A pochi giorni dal voto, giunge il dissequestro del porto commerciale

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Militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bari ed appartenenti al Comando Provinciale del Corpo Forestale dello Stato di Bari, di Ravenna e Reparti dipendenti hanno eseguito nelle prime ore di questa mattina 2 ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari emessi dal G.I.P. del Tribunale di Trani, su richiesta della Procura della Repubblica a quella sede, nei confronti dell’ex dirigente del settore Lavori Pubblici del Comune di Molfetta (BA) e di un imprenditore – rappresentante, in qualità di procuratore speciale, della Cooperativa Muratori & Cementisti C.M.C. con sede in Ravenna – entrambi responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, reati contro la fede pubblica, frode in pubbliche forniture, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
Sequestrata l’area destinata al nuovo porto di Molfetta per un valore di 42 milioni di euro circa nonché la residua somma di finanziamento pubblico (pari a 33 milioni di euro) non ancora utilizzata dal Comune di Molfetta.
Le misure cautelari giungono al termine di un’indagine avviata nel 2010 dalla Procura della Repubblica di Trani sulla gestione delle procedure relative all’appalto integrato per la realizzazione del nuovo porto commerciale marittimo di Molfetta.
L’attività di polizia giudiziaria ha preso le mosse da una segnalazione dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di Lavori, Servizi e Forniture di Roma diretta alla Procura della Repubblica di Trani concernente presunte irregolarità relative al predetto appalto d’opera con cui venivano ipotizzate alcune limitazioni della concorrenza nel bando di gara predisposto dalla stazione appaltante (Comune di Molfetta).
Sulla base dei fatti e delle circostanze denunciate dall’Autority, venivano avviate immediate investigazioni, sviluppatesi attraverso acquisizione documentali presso uffici pubblici, l’escussione di persone informate sui fatti, ricognizioni di luoghi, perquisizioni di società nonché intercettazioni telefoniche, che consentivano di far luce sulle irrituali modalità di aggiudicazione della commessa pubblica in questione da parte del Comune di Molfetta.
Le indagini hanno messo in evidenza come un ingente fiume di denaro pubblico sia stato veicolato a favore del Comune di Molfetta per la realizzazione della diga foranea e poi del nuovo porto commerciale, grazie ad una serie di atti illegittimi ed illeciti, di interferenze amministrative e di condotte fraudolente che hanno provocato l’esborso complessivo di circa di 83 mln. di euro (a fronte di un valore totale dell’opera, quantificato in 72 mln. di euro ed a fronte invece di un impegno finanziario complessivo, sin ora preso, pari a 147 mln. di euro); e senza che l’opera sia stata realizzata e senza speranza di conclusione, nei termini previsti, considerata la presenza massiccia di ordigni residuati bellici nei fondali marini oggetto dei lavori.
L’operazione trae origine da un appalto del 2006 per la realizzazione di opere foranee e del Porto Commerciale di Molfetta affidato dal Comune ad un’ A.T.I. (Associazione Temporanea di imprese) costituita da Cooperativa Muratori & Cementisti C.M.C. di Ravenna, SIDRA S.p.A. di Roma e Impresa Pietro CIDONIO S.p.A. di Roma.
Le indagini hanno fatto emergere come il costo dell’opera sia stato (tutto compreso) quantificato in 72 mln di euro. A fronte di ciò, però, l’impegno complessivo pubblico (dapprima regionale poi statale) è stato previsto per un totale di 147 mln. di euro a seguito di varie leggi di finanziamento della stessa a partire dal 2001 e di ulteriori leggi di rifinanziamento a partire dal 2008. Incassati dal Comune 83 mln. di euro; la somma sin ora complessivamente e materialmente spesa per il porto è stata, invece, di circa 42 mln di euro.

Il Comune di Molfetta aveva quindi proceduto all’illegittima assegnazione di parte della commessa in argomento al fine di:
–     destinare al pagamento delle spese correnti le disponibilità economiche rinvenienti dai finanziamenti e dalle erogazioni statali concesse con la specifica e vincolata destinazione al pagamento dei lavori di completamento della diga foranea e di ampliamento del porto commerciale;
–     far risultare nei bilanci di previsione un fittizio equilibrio economico-finanziario dell’Ente comunale attestando falsamente il rispetto del “patto di stabilità” da parte del Comune medesimo assicurando quindi la stessa sopravvivenza finanziaria del Comune di Molfetta evitando il rischio default.
Ciò avveniva, come dimostrato dalle indagini svolte, attraverso l’alterazione della veridicità delle spese correnti proprie dell’Ente comunale, a tal fine usando l’artificio contabile di scrivere nel capitolo di bilancio in conto capitale relativo ai finanziamenti statali erogati per il completamento della diga foranea di Molfetta e per l’ampliamento del porto commerciale spese non riferibili a tale titolo e non pertinenti ad esso (e pertanto da imputarsi in conto spese correnti).

In pratica, l’incondizionata disponibilità finanziaria pervenuta, fin dal 2001, in capo al Comune si è tradotta in una sorta di gestione del potere pubblico-finanziario nel consapevole ed illegittimo utilizzo dei fondi pubblici (destinati per legge esclusivamente ai lavori di prosecuzione ed ampliamento della diga foranea e del porto), appostandoli in bilancio in modo da far apparire il pareggio dello stesso, il formale adempimento del patto di stabilità e quindi la stessa sopravvivenza finanziaria del comune di Molfetta, evitando il rischio default.

In tale contesto si innesta la nota e storica vicenda degli ordigni bellici che ancora si addensano su buona parte del fondale dell’area portuale di Molfetta ivi compresa quella interessata dall’esecuzione dei suddetti lavori e che di fatto hanno reso e rendono impraticabile l’esecuzione degli stessi.

