statali erogati per il completamento della diga foranea di Molfetta e per l’ampliamento del porto commerciale spese non riferibili a tale titolo e non pertinenti ad esso (e pertanto da imputarsi in conto spese correnti).

In pratica, l’incondizionata disponibilità finanziaria pervenuta, fin dal 2001, in capo al Comune si è tradotta in una sorta di gestione del potere pubblico-finanziario nel consapevole ed illegittimo utilizzo dei fondi pubblici (destinati per legge esclusivamente ai lavori di prosecuzione ed ampliamento della diga foranea e del porto), appostandoli in bilancio in modo da far apparire il pareggio dello stesso, il formale adempimento del patto di stabilità e quindi la stessa sopravvivenza finanziaria del comune di Molfetta, evitando il rischio default.

In tale contesto si innesta la nota e storica vicenda degli ordigni bellici che ancora si addensano su buona parte del fondale dell’area portuale di Molfetta ivi compresa quella interessata dall’esecuzione dei suddetti lavori e che di fatto hanno reso e rendono impraticabile l’esecuzione degli stessi.

Invero, il Comune di Molfetta sin dal 2004 affidava ad una ditta specializzata un’attività dedicata di scandaglio dei fondali, interrotta nel 2005 proprio a causa della enorme concentrazione degli ordigni bellici presenti. 

Le indagini hanno dimostrato che la presenza di ordigni sul fondale del Porto, ben nota quindi alle parti contraenti ancor prima della consegna dei lavori, e oggettivo ostacolo alla realizzazione delle opere foranee, non ha dissuaso dall’attivare la citata gara d’appalto né, soprattutto, l’esecuzione dei lavori portuali senza una effettiva e preventiva bonifica dei fondali. Anzi, ad un certo punto dell’iter esecutivo è stata anche formalizzata un’onerosa transazione pari ad ulteriori 7,8 mln di euro – tratti dai fondi pubblici – per risarcire l’ATI appaltatrice del ritardo nell’esecuzione dei lavori stessi.

Inoltre, a causa di tali ostacoli, si è stati anche costretti a ridimensionare di parecchio l’intervento esecutivo, senza proporzionali riduzioni del compenso.
La vera attività di bonifica dei fondali iniziava solo nel luglio 2008 a cura di apposito nucleo della Marina Militare e cioè dopo la consegna alla citata A.T.I. dei lavori relativi al porto.

Nella complessa vicenda le indagini hanno, infine, riscontrato altri numerosi reati, tra cui una serie di illeciti ambientali e paesaggistici, consistenti nella  realizzazione di una discarica abusiva (cosiddetta “cassa di colmata”) all’interno dell’area di cantiere del porto – nella quale sono presenti numerosi ordigni bellici rimossi durante le operazioni di dragaggio del fondale non smaltiti secondo la normativa vigente, nonché materiali di risulta delle opere di scavo sottomarino in violazione della normativa che regola la gestione dei rifiuti (D. Lgs. n.152/2006), nonché del T.U. dell’edilizia (D.P.R. n.380/2001), del codice del Paesaggio (D. Lgs n.42/2004) e della disciplina speciale in tema di bonifica da ordigni bellici.

Nel corso delle indagini venivano infine accertati numerose gravi violazioni alle norme poste a tutela del patrimonio ambientale e paesaggistico. Il Comune di Molfetta al fine di conseguire i finanziamenti aveva falsamente asserito l’inesistenza sull’area portuale di vincoli imposti dalla normativa europea e nazionale in tema di ambiente e paesaggio. L’area interessata dagli interventi insisteva, infatti, in una zona tutelata dal Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il Paesaggio (P.U.T.T.) della Regione Puglia poiché area ambientale protetta nonché assoggettata sia a vincolo storico-paesaggistico che ambientale-naturalistico, in parte ricadente nel sito di importanza comunitaria denominato “Posidonieto San Vito – Barletta”.

Si evidenziato come, il percorso compiuto dal Comune per ottenere i detti finanziamenti, passava anche attraverso l’asserita inesistenza, sull’area portuale molfettese, di vincoli imposti dalla normativa europea e nazionale in tema di ambiente e paesaggio con particolare riferimento ai S.I.C. – Siti di Importanza Comunitaria (Rete Natura 2000-Direttiva Habitat) tesi alla tutela di habitat naturali quali sono le acque portuali molfettesi ricche di colonie di alga poseidonia.

A fronte dell’attività investigativa sono, come detto, state tratte in arresto (ai domiciliari) due dei responsabili (l’ex dirigente comunale Vincenzo Balducci) ed il procuratore speciale della C.M.C. nonché direttore di cantiere Giorgio Calderoni.

E’ stato inoltre eseguito il sequestro dell’area destinata al nuovo porto e la somma residua di uno dei mutui della Cassa Depositi e Prestiti destinati al finanziamento dell’opera.

