Per il processo del nuovo porto di Molfetta saranno ascoltati il cap. Giambattista Acquatico, l’operatore subacqueo Claudio BUOSO e l’ex ass. Pietro UVA

Presso il Tribunale di Trani, domani 19 novembre alle ore 14.00, prosegue speditamente il processo sulla costruzione del nuovo porto di Molfetta. Il collegio giudicante presieduto dalla Presidente Dott.ssa Marina Chiddo, e dai giudici a latere Dott.sse Sara Pedone e Claudia Pizzicoli, ascolteranno altri testi. Saranno interrogati dal Pubblico Ministero Dott. Giovanni Lucio Vaira, il Capitano di Fregata Giambattista Acquatico, Comandante del Nucleo S.D.A.I. (Sminamento e Difesa Antimezzi Insidiosi); Giacomo Claudio BUOSO, un sommozzatore che ha partecipato alle varie fasi della bonifica dei fondali marini dell’area portuale. E’ stato convocato dal Pubblico Ministero anche l’ex assessore avv. Uva Pietro, ma probabilmente la sua testimonianza sarà rinviata al prossimo 3 dicembre.

Le testimonianze di Acquatico e Buoso riguarderanno le operazione di bonifica sistematica dell’area portuale di Molfetta, nell’ambito delle attività regolate dall’“Accordo di Programma per la caratterizzazione e la bonifica da ordigni bellici ai fini del risanamento ambientale del Basso Adriatico”, redatto e sottoscritto, nel Novembre 2007, tra Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Puglia, Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare (I.C.R.A.M) ed Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Puglia (A.R.P.A.).

Per dare attuazione al suddetto accordo, la Regione Puglia, in qualità di membro esecutore dell’AdP, siglò, nel settembre 2008, un apposito Protocollo d’Intesa con lo Stato Maggiore della Marina Militare, successivamente integrato, nel settembre 2009, con una “Convenzione per la permuta di prestazioni finalizzata alla caratterizzazione e la bonifica da ordigni bellici ai fini del risanamento del Basso Adriatico” con la quale la MM si impegnava a realizzare la bonifica, ad opera dei propri Nuclei SDAI, dei residuati bellici, segnalati in esito a prospezioni condotte a cura dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A., Ente che nel frattempo aveva assorbito i compiti dell’ICRAM). La Regione Puglia, di contro, si impegnava ad assicurare, in favore della M.M.I., la fornitura di combustibile navale distillato (F- 76) di valore pari alle prestazioni fornite e sino al raggiungimento delle risorse economiche rese disponibili, per un ammontare di € 2.300.000,00.

Dall’esame della documentazione che Giacomo Claudio BUOSO ha esibito in sede di sommarie informazioni testimoniali è emerso un dato inquietante: anche la certificazione di area sgombra da ordigni bellici che ZANNINI ha prodotto in data 08.05.2012, per i lavori di prolungamento della Diga Antemurale, è risultata essere non veritiera.

Infatti leggendo la descrizione di Buoso (elenco n.1) e confrontandola con quella di Zannini (elenco n.2) si noterà come gli ordigni diventavano semplici target  metallici e “una bomba di aereo chimica di cm 38×80 con spoletta (WP415)” era diventata “un cilindro metallico” di cm 38×80. 

Sicuramente molto interessanti saranno le dichiarazione del Capitano Acquatico circa la situazione della bonifica bellica e il numero degli ordigni recuperati o distrutti alla data del 30.06.2013.

Processo Porto di Molfetta, escono di scena alcuni imputati per avvenuta prescrizione dei reati

Dopo quella del 22 gennaio si è tenuta ieri, presso il Tribunale di Trani, un’altra udienza fiume del processo sui presunti illeciti commessi per la costruzione del porto commerciale di Molfetta. Il collegio sindacale presieduto dalla dott.ssa Marina Chiddo e dai giudici a latere, dott.sse Laura Cantore e Sara Pedone che si è pronunciato sulla proposta del PM dott. Giovanni Lucio Vaira di stralciare le posizioni di alcuni imputati che escono dalla scena processuale per intervenuta prescrizione dei reati a loro contestati. Quindi, sentenza breve e immediata per loro. L’ex senatore e ex sindaco di Molfetta, Antonio Azzollini, e l’ex dirigente ai Lavori pubblici del Comune, Vincenzo Balducci, avendo rinunciato alla prescrizione, per alcuni reati contestati loro, continuano a rimanere nel processo. Nessuna eccezione da parte delle parti civili presenti, ovvero del Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, della Regione Puglia, della LegambienteCircolo di Molfetta” e del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre (Comitato Bonifica Molfetta), queste ultime due rappresentate dall’Avv. Annamaria Caputo.