Invero, il Comune di Molfetta sin dal 2004 affidava ad una ditta specializzata un’attività dedicata di scandaglio dei fondali, interrotta nel 2005 proprio a causa della enorme concentrazione degli ordigni bellici presenti. 

Le indagini hanno dimostrato che la presenza di ordigni sul fondale del Porto, ben nota quindi alle parti contraenti ancor prima della consegna dei lavori, e oggettivo ostacolo alla realizzazione delle opere foranee, non ha dissuaso dall’attivare la citata gara d’appalto né, soprattutto, l’esecuzione dei lavori portuali senza una effettiva e preventiva bonifica dei fondali. Anzi, ad un certo punto dell’iter esecutivo è stata anche formalizzata un’onerosa transazione pari ad ulteriori 7,8 mln di euro – tratti dai fondi pubblici – per risarcire l’ATI appaltatrice del ritardo nell’esecuzione dei lavori stessi.

Inoltre, a causa di tali ostacoli, si è stati anche costretti a ridimensionare di parecchio l’intervento esecutivo, senza proporzionali riduzioni del compenso.
La vera attività di bonifica dei fondali iniziava solo nel luglio 2008 a cura di apposito nucleo della Marina Militare e cioè dopo la consegna alla citata A.T.I. dei lavori relativi al porto.

Nella complessa vicenda le indagini hanno, infine, riscontrato altri numerosi reati, tra cui una serie di illeciti ambientali e paesaggistici, consistenti nella  realizzazione di una discarica abusiva (cosiddetta “cassa di colmata”) all’interno dell’area di cantiere del porto – nella quale sono presenti numerosi ordigni bellici rimossi durante le operazioni di dragaggio del fondale non smaltiti secondo la normativa vigente, nonché materiali di risulta delle opere di scavo sottomarino in violazione della normativa che regola la gestione dei rifiuti (D. Lgs. n.152/2006), nonché del T.U. dell’edilizia (D.P.R. n.380/2001), del codice del Paesaggio (D. Lgs n.42/2004) e della disciplina speciale in tema di bonifica da ordigni bellici.

Nel corso delle indagini venivano infine accertati numerose gravi violazioni alle norme poste a tutela del patrimonio ambientale e paesaggistico. Il Comune di Molfetta al fine di conseguire i finanziamenti aveva falsamente asserito l’inesistenza sull’area portuale di vincoli imposti dalla normativa europea e nazionale in tema di ambiente e paesaggio. L’area interessata dagli interventi insisteva, infatti, in una zona tutelata dal Piano Urbanistico Territoriale Tematico per il Paesaggio (P.U.T.T.) della Regione Puglia poiché area ambientale protetta nonché assoggettata sia a vincolo storico-paesaggistico che ambientale-naturalistico, in parte ricadente nel sito di importanza comunitaria denominato “Posidonieto San Vito – Barletta”.

Si evidenziato come, il percorso compiuto dal Comune per ottenere i detti finanziamenti, passava anche attraverso l’asserita inesistenza, sull’area portuale molfettese, di vincoli imposti dalla normativa europea e nazionale in tema di ambiente e paesaggio con particolare riferimento ai S.I.C. – Siti di Importanza Comunitaria (Rete Natura 2000-Direttiva Habitat) tesi alla tutela di habitat naturali quali sono le acque portuali molfettesi ricche di colonie di alga poseidonia.

A fronte dell’attività investigativa sono, come detto, state tratte in arresto (ai domiciliari) due dei responsabili (l’ex dirigente comunale Vincenzo Balducci) ed il procuratore speciale della C.M.C. nonché direttore di cantiere Giorgio Calderoni.

E’ stato inoltre eseguito il sequestro dell’area destinata al nuovo porto e la somma residua di uno dei mutui della Cassa Depositi e Prestiti destinati al finanziamento dell’opera.

MOLFETTA, LA TRUFFA DEL PORTO

Autorità portuali, scoppia il caso Bari

di Massimiliano Scagliarini – www.lagazzettadelmezzogiorno.it

BARI – La scadenza delle nomine è giugno, all’indomani delle Regionali. Ma il rinnovo delle presidenze delle Autorità portuali sta diventando – come sempre – un caso politico, stavolta appesantito dall’incrocio elettorale e dalle coincidenze: sulla proposta degli enti locali dovrà infatti esprimersi (di concerto con la Regione) il ministero delle Infrastrutture, nella bufera in questi giorni per le inchieste giudiziarie.

L’ultima parola spetta al ministro Graziano Delrio. È molto probabile che a giugno proceda a un commissariamento, per traghettare le Autorità fino a fine anno quando la riforma dovrebbe cambiare le modalità di designazione dei presidenti. E rischia di deflagrare il caso Bari dove l’uscente Francesco Mariani non è più ricandidabile e dove – in un gioco di specchi – il Comune di Barletta, la ex Bat e la Camera di Commercio hanno avanzato la candidatura di Manlio Guadagnuolo.

Guadagnuolo, ingegnere vicino al centrodestra, è acerrimo nemico di Mariani e non ha molti amici in Regione. Nel 2013, quando l’Autorità di Brindisi aveva ipotizzato di nominarlo segretario generale, fu proprio il pressing della Regione a farlo saltare. Guadagnolo è stato l’amministratore della Bari Porto Mediterraneo, società poi fallita che ha lasciato un buco da 3 milioni nei conti dell’Autorità: per questo una parte del comitato portuale è in subbuglio.