MOLFETTA, LA TRUFFA DEL PORTO

La legge sugli ecoreati rischia di essere bloccata

Come bloccare una legge giusta

di Roberto Saviano – espresso.repubblica.it

Seguiamo l’iter tortuoso di un disegno di legge che farebbe bene al nostro paese. Seguiamolo per capire come accade che nel lavoro alle Camere su un disegno di legge si riescano a far entrare tali e tanti interessi da renderlo imperfetto pur se necessario. Seguiamolo per capire come tra Camera e Senato si arenino le migliori intenzioni. Seguiamolo per capire come dovremmo essere coinvolti sempre, perché solo il nostro sguardo e la nostra attenzione possono davvero richiamare all’ordine chi lavora per noi e per nessun altro. E chiediamo, infine, ai parlamentari uno slancio di responsabilità perché dimostrino di sapere quali sono gli interessi che devono tutelare.

Nel 1994 Legambiente pubblicò la prima edizione del Rapporto Ecomafia con l’obiettivo di inserire i reati ambientali nel codice penale. Dopo 21 anni i reati ambientali potrebbero entrare nel codice penale perché presenti in un disegno di legge promosso da tre partiti (Pd, M5S e Sel), approvato alla Camera in prima lettura il 26 febbraio 2014 e al Senato in seconda lettura il 4 marzo 2015 (dopo un’estenuante discussione fatta per 12 mesi nella commissione Giustizia presieduta dal senatore Nitto Palma di Forza Italia e nella Commissione ambiente presieduta dal senatore Ncd Marinello, entrambi contrari all’inserimento degli ecoreati nel codice penale). «Se la legge sugli ecoreati venisse approvata», riferisce Legambiente, «inquinamento, disastro ambientale, traffico di materiale radioattivo, omessa bonifica e impedimento del controllo, fino a oggi considerati reati contravvenzionali e quindi di natura minore, diventerebbero delitti da codice penale e quindi sanzionati adeguatamente per la loro gravità e contrastati in modo molto più efficace. I tempi di prescrizione si raddoppierebbero e si potrebbero utilizzare anche strumenti d’indagine efficaci come le intercettazioni e l’arresto in flagranza, propri solo dei delitti e non dei reati minori». Sarebbe una svolta dopo vent’anni di informazione e lotta.

Ma non è sempre tutto semplice come appare e soprattutto per bloccare un disegno di legge basta trovare un cavillo, solo uno – che poi spesso cavillo non è – perché tutto rischi di arenarsi. Nel passaggio al Senato del disegno di legge sui reati ambientali, il senatore di Fi Antonio D’Alì propone l’inserimento di un emendamento che stabilisce il divieto dell’uso dell’air gun (una tecnica di ispezione dei fondali marini ad aria compressa, molto controversa a livello internazionale per gli impatti su cetacei e pesca).

Tutto normale, uno slancio ambientalista e nulla più, se non fosse che l’air gun ha scatenato in modo evidente le preoccupazioni delle società energetiche e che tra gli ultimi emendamenti presentati in Commissione Giustizia della Camera ce n’è uno di Fi che prevede l’abrogazione del divieto dell’uso dell’air gun. Quindi D’Alì al Senato ne chiede il divieto e due suoi colleghi di partito, probabilmente in disaccordo, chiedono la fine del divieto in Commissione Giustizia della Camera.

Ora, la Camera potrebbe decidere di approvare il ddl sugli ecoreati così com’è, ma ne dubito, perché verrà giudicato imperfetto. Sarà quindi modificato nuovamente e rimandato al Senato, per un quarto passaggio parlamentare dove probabilmente si arenerà definitivamente rendendo vano il ventennale lavoro di Legambiente, l’impegno di Libera e delle associazioni ambientaliste, di medici, studenti e di categoria, come Coldiretti, Cia, Federambiente, Kyoto Club e Aiab che hanno chiesto un intervento diretto di Matteo Renzi.

Se il Ddl sugli ecoreati verrà bloccato per tutelare le compagnie petrolifere, sarà l’ennesima dimostrazione che le persone chiamate a rappresentare i nostri interessi in realtà rappresentano unicamente quelli di chi può far loro favori e distribuire prebende. Ma se verrà bloccato sarà drammaticamente chiaro come funziona il Parlamento. Sarà evidente cosa accade lontano dai nostri occhi. E se questo accade ogni volta vuol dire che il percorso democratico, che il meccanismo democratico, si è inceppato.

Se quando puntiamo la lente di ingrandimento scorgiamo questo, quale fiducia resta? Quale fiducia anche in chi promette di voler cambiare tutto, ma alla prova dei fatti non riesce a comprendere le dinamiche di palazzo? Siamo in balia di politicanti di professione, siamo in balia di chi fa politica con cinismo. Di chi dà supporto alle ecomafie con leggerezza criminale.

L’Italia è circondata da un mare di bombe

di Marco Sarti  – www.linkiesta.it

L’Italia è circondata da un mare di bombe. Letteralmente. Dal Basso Adriatico al Golfo di Napoli, sui nostri fondali sono sepolti migliaia di ordigni inesplosi più o meno recenti. Per far luce sull’inquietante fenomeno, a fine gennaio il deputato pugliese del Partito democratico Salvatore Capone ha presentato un’interrogazione al governo. Il documento è stato recentemente calendarizzato in commissione Attività produttive, entro una decina di giorni arriverà una risposta. «C’è stato qualche ritardo – racconta il parlamentare – ma mi hanno assicurato che al ministero dell’Ambiente ci stanno lavorando».