Grande assente la parte civile del Comune di Molfetta.

Dopo questo alleggerimento processuale, l’aula ha continuato ad ascoltare il luogotenente Roberto Serafino in servizio presso il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bari, Sezione Anticorruzione, autore di diverse informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari.

Il luogotenente Serafino, sollecitato dal pm Vaira, ha continuato a ripercorrere le fasi più salienti dell’indagine sul nuovo porto di Molfetta. La sua lunga e dettagliata escussione parte dall’origine del Procedimento Penale 1592/09, rappresentata da una segnalazione della autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di Roma, una segnalazione inviata alla Procura Generale alla Corte d’Appello di Bari e alla Corte dei Conti, che trasmetteva poi la stessa segnalazione per competenza alla Procura di Trani.

L’autorità per la vigilanza sui contratti pubblici era stata sollecitata da una segnalazione della Società Italiana per Condotte d’Acqua di Roma, la quale evidenziava all’Autorità l’irregolarità del bando di gara e del disciplinare di gara indetto per l’ampliamento del porto commerciale di Molfetta.

Nello specifico si prevedevano delle clausole limitative della concorrenza ovvero sia il bando che il disciplinare prevedevano il possesso di determinate attrezzature quali delle particolari draghe e il possesso anche, la disponibilità di cave ove smaltire i prodotti che residuavano dall’attività di dragaggio dei fondali; soprattutto con riferimento alle draghe, ipotizzava la società Italiana per Condotte d’Acqua che, essendo delle draghe molto particolari, ve ne fossero pochissime al mondo e quindi sostanzialmente avrebbe vinto e si sarebbe aggiudicata la gara la società che riusciva ad ottenere la disponibilità di queste draghe.

La draga D’Artagnan non è mai arrivata a Molfetta e la Direzione Vigilanza Lavori avviò un’attività di monitoraggio dell’attività svolta in cantiere mediante delle richieste di documentazione rivolta alla stazione appaltante al Comune di Molfetta e, successivamente, furono eseguite delle ispezioni dirette in cantiere avvalendosi anche della collaborazione del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza di Roma. All’esito di queste ispezioni in cantiere si rilevarono diverse illegittimità. E poi il Luogotenente Serafino attraverso la lettura di numerosissime intercettazioni telefoniche ha ripercorso tutte le attività d’indagine sulla perizia di variante e della realizzazione del “pennello  sperone”, i dubbi sulla qualità dei materiali lapidei usati non corrispondenti al capitolato d’appalto, la mancata protezione e tutela del Posidonieto, sito d’interesse Comunitario, la dubbia provenienza dei massi dalle cave non autorizzate, i sub appalti avvenuti e non comunicati alle autorità di controllo e tanti altri illeciti.

La prossima udienza è prevista per il prossimo 19 Marzo per completare l’escussione del Luogotenente Serafino e l’eventuale controesame delle difese e delle parti civili.

L’Italia è circondata da un mare di bombe

di Marco Sarti  – www.linkiesta.it

L’Italia è circondata da un mare di bombe. Letteralmente. Dal Basso Adriatico al Golfo di Napoli, sui nostri fondali sono sepolti migliaia di ordigni inesplosi più o meno recenti. Per far luce sull’inquietante fenomeno, a fine gennaio il deputato pugliese del Partito democratico Salvatore Capone ha presentato un’interrogazione al governo. Il documento è stato recentemente calendarizzato in commissione Attività produttive, entro una decina di giorni arriverà una risposta. «C’è stato qualche ritardo – racconta il parlamentare – ma mi hanno assicurato che al ministero dell’Ambiente ci stanno lavorando».