A risolvere la partita dovrebbe essere il Comune di Bari, che però non si esprime. Il sindaco Antonio Decaro parla di «mancanza di candidati validi» e almeno in apparenza non sembrerebbe favorevole a Guadagnuolo: gli piacerebbe invece l’assessore regionale Gianni Giannini, indisponibile in quanto candidato alle Regionali. Il Comune di Monopoli, guidato dal centrodestra, si è smarcato ed ha avanzato la candidatura di Marina Monassi (ex presidente di Trieste). Tuttavia Guadagnuolo ha più di un estimatore al ministero, e – se capoluogo e Città metropolitana rimarranno silenti – potrebbe ottenere la nomina cui ha concorso, invano, sia nel 2005 che nel 2011.

Quella delle Autorità portuali potrebbe essere anche l’ultima tornata di nomine importanti gestita dal governatore Nichi Vendola. Gli interessi in gioco sono fortissimi, tanto che di norma si arriva a una mediazione politica per l’alternanza destra-sinistra tra presidente e segretario generale: accadde così nel 2011, quando il ministro era Altero Matteoli e la scelta del presidente di Taranto fu lasciata al centrodestra. Ma i nomi sono sempre gli stessi così come i veleni che accompagnano ogni tornata di nomine. A Brindisi, è solo un esempio tra i tanti, il posto di segretario generale cui aspirava Guadagnuolo è stato poi affidato all’ex ammiraglio Salvatore Giuffrè, ex direttore marittimo della Puglia, ex commissario straordinario dell’Autorità di Taranto, il cui figlio è stato assunto da Mariani all’Autorità di Bari dove le parentele eccellenti abbondano.

A Brindisi è in uscita il greco Iraklis Haralambidis. I candidati sono il professore universitario Danilo Urso (Comune), Donato Caiulo (un consulente dell’ex ministro Lupi, indicato dalla ex Provincia) mentre la Camera di Commercio ha proposto il suo stesso presidente, Alfredo Malcarne.

A Taranto si profila uno scontro tra gli enti pubblici e la concessionaria portuale Tct e si rischia di ripetere il pasticcio del 2011: la legge prevede una unica terna di candidati, invece ce ne sono già due. La Camera di Commercio ha indicato l’ex presidente Giuseppe Guacci, l’ex segretario generale Angelo Agliata e il vicedirettore generale della Tct (Taranto Container Terminal), Gian Carlo Russo. La ex Provincia ha invece indicato Russo, Agliata e la Monassi, sponsorizzata in questa partita dall’ex ministro Claudio Signorile, a sua volta molto vicino all’ex ministro Lupi: il terremoto giudiziario rende oggi questa soluzione difficilmente praticabile. L’uscente Sergio Prete spera ancora nella riconferma.

Azzollini e il porto di Molfetta, una legge ad personam potrebbe assolverlo

di Mario Portanova – www.ilfattoquotidiano.it

Antonio Azzollini, campione delle leggi ad se stessum. Il latino è del tutto maccheronico, ma rende l’idea. Il senatore Ncd, presidente della Commissione bilancio, di recente attenzionato per la seconda volta dalla Corte dei Conti, potrebbe scampare dalle accuse che lo hanno fatto finire nel registro degli indagati per la vicenda del porto di Molfetta, città pugliese di cui era sindaco, un appalto da 57 milioni per un’opera mai finita, ma per la quale lo Stato ha stanziato finora oltre 169 milioni. Secondo Repubblica Bari, un piccolo comma inserito in una legge approvata l’anno scorso (quella dei famosi 80 euro di Renzi) potrebbe far cadere una delle accuse contestate al politico alfaniano dalla Procura di Trani. Quella di aver versato 5,7 milioni di euro alle imprese appaltatrici del porto con un “artifizio contabile”, sostengono i pm, in modo tale che il Comune di Molfetta apparisse comunque in regola con il patto di stabilità per gli enti locali.

Repubblica chiama in causa il comma 1-bis dell’articolo 18 del decreto legge n.16 del 2014, poi convertito in legge. E proprio in sede di conversione (prima stranezza) è comparso il “bis” incriminato. Il quale, “per i mutui contratti dagli enti locali antecedentemente al 1o gennaio 2005″ offre una nuova interpretazione di una precedente norma, il comma 76 dell’articolo 1 della legge 30 dicembre 2004, n. 311. Proprio quella che i pm di Trani contestano ad Azzollini di aver violato. La nuova interpretazione è tale che “l’ente locale beneficiario può iscrivere il ricavato dei predetti mutui nelle entrate per trasferimenti in conto capitale, con vincolo di destinazione agli investimenti”. Così facendo, “l’eventuale rimborso da parte dello Stato delle relative rate di ammortamento non è considerato tra le entrate finali rilevanti ai fini del patto di stabilità interno”. Un cavillo supertecnico, ma a sollevare sospetti è innanzitutto il riferimento netto al 2005, visto che il pagamento incriminato era stato iscritto nel bilancio del Comune di Molfetta giusto nel 2004. E l’inchiesta contro Azzollini e una sessantina di indagati era diventata di pubblico dominio il 7 ottobre 2013, con due arresti. Come mai sei mesi dopo, nel marzo del 2014, qualcuno si preoccupa di intervenire sui mutui contratti dai Comuni otto anni prima?