A colpire sono i numeri. «Oltre 30mila ordigni inabissati nel sud del mare Adriatico – si legge in un dossier elaborato da Legambiente nel 2012 e citato nell’interrogazione – di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari». Sono armamenti risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, nella maggior parte dei casi. Solo nel mare antistante Pesaro sono state inabissate «4.300 bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico», mentre nel golfo di Napoli si contano «13mila proiettili e 438 barili contenenti iprite». Retaggi di conflitti lontani e recenti, come la guerra in Kosovo. L’analisi di Legambiente – elaborata insieme al Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche – concentra l’attenzione anche su numerosi ordigni sganciati dagli aerei Nato nel Basso Adriatico. Si tratta di migliaia di bomblets, piccole cariche «derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo sganciate sui fondali marini».

L’interrogazione del deputato Capone passa in rassegna le località più colpite. Non fanno eccezione neppure le Riserve naturali. È il caso dell’isola di Pianosa, la più piccola del suggestivo arcipelago delle Tremiti. Il documento di Montecitorio ricorda «l’ordinanza della Capitaneria di porto di Manfredonia che, nel 1972, vietò per motivi di sicurezza l’ancoraggio, la pesca subacquea e la balneazione per una profondità di 500 metri dalla costa nelle acque di Pianosa, i cui fondali ospitano una distesa di ordigni della Seconda Guerra Mondiale». Un discorso a parte meritano i fondali della zona di Bari. Nel porto del capoluogo pugliese il 2 dicembre del 1943 un bombardamento tedesco affondò una ventina di navi alleate. Molte di queste si inabissarono con il loro contenuto, nelle stive, di migliaia di bombe caricate con diverse sostanze chimiche.

«Ciascuna bomba – si legge nel citato dossier di Legambiente – lunga quasi 120 e del diametro di 20 cm conteneva circa 30 kg di iprite, un gas tossico e vescicante, dal caratteristico odore di aglio». Ordigni micidiali. «Con otto bombe si poteva contaminare completamente oltre un ettaro di terreno». Le operazioni di bonifica furono avviate alla fine della guerra e durarono alcuni anni. I rapporti dell’epoca raccontano l’entità del fenomeno. I soli ordigni chimici recuperati – una parte minoritaria rispetto al totale – ammontavano a 15.551 bombe d’aereo e 2.533 casse di munizioni. Oggi molte di quelle armi rischiano di essere ancora sotto i nostro mari. «Le operazioni consistevano nel recupero dei vari ordigni, dai fondali del porto, e nel loro caricamento su appositi zatteroni. Successivamente apposite ditte civili trasportavano al largo questi zatteroni e ne affondavano il carico su fondali del nord barese ed in particolare al largo di Torre Gavetone». Alcune di queste bombe, ad esempio, sono finite nel mare di Molfetta, dove è da poco terminata una lunga e complessa bonifica da parte delle nostre Forze Armate.

Salendo più a Nord si arriva nelle Marche. Come racconta l’interrogazione, anche questo mare non è immune dalla presenza di ordigni. Il documento depositato a Montecitorio cita una «cartografia dell’Arpa regionale frutto di indagini svolte negli anni ’50, che mostra con chiarezza la presenza di ordigni lungo la fascia costiera tra Pesaro e Fano». Secondo chi si è occupato della vicenda, qui si tratta di ordigni affondati nel 1944 dai militari tedeschi attestati lungo la Linea Gotica. Lo studio di Legambiente cita 84 tonnellate di testate all’arsenico e 1.316 tonnellate di iprite provenienti dal deposito di Urbino, finite in mare «dove ancora oggi continuano ad essere potenzialmente molto pericolose». Un mare di bombe, senza troppe eccezioni. L’interrogazione di Capone cita un articolo del quotidiano La Stampa che già nel 2013 – riprendendo il Portolano della navigazione dell’Istituto Idrografico della Marina – denunciava la presenza di «decine di mine magnetiche, siluri, proiettili o altri ordigni esplosivi» tra mar Adriatico, Ionio e Tirreno. «Solo per il basso Adriatico – si legge – sono più di 200 i casi documentati di pescatori intossicati e ustionati dalle esalazioni sprigionatesi da armi chimiche portate a galla con le reti».
L’interrogazione parlamentare non cita la Campania, presente invece nel dossier di Legambiente del 2012. «Per il Golfo di Napoli – scrive l’associazione ambientalista – la situazione è testimoniata al momento da documenti militari americani segreti, di cui sono noti alcuni stralci, che indicano l’area come sito di abbandono di bombe chimiche subito dopo le fine della Seconda Guerra Mondiale». Lo studio cita i “rapporti Brankowitz”, atti resi pubblici durante la presidenza Clinton e nuovamente secretati. Si tratta di un lungo elenco di spostamenti di armamenti chimici avvenuti dalla fine del conflitto fino agli anni Ottanta. «In un incartamento di 51 pagine del 30 gennaio 1989, sempre redatto a cura di Brankowitz, si legge che tra il 21 ottobre ed il 5 novembre, e tra il primo ed il 15 dicembre 1945, nel “Mar Mediterraneo, isola d’Ischia”, sono state affondate quantità non specificate di bombe contenenti fosgene, cloruro di cianuro (“cyanogen chloride”) e cianuro idrato (“hydrogen cyanide”)». Non è l’unico caso. In un documento del 2001 redatto a cura del Poligono americano di Aberdeen, invece, Legambiente denuncia sia stato tracciato l’affondamento di 13mila proiettili di mortaio carichi di iprite e 438 barili «nell’area di Napoli».
Sui nostri fondali ci sarebbero tracce anche di ordigni più recenti. Alcuni risalenti alla guerra del Kosovo. In assenza di certezze, il deputato democrat Capone chiede spiegazioni al governo. La sua interrogazione cita una mappa, diffusa qualche anno fa dalla Capitaneria di porto di Manfredonia, che evidenziava 11 diverse zone di sgancio di bombe inesplose nel basso Adriatico da parte dei caccia Nato. Mappa «non confermata, però a quanto si apprende, dal ministero della Difesa e dal Comando generale della Capitaneria di Porto». Il dossier di Legambiente cita lo stesso documento.«La mappa diffusa dalla Capitaneria di Porto di Molfetta durante il conflitto in Kosovo, parla chiaro: i caccia della Nato sganciarono ordigni inesplosi – probabilmente caricati con uranio impoverito – nel basso Adriatico in undici aree, due delle quali a 12 miglia dalla costa»