A colpire sono i numeri. «Oltre 30mila ordigni inabissati nel sud del mare Adriatico – si legge in un dossier elaborato da Legambiente nel 2012 e citato nell’interrogazione – di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari». Sono armamenti risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, nella maggior parte dei casi. Solo nel mare antistante Pesaro sono state inabissate «4.300 bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico», mentre nel golfo di Napoli si contano «13mila proiettili e 438 barili contenenti iprite». Retaggi di conflitti lontani e recenti, come la guerra in Kosovo. L’analisi di Legambiente – elaborata insieme al Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche – concentra l’attenzione anche su numerosi ordigni sganciati dagli aerei Nato nel Basso Adriatico. Si tratta di migliaia di bomblets, piccole cariche «derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo sganciate sui fondali marini».

L’interrogazione del deputato Capone passa in rassegna le località più colpite. Non fanno eccezione neppure le Riserve naturali. È il caso dell’isola di Pianosa, la più piccola del suggestivo arcipelago delle Tremiti. Il documento di Montecitorio ricorda «l’ordinanza della Capitaneria di porto di Manfredonia che, nel 1972, vietò per motivi di sicurezza l’ancoraggio, la pesca subacquea e la balneazione per una profondità di 500 metri dalla costa nelle acque di Pianosa, i cui fondali ospitano una distesa di ordigni della Seconda Guerra Mondiale». Un discorso a parte meritano i fondali della zona di Bari. Nel porto del capoluogo pugliese il 2 dicembre del 1943 un bombardamento tedesco affondò una ventina di navi alleate. Molte di queste si inabissarono con il loro contenuto, nelle stive, di migliaia di bombe caricate con diverse sostanze chimiche.

«Ciascuna bomba – si legge nel citato dossier di Legambiente – lunga quasi 120 e del diametro di 20 cm conteneva circa 30 kg di iprite, un gas tossico e vescicante, dal caratteristico odore di aglio». Ordigni micidiali. «Con otto bombe si poteva contaminare completamente oltre un ettaro di terreno». Le operazioni di bonifica furono avviate alla fine della guerra e durarono alcuni anni. I rapporti dell’epoca raccontano l’entità del fenomeno. I soli ordigni chimici recuperati – una parte minoritaria rispetto al totale – ammontavano a 15.551 bombe d’aereo e 2.533 casse di munizioni. Oggi molte di quelle armi rischiano di essere ancora sotto i nostro mari. «Le operazioni consistevano nel recupero dei vari ordigni, dai fondali del porto, e nel loro caricamento su appositi zatteroni. Successivamente apposite ditte civili trasportavano al largo questi zatteroni e ne affondavano il carico su fondali del nord barese ed in particolare al largo di Torre Gavetone». Alcune di queste bombe, ad esempio, sono finite nel mare di Molfetta, dove è da poco terminata una lunga e complessa bonifica da parte delle nostre Forze Armate.