Non è la prima volta che il Parlamento licenzia leggine utili al potente ex sindaco di Molfetta. Fra le accuse della Procura di Trani contro Azzollini c’è quella di avere dirottato i copiosi fondi statali stanziati per il porto ad altre destinazioni, dalla pista di atletica alla sistemazione dei marciapiedi. Molti di questi dirottamenti, però, non possono essergli contestati in virtù di una norma del 2005 (il dl 203 poi convertito in legge), secondo la quale i fondi da quel momento in poi stanziati per il porto di Molfetta potevano essere utlizzati anche per “la realizzazione di opere di natura sociale, culturale e sportiva”. Il pronto soccorso ad Azzollini è spesso bipartisan. Nell’ottobre scorso il Pd è stato determinante per respingere la richiesta della Procura di Trani di utilizzare alcune intercettazioni telefoniche – sempre relative all’inchiesta sul porto – in cui compariva il parlamentare. Il prezzo pagato dai dem fu una lacerazione interna con tanto di autosospensione del senatore Felice Casson. Una vicenda che ha poi pesato sulla sua decisione di candidarsi a sindaco di Venezia, con la prospettiva di lasciare Palazzo Madama (e i suoi compromessi) se eletto.

Porto Molfetta, 53 milioni di danni. La Corte dei conti contro Azzollini

di Giuliano Foschini – bari.repubblica.it

Il Senato ha votato contro l’utilizzo delle sue intercettazioni telefoniche. Ma il senatore di Ncd, Antonio Azzollini, rischia di pagare a caro prezzo la brutta storia del porto di Molfetta: 53 milioni. E’ questo il danno erariale per il quale lui, insieme con tutti gli amministratori coinvolti nella maxi inchiesta di Trani sono stati denunciati alla Corte dei Conti dalla Guardia di Finanza affinchè venga stabilito se sono stati spesi soldi non dovuti.

Il caso è noto. La realizzazione del porto a Molfetta, città guidata dall’allora sindaco Azzollini, senatore e presidente della Commissione bilancio.

Secondo l’accusa della Procura di Trani, il porto era un’opera irrealizzabile: il fondale del porto di Molfetta era pieno di ordigni bellici, residui della seconda guerra mondiale. Sminarlo era praticamente impossibile o comunque troppo costoso. Motivo per cui i lavori non avrebbero potuto mai essere terminati. Ciò nonostante però il lavoro fu appaltato e i lavori furono effettivamente sospesi. Ciò nonostante da Roma continuavano ad arrivare soldi che Azzollini, questa l’accusa della Procura, avrebbe utilizzato su altre spese di bilancio. In modo da soddisfare interessi elettorali. Qualche esempio: vengono presi dai soldi del porto i 624mila euro dati ai dipendenti come incentivi comunali, i due milioni e mezzo per i nuovi marciapiedi, i tre milioni per la pista di atletica, i 221mila per il palazzetto dello sport, i 375mila per i gabbiotti e le tende da sol del “mercato diffuso”, i 300mila per il centro minori più una serie di spese correnti compresi i “111.526 euro in “cancelleria e stampa” e 34.378 euro in “conti di ristoranti”. «In sostanza – scrive la procura di Trani in uno dei suoi atti di accusa – l’amministrazione Azzollini ha utilizzato quel denaro per creare un “fittizio equilibrio economico”, e a attestare falsamente il patto di stabilità. L’amministrazione sostituiva le spese d’investimento con uscite non aventi tale natura, e ‘copriva’ queste ultime a carico dei finanziamenti e trasferimenti finalizzati alla costruzione del nuovo porto commerciale». Porto che appunto cominciato, finanziato (sono stati costretti anche a pagare una penale milionaria alla Cmc, la società che aveva vinto la gara ma non ha potuto continuare per via delle bombe) e ora ancora rifinanziato con altri dieci milioni nell’ultima finanziaria.

Eppure che su quell’appalto ci fosse qualcosa che non andasse lo aveva già detto nel 2008 l’Authority sull’appalto che aveva parlato di una «illegittimità del bando di gara». L’appalto prevedeva l’esistenza di una draga, una particolare macchina per l’escavazione subacquea, che ha soli tre esemplari al mondo. «Una richiesta fortemente limitativa della concorrenza » diceva il Garante che aveva previsto anche il resto. In un’ispezione della Finanza del 2008 si diceva «che a causa delle attività di bonifica dei fondali dagli ordigni bellici, i lavori di dragaggio non hanno ancora avuto un concreto inizio» e quindi chissà quando sarebbero finiti. Da qui la possibilità che l’azienda appaltatrice, come effettivamente poi accaduto, potesse chiedere i danni «per fermo cantiere ed inutilizzo dei macchinari» con «profili di potenziale danno erariale» per le casse del Comune.

«Siamo stati facili Cassandre, purtroppo» dicono ora dall’Authority dove fanno notare anche una seconda circostanza. L’appalto era stato bandito per 63,8 milioni e vinto da una Ati tra Cmc, Società italiana dragaggi e Pietro Cidonio con un ribasso del 10 per cento portando il valore di contratto a 57,6 milioni. Sei mesi dopo, una volta presentato il progetto esecutivo, il costo lievita a 69,4 milioni. «Grazie a questo meccanismo scrive l’Autorità – l’impresa recupera di fatto il ribasso offerto, oltre ad un ulteriore maggiore importo del 10 per cento».

“Messa in sicurezza” del porto? Dissequestriamo le carte

Il 4 febbraio u.s. è stata affissa all’albo pretorio comunale la “DELIBERA DI GIUNTA N.14 DEL 28/01/2015: OPERE DI MESSA IN SICUREZZA DEL NUOVO PORTO COMMERCIALE DI MOLFETTA. APPROVAZIONE PROGETTO ESECUTIVO”. Da mesi il dibattito politico cittadino, dentro e fuori il Palazzo di Città, si è sviluppato intorno al tema del nuovo porto commerciale e dalla lettura della Delibera n. 14 ci aspettavamo di cogliere elementi utili per farci un’idea di quello che la “Nuova Molfetta” ha intenzione di fare su questo progetto. Investire oltre 7 milioni di euro per la “messa in sicurezza” vuol dire dare chiari indirizzi di sviluppo successivo dell’opera; investire tale somma vuol dire predisporre, bloccandolo, il progetto esistente per poi continuarlo come previsto; oppure, mettere in sicurezza le opere già esistenti potrebbe significare bonificare completamente l’intera area direttamente interessata ai lavori comprendendo anche quell’area più esterna alla “zona rossa” verso l’inutile sperone già completato?