Aperta la “consultazione transfrontaliera” per discutere dei Piani petroliferi off-shore della Croazia

L’ADRIATICO DEI POPOLI

Il 26 febbraio 2015 il Governo Croato ha notificato all’Italia, in qualità di soggetto interessato, l’avvio delle consultazioni transfrontaliere e della procedura di VAS (Valutazione Ambientale Strategica) nell’ambito del “Piano e programma quadro di ricerca e produzione degli idrocarburi nell’Adriatico”.

Il Ministero ha successivamente provveduto ad avvisare le regioni interessate, ovvero, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia. Le osservazioni al suddetto piano dovranno essere inviate al Ministero dell’Ambiente entro il 20 Aprile 2015.

Le consultazioni transfrontaliere sono obbligatorie, ai sensi della Convenzione di Espoo del 1991, laddove uno Stato ritenga che gli effetti del Programma promosso da un altro Stato possano avere forti ricadute nel proprio ambito territoriale.

Il governo italiano, dopo aver fatto scadere il termine previsto dalla Croazia per poter prendere visione dei propri programmi in materia di trivellazioni off-shore, ha poi dovuto attivare la consultazione transfrontaliera a seguito delle pressioni esercitate dal movimento di associazioni e comitati contrari alle comuni politiche sulla ricerca del petrolio nel Mare Adriatico. Il procedimento avviato permetterebbe a tutti i soggetti coinvolti di rimettere in discussione scelte politiche ed economiche riguardanti entrambi i paesi.

La VAS serve a raccogliere le osservazioni ambientali provenienti da soggetti istituzionali che rappresentano interessi collettivi coinvolti nel procedimento, permettendo alla politica di avere ulteriori dati per valutare il reale impatto di piani e programmi sull’ambiente circostante e non solo. La Puglia è ritenuta dal nostro Ministero dell’Ambiente soggetto interessato nel procedimento di VAS al pari di tutte le altre regioni che s’affacciano sull’Adriatico.

Riteniamo che, nonostante il ristretto tempo a disposizione, la Regione Puglia possa essere tra i protagonisti di questo percorso, inviando al Ministero osservazioni pertinenti, redatte attraverso l’esperienza accumulata nel corso di questi anni, ma anche attraverso il coinvolgimento di altre realtà istituzionali, associazioni, comitati, coordinamenti attivi nella difesa da modelli di sviluppo tutt’altro che sostenibili.

Molti di questi comitati possono disporre di ulteriori elementi di discussione, non per ultimo le cartografie degli ordigni inesplosi, e “sepolti” nel Mare Adriatico, che stanno rallentando i programmi petroliferi della Global Petroleum al largo delle coste pugliesi.

Tuttavia, ci saremmo aspettati un atteggiamento più celere e rapido, e una maggiore sensibilità, da parte della Regione Puglia nel promuovere i meccanismi di coinvolgimento e partecipazione, non certo la scarna comunicazione apparsa giovedì 2 aprile sul sito istituzionale che invita a prendere visione dei documenti inviati dal governo croato.

Un atteggiamento forte e deciso, in linea con il ricorso alla Corte Costituzionale avverso la parte sullo sviluppo delle politiche legate all’energia dello “Sblocca Italia”, potrebbe riaprire la discussione attorno all’uso non conflittuale del Mare Adriatico, sia esso effettuato dal governo italiano che da quello croato. Quanto accade riguarda anche Montenegro, Albania e Grecia che, a differenza della Slovenia, non hanno ancora ritenuto di dover far parte della consultazione transfrontaliera.

 Tutte queste realtà collettive e singole chiedono, sollecitano e sostengono una rapida e decisa presa di posizione da parte di tutte le regioni coinvolte dal Ministero dell’Ambiente, a partire dalla Puglia.