Salendo più a Nord si arriva nelle Marche. Come racconta l’interrogazione, anche questo mare non è immune dalla presenza di ordigni. Il documento depositato a Montecitorio cita una «cartografia dell’Arpa regionale frutto di indagini svolte negli anni ’50, che mostra con chiarezza la presenza di ordigni lungo la fascia costiera tra Pesaro e Fano». Secondo chi si è occupato della vicenda, qui si tratta di ordigni affondati nel 1944 dai militari tedeschi attestati lungo la Linea Gotica. Lo studio di Legambiente cita 84 tonnellate di testate all’arsenico e 1.316 tonnellate di iprite provenienti dal deposito di Urbino, finite in mare «dove ancora oggi continuano ad essere potenzialmente molto pericolose». Un mare di bombe, senza troppe eccezioni. L’interrogazione di Capone cita un articolo del quotidiano La Stampa che già nel 2013 – riprendendo il Portolano della navigazione dell’Istituto Idrografico della Marina – denunciava la presenza di «decine di mine magnetiche, siluri, proiettili o altri ordigni esplosivi» tra mar Adriatico, Ionio e Tirreno. «Solo per il basso Adriatico – si legge – sono più di 200 i casi documentati di pescatori intossicati e ustionati dalle esalazioni sprigionatesi da armi chimiche portate a galla con le reti».
L’interrogazione parlamentare non cita la Campania, presente invece nel dossier di Legambiente del 2012. «Per il Golfo di Napoli – scrive l’associazione ambientalista – la situazione è testimoniata al momento da documenti militari americani segreti, di cui sono noti alcuni stralci, che indicano l’area come sito di abbandono di bombe chimiche subito dopo le fine della Seconda Guerra Mondiale». Lo studio cita i “rapporti Brankowitz”, atti resi pubblici durante la presidenza Clinton e nuovamente secretati. Si tratta di un lungo elenco di spostamenti di armamenti chimici avvenuti dalla fine del conflitto fino agli anni Ottanta. «In un incartamento di 51 pagine del 30 gennaio 1989, sempre redatto a cura di Brankowitz, si legge che tra il 21 ottobre ed il 5 novembre, e tra il primo ed il 15 dicembre 1945, nel “Mar Mediterraneo, isola d’Ischia”, sono state affondate quantità non specificate di bombe contenenti fosgene, cloruro di cianuro (“cyanogen chloride”) e cianuro idrato (“hydrogen cyanide”)». Non è l’unico caso. In un documento del 2001 redatto a cura del Poligono americano di Aberdeen, invece, Legambiente denuncia sia stato tracciato l’affondamento di 13mila proiettili di mortaio carichi di iprite e 438 barili «nell’area di Napoli».
Sui nostri fondali ci sarebbero tracce anche di ordigni più recenti. Alcuni risalenti alla guerra del Kosovo. In assenza di certezze, il deputato democrat Capone chiede spiegazioni al governo. La sua interrogazione cita una mappa, diffusa qualche anno fa dalla Capitaneria di porto di Manfredonia, che evidenziava 11 diverse zone di sgancio di bombe inesplose nel basso Adriatico da parte dei caccia Nato. Mappa «non confermata, però a quanto si apprende, dal ministero della Difesa e dal Comando generale della Capitaneria di Porto». Il dossier di Legambiente cita lo stesso documento.«La mappa diffusa dalla Capitaneria di Porto di Molfetta durante il conflitto in Kosovo, parla chiaro: i caccia della Nato sganciarono ordigni inesplosi – probabilmente caricati con uranio impoverito – nel basso Adriatico in undici aree, due delle quali a 12 miglia dalla costa»

Ancora molti dubbi sulla bonifica del porto e di Torre Gavetone

Ospiti in studio di Video Italia Puglia, Rosalba Gadaleta, Ass. ambiente Comune di Molfetta, e Matteo d’Ingeo, portavoce Comitato Bonifica Molfetta, si confrontano sulla bonifica bellica marina di Torre Gavetone e porto. Intervengono fuori studio la responsabile scientifica del Comitato Bonifica, dott.ssa Maddalena De Virgilio e Pasquale Salvemini della L.A.C. Puglia. Gli interventi dei convenuti affrontano anche il problema dell’alga tossica e delle prospezioni nel mare Adriatico per le ricerche di pozzi petroliferi. Il Comitato Bonifica che aderisce al Coordinamento NoTRIV di Molfetta e Terra di Bari ha presentato le osservazioni contro i permessi di ricerca e trivellazioni in Adriatico della Global Petroleum e si appresta a presentare le controdeduzioni di quest’ultima. Conduce in studio Matteo Diamante.

Emergenza Adriatico – Pochi giorni per fermare le trivelle croate

La Croazia ha appena annunciato trivellazioni in tutto l’Adriatico: a poca distanza dalle coste italiane e in un mare chiuso in cui la più piccola perdita di petrolio potrebbe causare un disastro ambientale irrimediabile.  Ma la decisione non è definitiva.  La Croazia vive di turismo, in buona parte proprio turisti italiani (oltre 1 milione!), attirati da spiagge e mari incontaminati.

Firma subito QUI e condividi con tutti e non appena arriveremo a 150mila firme faremo arrivare la protesta italiana ovunque su giornali e tv croati per far capire al Governo che andare avanti con le trivellazioni significa mettere a rischio l’economia del Paese.

Stiamo già mobilitando tutto e tutti dalla pesca, alla protezione della fauna, dell’ambiente, al rischio geologico, fino ai residui bellici che rendono le trivellazioni pericolose: avremo un dossier inattaccabile, che ha già convinto il governo italiano a sospendere molte trivellazioni proprio nell’Adriatico.