Insomma la “messa in sicurezza” potrebbe dire e significare tante cose ma la delibera non le spiega e non fornisce alcuna chiave di lettura, almeno quella affissa all’albo pretorio. Il cittadino attento rimane deluso leggendo questa delibera perchè, oltre a leggere tra i progettisti il nome dell’Ing. Gianluca LOLIVA, uno dei 61 indagati dell’Operazione D’Artagnan (responsabile della R.T.I. costituita tra Acquatecno s.r.l., Architecna Engineering s.r.l., Idrotec s.r.l. e la ditta individuale G. Loliva), si rende conto che qualcosa non quadra.

Intanto le 15 Relazioni, i 9 Elaborati grafici generali, i 26 Elaborati grafici Banchine Nord-Ovest e Martello, i 5 Elaborati grafici secondo braccio del molo di sopraflutto, l’Elaborato grafico degli impianti, il Piano di Sicurezza e Coordinamento, sono solo un mero elenco riportato due volte in delibera ma non allegato alla stessa. Ora ci chiediamo se questa amministrazione vuole veramente essere diversa da quella guidata da Azzollini e dimostrare la discontinuità dal passato? Non ci sembra che con questo atto amministrativo possa dimostrarlo, anzi peggiora quell’immagine di trasparenza e partecipazione che ha alimentato e alimenta la quotidiana propaganda politica. Quando si legge nel corpo della delibera, a pag.5, che gli obiettivi del ” Progetto dei lavori di messa in sicurezza e salvaguardia delle opere di costruzione del porto Commerciale di Molfetta“, si potrebbe intuire che le carte presentate dall’Ing. LOLIVA siano qualcosa di diverso da quello che l’amministrazione comunale vuole farci intendere e che nei fatti è nel titolo, abbastanza generico, della delibera n.14 del 28.01.2015, “Opere di messa in sicurezza del Nuovo Porto Commerciale di Molfetta“.

Per questi motivi abbiamo presentato in data 16 febbraio 2015 prot. n. 11850, la richiesta di presa visione e copia di tutti gli elaborati tecnici, grafici e relazioni del progetto esecutivo contenuti nella “DELIBERA DI GIUNTA N.14 DEL 28/01/2015: OPERE DI MESSA IN SICUREZZA DEL NUOVO PORTO COMMERCIALE DI MOLFETTA. APPROVAZIONE PROGETTO ESECUTIVO” (affissa all’Albo Pretorio il 4.1.2015 al numero progressivo 201), ai sensi della legge 241/90 (modificata e integrata dalla Legge 15/2005) e del decreto legislativo n. 33/2013. 

Invitiamo tutti i cittadini attivi ad inoltrare la stessa richiesta al Sindaco e al Segretario Comunale affinché tutti siano consapevoli e informati sulla sorte delle opere sequestrate del nuovo porto commerciale e di come questa amministrazione vuole “metterle in sicurezza“. Infine suggeriamo a chi in questi giorni dichiara che il dibattito sul porto è “stato sequestrato“, di attivarsi con noi per il “dissequestro dei documenti” e la loro pubblicazione in rete, in modo che il vero dibattito sul futuro del porto possa nascere sulla base della conoscenza dei progetti vecchi e nuovi. Questa sì che sarebbe una festa per la democrazia e della partecipazione vera, e non solo propagandata.

Messa in sicurezza Porto n.14_28.1.2015

Ancora molti dubbi sulla bonifica del porto e di Torre Gavetone

Ospiti in studio di Video Italia Puglia, Rosalba Gadaleta, Ass. ambiente Comune di Molfetta, e Matteo d’Ingeo, portavoce Comitato Bonifica Molfetta, si confrontano sulla bonifica bellica marina di Torre Gavetone e porto. Intervengono fuori studio la responsabile scientifica del Comitato Bonifica, dott.ssa Maddalena De Virgilio e Pasquale Salvemini della L.A.C. Puglia. Gli interventi dei convenuti affrontano anche il problema dell’alga tossica e delle prospezioni nel mare Adriatico per le ricerche di pozzi petroliferi. Il Comitato Bonifica che aderisce al Coordinamento NoTRIV di Molfetta e Terra di Bari ha presentato le osservazioni contro i permessi di ricerca e trivellazioni in Adriatico della Global Petroleum e si appresta a presentare le controdeduzioni di quest’ultima. Conduce in studio Matteo Diamante.

Mario Portanova e la sua inchiesta sul porto di Molfetta. Dal suicidio del Dirigente Enzo Tangari alle intercettazioni di Azzollini negate dal Senato

Azzollini e il dirigente suicida: “Dal senatore pressioni per ostacolare i pm”

di Mario Portanova – www.ilfattoquotidiano.it

Una Panda beige imbocca l’ingresso del porto a forte velocità, percorre il molo, alla curva tira dritto senza frenare. L’auto finisce in mare, proprio sotto il faro, dove ancora oggi si vede la banchina sbrecciata sul bordo. Così, alle 8 e mezzo del mattino del 12 marzo 2013, ha messo fine alla sua vita Enzo Tangari, 59 anni, moglie e tre figli, dirigente del Settore appalti del Comune di Molfetta, in provincia di Bari. Cinque mesi più tardi, il 7 ottobre, due persone finiranno in carcere e altre sessanta indagate nell’inchiesta della Procura di Trani sulla costruzione del nuovo porto, un affare da 70 milioni di euro per il quale, però, le casse pubbliche ne hanno già stanziati circa 170, compreso l’ultimo fondo da dieci milioni garantito dalla legge di stabilità 2015.