I confini e i poteri degli Stati devono essere positivamente superati quando si tratta della tutela degli ecosistemi marini e costieri. Allargare il dibattito a tutti i paesi che s’affacciano sull’Adriatico significa ribadire che la “questione petrolio” non è circoscritta, ma coinvolge interi popoli che potrebbero vedersi privati dell’orizzonte del mare.

Coordinamento NoTriv – Terra di Bari
Comitato No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili
Comitato NoTriv San Giovanni Rotondo
Comitato Bonifica Molfetta
Comitato per la Tutela del Mare del Gargano
Rete NoTriv Gargano
Comitato Mediterraneo NoTriv
A.B.A.P. – Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi
APS m|app
Associazione Sinistra Euromediterranea – Messina
Associazione Terra d’Egnazia
Brindisi Bene Comune
Centro Studi Torre di Nebbia – Comitati Alta Murgia
Circolo Arci Tuglie
Collettivo Agricolo Peppino di Pasquale – Barletta
Garganistan
Gruppo Agricolo Garganico “S.Ferri”
Rete della Conoscenza Puglia
Associazione AltraPolis
Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori /Area Valle d’Itria
Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori /Monopoli
Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori /Provincia di Brindisi
Movimento Il Grillaio Altamura
Coordinamento per la difesa del Patrimonio Culturale contro le devastazioni ambientali
Comitato Lucano Acqua Bene Comune – Matera
Comitato Pugliese Acqua Bene ComuneOrtocircuito – Bari
Rivoltiamo la Precarietà

Autorità portuali, scoppia il caso Bari

di Massimiliano Scagliarini – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

BARI – La scadenza delle nomine è giugno, all’indomani delle Regionali. Ma il rinnovo delle presidenze delle Autorità portuali sta diventando – come sempre – un caso politico, stavolta appesantito dall’incrocio elettorale e dalle coincidenze: sulla proposta degli enti locali dovrà infatti esprimersi (di concerto con la Regione) il ministero delle Infrastrutture, nella bufera in questi giorni per le inchieste giudiziarie.

L’ultima parola spetta al ministro Graziano Delrio. È molto probabile che a giugno proceda a un commissariamento, per traghettare le Autorità fino a fine anno quando la riforma dovrebbe cambiare le modalità di designazione dei presidenti. E rischia di deflagrare il caso Bari dove l’uscente Francesco Mariani non è più ricandidabile e dove – in un gioco di specchi – il Comune di Barletta, la ex Bat e la Camera di Commercio hanno avanzato la candidatura di Manlio Guadagnuolo.

Guadagnuolo, ingegnere vicino al centrodestra, è acerrimo nemico di Mariani e non ha molti amici in Regione. Nel 2013, quando l’Autorità di Brindisi aveva ipotizzato di nominarlo segretario generale, fu proprio il pressing della Regione a farlo saltare. Guadagnolo è stato l’amministratore della Bari Porto Mediterraneo, società poi fallita che ha lasciato un buco da 3 milioni nei conti dell’Autorità: per questo una parte del comitato portuale è in subbuglio.

A risolvere la partita dovrebbe essere il Comune di Bari, che però non si esprime. Il sindaco Antonio Decaro parla di «mancanza di candidati validi» e almeno in apparenza non sembrerebbe favorevole a Guadagnuolo: gli piacerebbe invece l’assessore regionale Gianni Giannini, indisponibile in quanto candidato alle Regionali. Il Comune di Monopoli, guidato dal centrodestra, si è smarcato ed ha avanzato la candidatura di Marina Monassi (ex presidente di Trieste). Tuttavia Guadagnuolo ha più di un estimatore al ministero, e – se capoluogo e Città metropolitana rimarranno silenti – potrebbe ottenere la nomina cui ha concorso, invano, sia nel 2005 che nel 2011.

Quella delle Autorità portuali potrebbe essere anche l’ultima tornata di nomine importanti gestita dal governatore Nichi Vendola. Gli interessi in gioco sono fortissimi, tanto che di norma si arriva a una mediazione politica per l’alternanza destra-sinistra tra presidente e segretario generale: accadde così nel 2011, quando il ministro era Altero Matteoli e la scelta del presidente di Taranto fu lasciata al centrodestra. Ma i nomi sono sempre gli stessi così come i veleni che accompagnano ogni tornata di nomine. A Brindisi, è solo un esempio tra i tanti, il posto di segretario generale cui aspirava Guadagnuolo è stato poi affidato all’ex ammiraglio Salvatore Giuffrè, ex direttore marittimo della Puglia, ex commissario straordinario dell’Autorità di Taranto, il cui figlio è stato assunto da Mariani all’Autorità di Bari dove le parentele eccellenti abbondano.

A Brindisi è in uscita il greco Iraklis Haralambidis. I candidati sono il professore universitario Danilo Urso (Comune), Donato Caiulo (un consulente dell’ex ministro Lupi, indicato dalla ex Provincia) mentre la Camera di Commercio ha proposto il suo stesso presidente, Alfredo Malcarne.