Ma sappiamo che bastano due cifre per convincere definitivamente il governo croato: i circa 100 milioni di investimenti in media all’anno promessi dalle multinazionali del petrolio contro i circa 7 miliardi all’anno che derivano dal turismo. Basterebbe perdere per colpa di questo progetto 150mila dei 12milioni di turisti annuali, e tutta l’operazione sarebbe un fallimento per l’economia croata.

Grazie alla mobilitazione di centinaia di migliaia di possibili turisti tedeschi abbiamo appena contribuito a fermare simili trivellazioni vicino ad Ibiza. E la Croazia non può fare a meno del turismo, che è oltre il 20% del suo PIL: sarà semplicemente terrorizzata di perdere anche la più piccola percentuale di turisti italiani.

Firma subito QUI e condividi con tutti i tuoi amici

La comunità di Avaaz è già stata cruciale nel 2014 per salvare pezzi bellissimi del nostro ambiente: dal Parco Naturale del Sirente-Velino in Abruzzo, alle cime più alte delle Apuane, fino alla mobilitazione per il Clima che anche in Italia ha coinvolto decine di città e decine di migliaia di persone. E ora sta a noi lottare per l’Adriatico e forse l’intero Mediterraneo.

Con speranza e determinazione,

Luca, Francesco, Juliane, Luis, Sam, Christoph e tutto il team di Avaaz

MAGGIORI INFORMAZIONI

Petrolio, dalla Croazia 10 concessioni per trivellare nell’Adriatico. C’è anche l’Eni (Repubblica)
http://www.repubblica.it/economia/finanza/2015/01/04/news/petrolio_croazia_eni-104271036/

Turismo record in Croazia vale quasi il 21% del Pil (Il Piccolo)
http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/01/05/news/turismo-record-in-croazia-vale-quasi-il-21-del-pil-1.10612126

La corsa energetica della Croazia preoccupa il settore turistico (Wall Street Journal – IN INGLESE)
http://www.wsj.com/articles/croatias-rush-to-energy-development-worries-tourist-sector-1420207738

No alle trivellazioni nell’Adriatico. Stop da Tar Lazio e Regione Basilicata (ADNkronos)
http://www1.adnkronos.com/IGN/Sostenibilita/Risorse/No-alle-trivellazioni-nellAdriatico-stop-da-Tar-Lazio-e-Regione-Basilicata_313755751877.html

Croazia, la vittoria del centro-destra non cambia nulla per il sì alle trivellazioni offshore (GreenReport)
http://www.greenreport.it/news/croazia-vittoria-centro-destra-non-cambia-nulla-per-si-alle-trivellazioni-offshore/

Turisti tedeschi raccolgono 180mila firme contro le trivellazioni alle Baleari (El Mundo – IN SPAGNOLO)
http://www.elmundo.es/ciencia/2014/08/05/53e0ba38ca4741b27a8b457a.html

Piattaforme petrolifere in Adriatico, il Wwf preoccupato per l’ecosistema (Rimini today)
http://www.riminitoday.it/green/life/piattaforme-petrolifere-in-adriatico-il-wwf-preoccupato-per-l-ecosistema.htm

Un mare di schiuma, Molfetta come Blackpool in Inghilterra e Lorne in Australia

Nei primi giorni di Gennaio avevamo temuto che il nostro mare fosse vittima di un’altra ennesima emergenza ambientale a cui siamo ormai rassegnati; dopo l’alga tossica, le bombe chimiche e i reflui scaricati a mare, vedere quella insolita e consistente schiuma oleosa persistere per molti giorni in più parti della nostra spiaggia ha creato non poche preoccupazioni. Vederla poi anche a pochi metri dal Torrione Passari in Cala Sant’Andrea è stato ancor più allarmante.

Abbiamo ricevuto altre segnalazioni che riferivano della stessa schiuma avvistata a Bisceglie, Monopoli, Polignano e San Giorgio a Bari. Mentre Daniele Marzella, del NUCLEO SUB MOLFETTA, ci forniva un video che registrava la strana schiuma sul litorale di Giovinazzo.

Ma il fatto che il fenomeno fosse diffuso non è bastato a rassicuraci perchè ci chiedevamo quale fosse la causa di quella schiuma. Abbiamo fatto le nostre ricerche in rete e abbiamo trovato una vasta gamma di fenomeni simili in Italia e nel mondo.