E’ la vicenda che vede inquisito, tra gli altri, l’ex sindaco Antonio Azzollini (a sinistra nella foto), Ncd, presidente della Commissione bilancio del Senato, accusato di truffa ai danni dello Stato e altri reati. Un’inchiesta che ha travolto la macchina comunale e le società appaltatrici, guidate dalla coop rossa Cmc di Ravenna. Le manette sono scattate ai polsi di Vincenzo Balducci, dirigente comunale responsabile unico dell’appalto, e del procuratore speciale della Cmc, nonché direttore del cantiere, Giorgio Calderoni. Secondo l’accusa, l’amministrazione Azzollini ha dirottato ad altri scopi parte del fiume di denaro piovuto sulla città, riconoscendo per di più alle aziende appaltatrici “risarcimenti” milionari, contestati dai magistrati, per i ritardi nei lavori dovuti alla presenza di migliaia di ordigni bellici inseplosi sui fondali dell’erigendo nuovo porto. Il contestatissimo affare del porto è la pista principale imboccata dalla Procura di Trani sulla morte di Enzo Tangari. La pm Silvia Curione ha aperto un’inchiesta per istigazione al suicidio, poi passata ad Antonio Savasta, uno dei titolari dell’indagine sul faraonico scalo a oggi incompiuto. Continua a leggere QUI

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Azzollini, storia di un intoccabile e del suo porto da 170 milioni. Mai realizzato

di Mario Portanova – www.ilfattoquotidiano.it

C’è una relazione dell’Autorità di vigilanza sugli appalti pubblici che porta la data del 15 gennaio 2009 ed elenca una sfilza di gravi irregolarità nei lavori per il nuovo porto di Molfetta, opera faraonica da 70 milioni di euro (poi esplosi in modo incontrollabile e tuttora lievitanti) voluta dal senatore Antonio Azzollini, Ncd, potente presidente della Commissione bilancio del Senato ed ex sindaco della cittadina in provincia di Bari. Da quel documento, trasmesso alla Procura Trani, è nata l’inchiesta con 62 indagati che il 7 ottobre 2013 ha portato all’arresto di due persone: il responsabile unico dell’appalto per il Comune, Vincenzo Balducci, e il procuratore speciale della Cmc, l’azienda appaltarice, Giorgio Calderoni. E all’accusa, per Azzollini, di truffa ai danni dello Stato, falso ideologico, falso in atto pubblico, abuso d’ufficio, violazione delle normative ambientali, violazione della normativa sul lavoro, violenza e minaccia a pubblico ufficiale. In mezzo, il 12 marzo 2013, il sucidio del dirigente del settore appalti del Comune di Molfetta, Enzo Tangari, che si è lanciato in mare con la sua Panda dal molo del porto vecchio nei giorni in cui la polizia giudiziaria acquisiva in Municipio i documenti necessari a chiudere l’inchiesta. Continua a leggere QUI

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Azzollini, porto milionario su un mare di bombe. Cmc: “Opera non eseguibile”

di Mario Portanova – www.ilfattoquotidiano.it

La questione delle bombe è uno dei pilastri dell’accusa dei pm di Trani contro il senatore Ncd Antonio Azzollini e gli altri 61 indagati per l’incredibile appalto del nuovo porto di Molfetta. Secondo i magistrati, la presenza degli esplosivi rimasti sott’acqua dalla prima e dalla seconda guerra mondiale era ben nota in Comune (e in Cmc, la regina delle coop rosse che si è aggiudicata l’appalto nel 2007) ancora prima che la gara partisse, e che quindi fosse nota la “pratica impossibilità”, si legge nelle carte dell’accusa i pm, di realizzare l’opera. Un buona pezza alla tesi dei magistrati è l’ammissione di Giorgio Calderoni, il direttore del cantiere e procuratore della cooperativa ravennate, arrestato nel blitz del 7 ottobre 2013. Intercettato al telefono il 21 maggio 2010, Calderoni commenta la sostanziale immobilità dei lavori: “Probabilmente l’errore è sul fatto che… cioè lo sforzo di seguire questa amministrazione che ha fatto il senatore per il porto eccetera… l’errore è stato quello di concentrarsi tanto anche se c’erano le bombe eccetera, insomma. In realtà, avrebbero prima dovuto aspettare di togliere le bombe però…”. Nettissima sul punto è l’email che il direttore tescnico del cantiere, Carlo Parmigiani, scrive allo stesso Calderoni, suo superiore in Cmc, il 29 giugno 2010 (ben tre anni prima del blocco imposto dalla magistratura, che ha messo sotto sequestro il cantiere, nella foto): “Il porto è a mio avviso palesemente non eseguibile”, scrive Parmigiani, “il problema degli ordigni è solo ed esclusivamente onere della stazione appaltante (il Comune di Molfetta, ndr)”. E conclude: “Se vuoi sapere il mio pensiero, allora vado oltre ed è chiedere di risolvere il contratto in danno alla stazione appaltante”. Continua a leggere QUI

L’amministrazione comunale nega informazioni e documenti alla città e il CBM prepara una petizione

Comunicato stampa

L’amministrazione comunale nega informazioni e documenti alla città e il CBM prepara una petizione

Lunedì 1 Dicembre u.s. si è tenuta presso la sala stampa di Palazzo Giovene, a cura del COMITATO BONIFICA MARINA (CBM), una conferenza stampa sulle diverse criticità che minacciano la salute del nostro mare e sullo stato dell’arte delle attività di bonifica.