A Taranto si profila uno scontro tra gli enti pubblici e la concessionaria portuale Tct e si rischia di ripetere il pasticcio del 2011: la legge prevede una unica terna di candidati, invece ce ne sono già due. La Camera di Commercio ha indicato l’ex presidente Giuseppe Guacci, l’ex segretario generale Angelo Agliata e il vicedirettore generale della Tct (Taranto Container Terminal), Gian Carlo Russo. La ex Provincia ha invece indicato Russo, Agliata e la Monassi, sponsorizzata in questa partita dall’ex ministro Claudio Signorile, a sua volta molto vicino all’ex ministro Lupi: il terremoto giudiziario rende oggi questa soluzione difficilmente praticabile. L’uscente Sergio Prete spera ancora nella riconferma.

Azzollini e il porto di Molfetta, una legge ad personam potrebbe assolverlo

di Mario Portanova – www.ilfattoquotidiano.it

Antonio Azzollini, campione delle leggi ad se stessum. Il latino è del tutto maccheronico, ma rende l’idea. Il senatore Ncd, presidente della Commissione bilancio, di recente attenzionato per la seconda volta dalla Corte dei Conti, potrebbe scampare dalle accuse che lo hanno fatto finire nel registro degli indagati per la vicenda del porto di Molfetta, città pugliese di cui era sindaco, un appalto da 57 milioni per un’opera mai finita, ma per la quale lo Stato ha stanziato finora oltre 169 milioni. Secondo Repubblica Bari, un piccolo comma inserito in una legge approvata l’anno scorso (quella dei famosi 80 euro di Renzi) potrebbe far cadere una delle accuse contestate al politico alfaniano dalla Procura di Trani. Quella di aver versato 5,7 milioni di euro alle imprese appaltatrici del porto con un “artifizio contabile”, sostengono i pm, in modo tale che il Comune di Molfetta apparisse comunque in regola con il patto di stabilità per gli enti locali.

Repubblica chiama in causa il comma 1-bis dell’articolo 18 del decreto legge n.16 del 2014, poi convertito in legge. E proprio in sede di conversione (prima stranezza) è comparso il “bis” incriminato. Il quale, “per i mutui contratti dagli enti locali antecedentemente al 1o gennaio 2005″ offre una nuova interpretazione di una precedente norma, il comma 76 dell’articolo 1 della legge 30 dicembre 2004, n. 311. Proprio quella che i pm di Trani contestano ad Azzollini di aver violato. La nuova interpretazione è tale che “l’ente locale beneficiario può iscrivere il ricavato dei predetti mutui nelle entrate per trasferimenti in conto capitale, con vincolo di destinazione agli investimenti”. Così facendo, “l’eventuale rimborso da parte dello Stato delle relative rate di ammortamento non è considerato tra le entrate finali rilevanti ai fini del patto di stabilità interno”. Un cavillo supertecnico, ma a sollevare sospetti è innanzitutto il riferimento netto al 2005, visto che il pagamento incriminato era stato iscritto nel bilancio del Comune di Molfetta giusto nel 2004. E l’inchiesta contro Azzollini e una sessantina di indagati era diventata di pubblico dominio il 7 ottobre 2013, con due arresti. Come mai sei mesi dopo, nel marzo del 2014, qualcuno si preoccupa di intervenire sui mutui contratti dai Comuni otto anni prima?

Non è la prima volta che il Parlamento licenzia leggine utili al potente ex sindaco di Molfetta. Fra le accuse della Procura di Trani contro Azzollini c’è quella di avere dirottato i copiosi fondi statali stanziati per il porto ad altre destinazioni, dalla pista di atletica alla sistemazione dei marciapiedi. Molti di questi dirottamenti, però, non possono essergli contestati in virtù di una norma del 2005 (il dl 203 poi convertito in legge), secondo la quale i fondi da quel momento in poi stanziati per il porto di Molfetta potevano essere utlizzati anche per “la realizzazione di opere di natura sociale, culturale e sportiva”. Il pronto soccorso ad Azzollini è spesso bipartisan. Nell’ottobre scorso il Pd è stato determinante per respingere la richiesta della Procura di Trani di utilizzare alcune intercettazioni telefoniche – sempre relative all’inchiesta sul porto – in cui compariva il parlamentare. Il prezzo pagato dai dem fu una lacerazione interna con tanto di autosospensione del senatore Felice Casson. Una vicenda che ha poi pesato sulla sua decisione di candidarsi a sindaco di Venezia, con la prospettiva di lasciare Palazzo Madama (e i suoi compromessi) se eletto.