In Inghilterra a Blackpool, a pochi chilometri da Liverpool, accade che la schiuma trasportata dal vento cada come neve sulle strade della costa costringendo gli abitanti a chiudersi in casa perchè la schiuma è di consistenza oleosa e macchia i vestiti.

In Australia invece, così come mostra il video che segue, lungo la costa di Lorne (Victoria) il fenomeno si verifica una volta ogni tre-cinque anni; sul territorio si manifesta un’intensa e prolungata fase di maltempo accompagnata, ovviamente, da precipitazioni anche abbondanti che formano una densa e compatta schiuma che invade tutta la spiaggia anche per diversi chilometri. E i serfisti si divertono.

I campioni raccolti in queste zone non mostrano alcuna traccia di detersivi o sostanze chimiche, per cui rimane l’ipotesi che il fenomeno sia legato alla decomposizione delle alghe in particolari condizioni meteo-marine. E la nostra schiuma ha le stesse origini?

Il terrore viene dal mare

di Roberto De Santo – www.corrieredellacalabria.it

Se non è ancora allarme, poco ci manca. Ma l’ipotesi che qualcosa nei fondali del Tirreno cosentino stia accadendo sembra sempre più prendere consistenza e forma. Nelle scorse settimane e per due pescate di seguito, al largo di Campora San Giovanni, alcuni pescatori locali hanno catturato quattordici esemplari di tonnetti “alletterati” (una delle specie di tonno più diffuse nel Mediterraneo, la peculiarità sta nella colorazione azzurro-bluastra sul dorso), tutti con una malformazione alla colonna vertebrale. A destare preoccupazione, soprattutto, la circostanza della ripetitività delle catture nella stessa zona. I pescatori amatoriali, infatti, allarmati dalla strana conformazione dei primi 12 tonnetti catturati, sono ritornati nei pressi dello specchio d’acqua – nei pressi del porto della popolosa frazione di Amantea – dove avevano abboccato i pesci e lì ne hanno raccolto altri due trovandoli anch’essi con la stessa anomalia.
Una vicenda che si tinge decisamente di nero alla luce di un’altra storia simile segnalata dal Corriere della Calabria lo scorso anno, quando a settembre del 2013 altri pescatori amatoriali catturarono – non lontano dalla costa di Fiumefreddo Bruzio e dunque a pochi chilometri di distanza da Campora – altri esemplari sempre della stessa specie e con l’identica malformazione scheletrica: la spina dorsale bifida. In quell’occasione un laboratorio privato, su incarico del biologo marino Silvio Greco, svolse delle approfondite analisi sui campioni di lisca di due dei quattro pesci catturati con questa anomalia (nel corso della battuta erano stati presi dieci esemplari) ed emerse un aspetto decisamente inquietante: i resti degli animali esaminati erano contaminati da metalli pesanti e da Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa). Proprio quest’ultima sostanza – ritenuta pericolosi per gli effetti sulla salute dell’uomo – presentava un valore più alto della norma. Non solo, sempre da quelle analisi – realizzate per conto di Greco – uscì fuori che nelle lische dei tonnetti erano presenti parametri al di sopra della norma di tre policlorobifenili (Pcb). Composti organici considerati altamente nocivi per gli esseri umani visto che alcuni studi scientifici ne delineano l’elevato nesso di causalità con la contrazione di malattie tumorali.Tutti aspetti che alla luce delle identiche anomalie anatomiche che presentano gli esemplari catturati a Campora fanno ritenere plausibile che anche questi siano tonnetti contaminati dalle stesse sostanze chimiche. Un’ipotesi che – se dovesse essere supportata da dettagliate analisi sui pesci catturati a largo delle coste amanteane – solleverebbe con maggiore insistenza l’allarme di una possibile contaminazione lungo il Tirreno cosentino. Soprattutto alla luce che i pesci pescati sia nel caso di Fiumefreddo sia di Campora San Giovanni sarebbero nati nella zona: la lunghezza non supererebbe, infatti, i trenta centimetri. Anche se c’è da sottolineare che i tonnetti catturati appartengono a una specie pelagica, capace cioè di percorrere centinaia di chilometri e che nella baia di Augusta, nel corso degli anni, sono stati segnalati diversi casi di pesci deformi. Un’aspetto che potrebbe lasciare intendere che da lì possano essere arrivati almeno i progenitori dei pesci catturati al largo delle coste del Tirreno cosentino. Ciononostante restano alcuni elementi inquietanti: la concomitanza delle catture nella stessa zona, la ripetitività almeno negli ultimi due anni e la giovane età degli esemplari. Circostanze, queste, che lasciano completamente aperta l’ipotesi dell’esistenza di un focolaio di contaminazione proprio in territorio calabro.