A fare da ponte con la precedente conferenza pubblica del CBM, tenutasi presso la Sala Finocchiaro l’8 aprile 2014, sono state una serie di clips-video estrapolate dall’intervento del nostro Sindaco Paola Natalicchio tenuto in quella occasione.

Il primo cittadino, allora, invitò la cittadinanza attiva a collaborare con le istituzioni sulle tematiche della bonifica del porto e di Torre Gavetone, nonché sulla necessità di costituire un osservatorio epidemiologico comunale di monitoraggio sugli effetti dell’alga tossica (Ostreopsis ovata). Tutti gli impegni presi pubblicamente dalla amministrazione sono stati tutti completamente disattesi.

Tutte le interpellanze, e successivi solleciti, presentate dal CBM all’amministrazione comunale non hanno mai avuto risposte. Questo atteggiamento poco rassicurante è ancora più inaccettabile dal momento che la nostra comunità è inserita nel circuito delle CITTÀ SANE.

A rappresentare la marineria molfettese Vitantonio Tedesco (Vice Presidente del CBM) che ha delineato un quadro, a dir poco preoccupante, sullo stato di salute del comparto della pesca, flagellato appunto anche dalla presenza di ordigni bellici inesplosi e dalla presenza di anomale masse di mucillagini marine. A tal proposito è stato proiettato un documento filmato di Daniele Marzella e prodotto dal Nucleo Sub Molfetta, in collaborazione del Comitato Bonifica Molfetta, a testimoniare le più importanti criticità del nostro mare; gli ordigni, l’alga tossica e gli scarichi delle acque degli impianti di depurazione.

A fine conferenza è stata illustrata la petizione che il CBM promuoverà nei prossimi giorni in città per :

– l’istituzione di una commissione comunale di studio tecnico-scientifico sull’esposizione cronica alle tossine dell’Ostreopsis ovata (alga tossica);

–   la creazione di un osservatorio che rilevi le ricadute della stessa sull’ecosistema;

– la convocazione di un “Forum cittadino” permanente di comunicazione e informazione sulle problematiche inerenti l’alga tossica.

     Molfetta, 20.12.2014

                                                                                 Comitato Bonifica Molfetta

Cosa è accaduto a Torre Gavetone il 2 e 3 dicembre, ricognizione o bonifica?

Mentre attendiamo ancora risposte dall’Amministrazione Comunale alle nostre interrogazioni, denunce e diffide, la scorsa settimana al silenzio delle istituzioni, si è aggiunta la beffa. L’ufficio stampa del Comune nella mattinata di sabato 29 novembre ha pubblicato sul sito istituzionale un comunicato stampa in cui si diceva:

“Partirà martedì 2 dicembre 2014 la prima operazione di ricognizione per la bonifica dagli ordigni bellici delle acque di Torre Gavetone. Quel tratto di costa è tra le spiagge libere più amate dai molfettesi ma abbiamo dovuto vietare la balneazione per la nota presenza di ordigni bellici. È per questo che siamo grati alla Marina Militare per aver accolto il nostro invito a operare anche in quella zona da anni oggetto di interdizione”…. E poi : “Il nucleo Sdai – spiega il sindaco – ha nelle ultime settimane effettuato la bonifica in un’area importante del porto, una zona di ingresso ad alta densità di ordigni, inerti e cavi in acciaio che sarà presto interessata dai lavori di messa in sicurezza. Come previsto dal contratto dopo lo Sdai entra in acqua una società privata incaricata di effettuare nelle stesse aree la verifica necessaria per ottenere la seconda e definitiva certificazione delle aree. Durante questa seconda fase il nucleo Sdai è libero di operare e per questo motivo abbiamo richiesto l’intervento nella zona antistante Torre Gavetone”.

Il sindaco ha anche emanato un’ordinanza di interdizione al traffico veicolare e pedonale dell’area a ridosso di Torre Gavetone, nel tratto compreso tra l’area di parcheggio terza cala fino al confine col Comune di Giovinazzo per una distanza dalla battigia fino a cinquanta metri, verso l’entroterra.

Un’ordinanza “fuori ordinanza”, sarebbe il caso di dire, perché oltre ad essere stata pubblicata alle ore 13,00 del 1 dicembre u.s., quindi 48 ore dopo l’annuncio dell’ufficio stampa e dopo l’inizio delle cosiddette “attività di ricognizione per la bonifica” annunciate dal Sindaco. Infatti, l’ordinanza così recitava: Ordinanza di interdizione al traffico veicolare e pedonale dell’area a ridosso di Torre Gavetone, nel tratto compreso tra area di parcheggio terza cala fino al confine con il Comune di Giovinazzo per operazioni di bonifica specchio acqueo antistante la battigia” (Ord. n. 79046 del 28.11.2014). Il Sindaco, ordina altresì al Vice-Comandante della Polizia Locale-Municipale ci concordare con le associazioni di volontariato preposte alla protezione civile di mettere a disposizione le unità di personale, necessarie a garantire la sicurezza della pubblica e privata incolumità, secondo le direttive impartite dal comandante del Nucleo SDAI di Taranto. Ebbene, la mattina dell’1 Dicembre abbiamo voluto verificare l’attendibilità del comunicato stampa del 29 novembre; dopo aver constatato che all’albo pretorio fino alle 12.00 non era stata pubblicata alcuna ordinanza e nemmeno il sito della Capitaneria di Porto riportava alcuna notizia, siamo giunti a Torre Gavetone, ma non abbiamo notato, almeno fino alle 12.30, alcuna attività.