Abissi a prova di bomba

foto di Felisiano Bruni – RumoreCollettivo

notriv-terradibari.blogspot.it

Il Comitato Bonifica Molfetta ed il Coordinamento No Triv – Terra di Bari hanno inviato al Ministero dell’Ambiente le osservazioni alle integrazioni della Global Petroleum Limited rispetto alle quattro richieste di prospezione, ricerca e coltivazione d’idrocarburi in un tratto di mare che interessa molti comuni nell’area del nord e sud barese e del brindisino.
Le osservazioni partono dalla richiesta del Ministero dell’Ambiente che ha chiesto alla società australiana chiarimenti sulla compatibilità tra le indagini che la Global Petroleum intenderebbe condurre con l’ausilio dell’air – gun e la presenza sul fondale delle zone interessate da ordigni bellici risalenti al secondo conflitto mondiale ed alla guerra in ex – Jugoslavia.
Nonostante le precisazioni della Global Petroleum circa la mancanza di precedenti sulla correlazione tra la presenza di ordigni bellici e simili operazioni di ricerca svoltesi nell’Adriatico, riteniamo che la cartografia ufficiale della Marina Militare, di cui il Ministero della Difesa (interpellato e non espressosi) è a conoscenza, indichi con precisione le zone interessate dalla presenza d’ordigni inesplosi e sia motivo sufficiente ad interrompere tutti procedimenti in corso.
Parimenti, il nostro governo dovrebbe subito confrontarsi con la vicina Croazia dove la politica locale ha concesso 10 licenze per l’esplorazione e lo sfruttamento degli idrocarburi nell’Adriatico, molte delle quali ricadono in aree interessate dallo stesso problema.
La mancanza di precedenti in materia non deve legittimare l’azienda australiana e le altre operanti nell’Adriatico a condurre le proprie ricerche in siti ad alto rischio senza considerare il fattore umano. Anche solo l’innesco di una bomba, provocato dall’utilizzo dell’air gun, potrebbe produrre un effetto a catena devastante per il fondale marino e per l’incolumità in superficie di tutti coloro che dovessero trovarsi nelle zone scandagliate.
Dalla consultazione del sito del Ministero dell’Ambiente appare evidente il disinteresse politico delle amministrazioni delle città coinvolte e della Regione Puglia rispetto alle integrazioni della Global Petroleum, dato che nessuno di questi enti ha formulato, sino ad ora, proprie osservazioni che esprimano una posizione netta ed inequivocabile rispetto alle scelte politiche ed energetiche del governo centrale ed apportino ulteriori dati utili a bloccare i procedimenti in corso. Dopo il definitivo svuotamento del Titolo V della Costituzione e la progressiva perdita d’autonomia delle regioni su questioni basilari del presente e del futuro come l’energia, ci saremmo aspettati ben altra risposta ed attenzione. Fare proprie le osservazioni che abbiamo inviato al Ministero con una atto politico nei rispettivi consigli comunali ed in consiglio regionale, possibilmente, integrandole, rappresenterebbe un punto di partenza per recuperare il tempo perduto ed un minimo di dignità politica.

Comitato Bonifica Molfetta
Coordinamento No Triv – Terra di Bari

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Il governo è stato battuto al Senato, un emendamento vieta l’utilizzo della tecnica “air gun” per le esplorazioni marittime

Ecoreati, governo battuto: stop alle esplosioni per le esplorazioni in mare

www.ilfattoquotidiano.it

Il governo è stato battuto al Senato su un emendamento di Antonio D’Ali (Forza Italia) che vieta l’utilizzo della tecnica “air gun” o altre tecniche esplosive per le esplorazioni marittime e prevede pene da uno a tre anni. Nonostante il no del governo, che voleva un ordine del giorno, i sì sono stati 114 e i no 103. Stesso esito ha avuto la proposta di modifica, analoga, proposta da Giuseppe Compagnone (Gal). Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, aveva chiesto di trasformare gli emendamenti in un ordine del giorno esprimendo attenzione al tema sollevato dai due emendamenti ma le proposte sono state mantenute sia da Compagnone che da D’Alì e l’Aula ha votato. “Una vittoria senza precedenti – dichiara Compagnone – che dimostra ulteriormente il grande impegno del gruppo Grandi Autonomie e Libertà per l’ambiente, per la Sicilia e per il Mar Mediterraneo”. Carlo Giovanardi (Area popolare, in maggioranza) lo ha definito un autogol “per la ripresa economica del nostro Paese, che ha rinunciato al nucleare, contesta lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio in terraferma, e adesso introduce un reato sino a tre anni per le società autorizzate a ricerche petrolifere in mare. Purtroppo in Parlamento troppi si interessano più dei problemi del benessere delle nutrie, dei pesci, degli uccelli migratori e della madre terra ma non dei 60 milioni di italiani la cui situazione economica diventa sempre più precaria”.

Il testo del disegno di legge, approvato dalla Camera e modificato dall’Aula, potrebbe essere approvato entro, domani 4 marzo: in ogni caso tornerà a Montecitorio in terza lettura. Il Senato ha anche dato l’ok, a larghissima maggioranza, a un ordine del giorno – anche questo con Compagnone e D’Alì primi firmatari – che blocca le trivellazioni “non conformi alla direttiva comunitaria”.

Tra gli emendamenti approvati anche due firmati da senatori del Movimento Cinque Stelle. Il primo elimina la “non punibilità” per chi, pur commettendo reati di inquinamento e disastro ambientale, si adopera a ripristinare lo stato dei luoghi inquinati. Il cosiddetto “ravvedimento operoso” prevede, comunque, la riduzione da un terzo alla metà della pena per chi si adopera a ripristinare lo stato dei luoghi e di un terzo per chi collabora con la magistratura. Il secondo testo M5s (firmato da Paola Nugnes) approvato introduce invece una nuova fattispecie di reato, l’omessa bonifica. L’emendamento prevede che “chiunque, essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un autorità pubblica, non provvede alla bonifica, al ripristino o al recupero dello stato dei luoghi è punito, con la pena della reclusione da uno a quattro anni e con la multa da 20mila a 80mila euro”.