L’ANALISI DELL’ESPERTO
«È evidente che a questo punto c’è qualcosa di sospetto e che, per questo, meriti tutti gli approfondimenti del caso». Il biologo marino Silvio Greco alza il livello d’attenzione sulla vicenda degli esemplari malformati. Soprattutto dopo le nuove catture di tonnetti al largo di Campora San Giovanni che presentano la spina dorsale bifida. « La letteratura scientifica – spiega Greco – è concorde nell’affermare che questo genere di mutazione è dovuta alla contaminazione da metalli pesanti e da idrocarburi. Resta da comprendere dove sia collocata la fonte d’inquinamento e a cosa sia dovuta». Per questo il noto biologo marino invoca «la costituzione di un gruppo di esperti per capire con esattezza l’ampiezza e l’origine del fenomeno». Per fare questo senza dubbio dovranno per primi intervenire i tecnici dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente calabrese. «Un primo step – sostiene Greco – per avviare un monitoraggio più ampio e più complesso con il coinvolgimento auspicabile di altri specialisti del settore».

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L’amministrazione comunale nega informazioni e documenti alla città e il CBM prepara una petizione

Comunicato stampa

L’amministrazione comunale nega informazioni e documenti alla città e il CBM prepara una petizione

Lunedì 1 Dicembre u.s. si è tenuta presso la sala stampa di Palazzo Giovene, a cura del COMITATO BONIFICA MARINA (CBM), una conferenza stampa sulle diverse criticità che minacciano la salute del nostro mare e sullo stato dell’arte delle attività di bonifica.

A fare da ponte con la precedente conferenza pubblica del CBM, tenutasi presso la Sala Finocchiaro l’8 aprile 2014, sono state una serie di clips-video estrapolate dall’intervento del nostro Sindaco Paola Natalicchio tenuto in quella occasione.

Il primo cittadino, allora, invitò la cittadinanza attiva a collaborare con le istituzioni sulle tematiche della bonifica del porto e di Torre Gavetone, nonché sulla necessità di costituire un osservatorio epidemiologico comunale di monitoraggio sugli effetti dell’alga tossica (Ostreopsis ovata). Tutti gli impegni presi pubblicamente dalla amministrazione sono stati tutti completamente disattesi.

Tutte le interpellanze, e successivi solleciti, presentate dal CBM all’amministrazione comunale non hanno mai avuto risposte. Questo atteggiamento poco rassicurante è ancora più inaccettabile dal momento che la nostra comunità è inserita nel circuito delle CITTÀ SANE.

A rappresentare la marineria molfettese Vitantonio Tedesco (Vice Presidente del CBM) che ha delineato un quadro, a dir poco preoccupante, sullo stato di salute del comparto della pesca, flagellato appunto anche dalla presenza di ordigni bellici inesplosi e dalla presenza di anomale masse di mucillagini marine. A tal proposito è stato proiettato un documento filmato di Daniele Marzella e prodotto dal Nucleo Sub Molfetta, in collaborazione del Comitato Bonifica Molfetta, a testimoniare le più importanti criticità del nostro mare; gli ordigni, l’alga tossica e gli scarichi delle acque degli impianti di depurazione.

A fine conferenza è stata illustrata la petizione che il CBM promuoverà nei prossimi giorni in città per :

– l’istituzione di una commissione comunale di studio tecnico-scientifico sull’esposizione cronica alle tossine dell’Ostreopsis ovata (alga tossica);

–   la creazione di un osservatorio che rilevi le ricadute della stessa sull’ecosistema;

– la convocazione di un “Forum cittadino” permanente di comunicazione e informazione sulle problematiche inerenti l’alga tossica.

     Molfetta, 20.12.2014

                                                                                 Comitato Bonifica Molfetta