Eppure l’ordinanza (che è apparsa nella tarda mattinata del 1 dicembre sul sito del comune) parlava di inizio bonifica dall’1 al 3 dicembre. L’unica novità era il transennamento della battigia della zona antistante la pinetina di Torre Gavetone. Abbiamo ricevuto notizie delle attività svolte nei giorni 2 e 3 dicembre, ma non risulta esserci stato alcun salpamento di ordigni con relativo trasferimento in cava, o altro sito, con relativo brillamento. Tra l’altro sono state pubblicate le foto del sindaco e assessore in compagnia di Polizia Municipale e volontari che passeggiavano tranquillamente nella zona interdetta dalla dubbia ordinanza n. 79046 del 28.11.2014. Forse si riferiva alla loro incolumità quando nell’ordinanza si invocava la presenza di Forze di Polizia e volontari necessarie a garantire la sicurezza della pubblica e privata incolumità”? A questo dobbiamo aggiungere anche la presenza di inconsapevoli cittadini a bordo di piccole imbarcazioni che pescavano polpi a pochi metri dai mezzi militari e all’interno delle coordinate interdette senza che alcun pubblico ufficiale presente li abbia invitati ad allontanarsi.

Pertanto, non essendo molto chiara la situazione, ci chiediamo che tipo di attività abbiano realmente svolto i militari dello SDAI nelle mattinate del 2 e 3 dicembre? Il comunicato del 29 dicembre parlava di “prima operazione di ricognizione”, mentre l’oggetto dell’ordinanza del 28.11.2014 parlava di “operazioni di bonifica specchio acqueo antistante la battigia”. Non crediamo si possa giocare con le parole quando si tratta di sicurezza e salute pubblica, la cittadinanza deve conoscere la verità ed essere aggiornata sulla presenza di ordigni convenzionali e chimici nello specchio acqueo antistate Torre Gavetone e all’interno delle coordinate dell’Ordinanza del 3.2.2011. Il Sindaco risponda a queste domande e anche a quelle che abbiamo inoltrato, con sollecito e diffida, da aprile ad oggi.

Il consiglio di gestione    “Comitato Bonifica Molfetta”

Ordinanza.T.Gavetone1.12.2014

NO TRIV… Un nuovo capitolo

notriv-terradibari.blogspot.it

Apprendiamo dal sito del Ministero dell’Ambiente che lo Stesso ha richiesto in data 14/11/2014, alla Global Petroleum Limited, d’integrare i documenti inviati dalla società australiana in merito ai quattro permessi di ricerca d’idrocarburi liquidi e gassosi lungo le coste pugliesi, risalenti ad inizio giugno.
Importante è il riferimento agli ordigni inesplosi presenti nella zona individuata dalla multinazionale australiana per le ricerche, come documentato dalle osservazioni inviate dal Comitato Bonifica di Molfetta.
Come Coordinamento No Triv Terra di Bari pensiamo che questo sia un primo passo per chiedere il definitivo annullamento delle quattro richieste della Global Petroleum. Se l’azienda invierà tra 60 gg. i documenti richiesti dal Ministero, saremo pronti sul piano amministrativo a confrontarci con nuove osservazioni e sul piano politico a coinvolgere tutte quelle parti sociali che in questi anni si sono opposte alla scellerata politica delle trivellazioni dentro e fuori della Puglia, proseguendo il percorso intrapreso quest’estate.
Le integrazioni richieste dal Ministero ribadiscono, seppur a grandi linee, quanto siano dannose per l’habitat marino le operazioni di ricerca condotte dalle multinazionali del petrolio. Ci sembra, però, importante sottolineare come lo stesso Ente sia poco attento o non conosca i nostri fondali, tanto da accettare le richieste della Global Petroleum nonostante le carte nautiche e della marina militare indichino la pericolosità del sito scelto per le stesse a causa della presenza di numerose quantità d’ordigni bellici della seconda guerra mondiale e del conflitto nella ex – Jugoslavia. Forse le scelte di sviluppo sono più importanti dell’incolumità delle persone (e di coloro che avrebbero condotto le operazioni di ricerca in caso di autorizzazione ministeriale)!
Adesso più che mai è importante che i comuni interessati dalle richieste, ovvero, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Mola, Polignano, Monopoli, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi, San Pietro Vernotico e Torchiarolo, si attivino per chiedere alla Regione Puglia di ricorrere alla Corte Costituzionale per l’abrogazione dell’art. 38 dello Sblocca Italia, creando un fronte comune che dal Salento alla Capitanata reclama la tutela dell’autonomia dei territori rispetto alle scelte energetiche del governo centrale.
Questo spiraglio che si apre può e deve portare a creare un fronte ampio che si opponga a tutte le altre richieste presentate sul territorio pugliese e supporti quelle regioni che oggi si stanno attivando contro il decreto Sblocca Italia.
La collaborazione tra “comitatini” ha dimostrato come le competenze di chi lavora quotidianamente sulle emergenze ambientali siano indispensabili nel confronto con processi economici spudorati che non hanno rispetto dei luoghi da cui intendono trarre profitto. Non essendo stati ascoltati a fine luglio, quando inviammo le osservazioni insieme al Comitato Bonifica di Molfetta, al Coordinamento No Triv Mediterraneo ed all’Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi, dalle amministrazioni locali che hanno scelto di non farle proprie, oggi auspichiamo un confronto serio sui territori che metta la politica di fronte alle vere responsabilità ed alla necessità di risolvere, prima di tutto, le emergenze ambientali provocate da scelte di sviluppo scellerate.