Un emendamento del Pd (a prima firma Felice Casson) ha invece introdotto l’aggravante ambientale con un aumento delle pene. L’emendamento afferma che “quando un fatto già previsto come reato è commesso allo scopo di eseguire uno o più tra i delitti previsti dal decreto legislativo 152 del 2006 o da altra legge posta a tutela dell’ambiente la pena, nel primo caso è aumentata da un terzo alla metà, e nel secondo caso è aumentata di un terzo”. In ogni caso il reato è procedibile d’ufficio. Infine un emendamento dei relatori di maggioranza Pasquale Sollo (Pd) e Gabriele Albertini (Area popolare) è stato approvato con un voto bipartisan e prevede “la confisca delle cose che costituiscono il prodotto o il profitto del reato o che servirono a commettere il reato sarà sempre ordinata salvo che appartengano a persona estranea al reato”.

Porto Molfetta, 53 milioni di danni. La Corte dei conti contro Azzollini

di Giuliano Foschini – bari.repubblica.it

Il Senato ha votato contro l’utilizzo delle sue intercettazioni telefoniche. Ma il senatore di Ncd, Antonio Azzollini, rischia di pagare a caro prezzo la brutta storia del porto di Molfetta: 53 milioni. E’ questo il danno erariale per il quale lui, insieme con tutti gli amministratori coinvolti nella maxi inchiesta di Trani sono stati denunciati alla Corte dei Conti dalla Guardia di Finanza affinchè venga stabilito se sono stati spesi soldi non dovuti.

Il caso è noto. La realizzazione del porto a Molfetta, città guidata dall’allora sindaco Azzollini, senatore e presidente della Commissione bilancio.

Secondo l’accusa della Procura di Trani, il porto era un’opera irrealizzabile: il fondale del porto di Molfetta era pieno di ordigni bellici, residui della seconda guerra mondiale. Sminarlo era praticamente impossibile o comunque troppo costoso. Motivo per cui i lavori non avrebbero potuto mai essere terminati. Ciò nonostante però il lavoro fu appaltato e i lavori furono effettivamente sospesi. Ciò nonostante da Roma continuavano ad arrivare soldi che Azzollini, questa l’accusa della Procura, avrebbe utilizzato su altre spese di bilancio. In modo da soddisfare interessi elettorali. Qualche esempio: vengono presi dai soldi del porto i 624mila euro dati ai dipendenti come incentivi comunali, i due milioni e mezzo per i nuovi marciapiedi, i tre milioni per la pista di atletica, i 221mila per il palazzetto dello sport, i 375mila per i gabbiotti e le tende da sol del “mercato diffuso”, i 300mila per il centro minori più una serie di spese correnti compresi i “111.526 euro in “cancelleria e stampa” e 34.378 euro in “conti di ristoranti”. «In sostanza – scrive la procura di Trani in uno dei suoi atti di accusa – l’amministrazione Azzollini ha utilizzato quel denaro per creare un “fittizio equilibrio economico”, e a attestare falsamente il patto di stabilità. L’amministrazione sostituiva le spese d’investimento con uscite non aventi tale natura, e ‘copriva’ queste ultime a carico dei finanziamenti e trasferimenti finalizzati alla costruzione del nuovo porto commerciale». Porto che appunto cominciato, finanziato (sono stati costretti anche a pagare una penale milionaria alla Cmc, la società che aveva vinto la gara ma non ha potuto continuare per via delle bombe) e ora ancora rifinanziato con altri dieci milioni nell’ultima finanziaria.

Eppure che su quell’appalto ci fosse qualcosa che non andasse lo aveva già detto nel 2008 l’Authority sull’appalto che aveva parlato di una «illegittimità del bando di gara». L’appalto prevedeva l’esistenza di una draga, una particolare macchina per l’escavazione subacquea, che ha soli tre esemplari al mondo. «Una richiesta fortemente limitativa della concorrenza » diceva il Garante che aveva previsto anche il resto. In un’ispezione della Finanza del 2008 si diceva «che a causa delle attività di bonifica dei fondali dagli ordigni bellici, i lavori di dragaggio non hanno ancora avuto un concreto inizio» e quindi chissà quando sarebbero finiti. Da qui la possibilità che l’azienda appaltatrice, come effettivamente poi accaduto, potesse chiedere i danni «per fermo cantiere ed inutilizzo dei macchinari» con «profili di potenziale danno erariale» per le casse del Comune.

«Siamo stati facili Cassandre, purtroppo» dicono ora dall’Authority dove fanno notare anche una seconda circostanza. L’appalto era stato bandito per 63,8 milioni e vinto da una Ati tra Cmc, Società italiana dragaggi e Pietro Cidonio con un ribasso del 10 per cento portando il valore di contratto a 57,6 milioni. Sei mesi dopo, una volta presentato il progetto esecutivo, il costo lievita a 69,4 milioni. «Grazie a questo meccanismo scrive l’Autorità – l’impresa recupera di fatto il ribasso offerto, oltre ad un ulteriore maggiore importo del 10 per cento».