Per il processo del nuovo porto di Molfetta saranno ascoltati il cap. Giambattista Acquatico, l’operatore subacqueo Claudio BUOSO e l’ex ass. Pietro UVA

Presso il Tribunale di Trani, domani 19 novembre alle ore 14.00, prosegue speditamente il processo sulla costruzione del nuovo porto di Molfetta. Il collegio giudicante presieduto dalla Presidente Dott.ssa Marina Chiddo, e dai giudici a latere Dott.sse Sara Pedone e Claudia Pizzicoli, ascolteranno altri testi. Saranno interrogati dal Pubblico Ministero Dott. Giovanni Lucio Vaira, il Capitano di Fregata Giambattista Acquatico, Comandante del Nucleo S.D.A.I. (Sminamento e Difesa Antimezzi Insidiosi); Giacomo Claudio BUOSO, un sommozzatore che ha partecipato alle varie fasi della bonifica dei fondali marini dell’area portuale. E’ stato convocato dal Pubblico Ministero anche l’ex assessore avv. Uva Pietro, ma probabilmente la sua testimonianza sarà rinviata al prossimo 3 dicembre.

Le testimonianze di Acquatico e Buoso riguarderanno le operazione di bonifica sistematica dell’area portuale di Molfetta, nell’ambito delle attività regolate dall’“Accordo di Programma per la caratterizzazione e la bonifica da ordigni bellici ai fini del risanamento ambientale del Basso Adriatico”, redatto e sottoscritto, nel Novembre 2007, tra Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Puglia, Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare (I.C.R.A.M) ed Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Puglia (A.R.P.A.).

Per dare attuazione al suddetto accordo, la Regione Puglia, in qualità di membro esecutore dell’AdP, siglò, nel settembre 2008, un apposito Protocollo d’Intesa con lo Stato Maggiore della Marina Militare, successivamente integrato, nel settembre 2009, con una “Convenzione per la permuta di prestazioni finalizzata alla caratterizzazione e la bonifica da ordigni bellici ai fini del risanamento del Basso Adriatico” con la quale la MM si impegnava a realizzare la bonifica, ad opera dei propri Nuclei SDAI, dei residuati bellici, segnalati in esito a prospezioni condotte a cura dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A., Ente che nel frattempo aveva assorbito i compiti dell’ICRAM). La Regione Puglia, di contro, si impegnava ad assicurare, in favore della M.M.I., la fornitura di combustibile navale distillato (F- 76) di valore pari alle prestazioni fornite e sino al raggiungimento delle risorse economiche rese disponibili, per un ammontare di € 2.300.000,00.

Dall’esame della documentazione che Giacomo Claudio BUOSO ha esibito in sede di sommarie informazioni testimoniali è emerso un dato inquietante: anche la certificazione di area sgombra da ordigni bellici che ZANNINI ha prodotto in data 08.05.2012, per i lavori di prolungamento della Diga Antemurale, è risultata essere non veritiera.

Infatti leggendo la descrizione di Buoso (elenco n.1) e confrontandola con quella di Zannini (elenco n.2) si noterà come gli ordigni diventavano semplici target  metallici e “una bomba di aereo chimica di cm 38×80 con spoletta (WP415)” era diventata “un cilindro metallico” di cm 38×80. 

Sicuramente molto interessanti saranno le dichiarazione del Capitano Acquatico circa la situazione della bonifica bellica e il numero degli ordigni recuperati o distrutti alla data del 30.06.2013.

Processo Porto di Molfetta, escono di scena alcuni imputati per avvenuta prescrizione dei reati

Dopo quella del 22 gennaio si è tenuta ieri, presso il Tribunale di Trani, un’altra udienza fiume del processo sui presunti illeciti commessi per la costruzione del porto commerciale di Molfetta. Il collegio sindacale presieduto dalla dott.ssa Marina Chiddo e dai giudici a latere, dott.sse Laura Cantore e Sara Pedone che si è pronunciato sulla proposta del PM dott. Giovanni Lucio Vaira di stralciare le posizioni di alcuni imputati che escono dalla scena processuale per intervenuta prescrizione dei reati a loro contestati. Quindi, sentenza breve e immediata per loro. L’ex senatore e ex sindaco di Molfetta, Antonio Azzollini, e l’ex dirigente ai Lavori pubblici del Comune, Vincenzo Balducci, avendo rinunciato alla prescrizione, per alcuni reati contestati loro, continuano a rimanere nel processo. Nessuna eccezione da parte delle parti civili presenti, ovvero del Ministero dell’Ambiente e dell’Interno, della Regione Puglia, della LegambienteCircolo di Molfetta” e del “Comitato cittadino per la bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre (Comitato Bonifica Molfetta), queste ultime due rappresentate dall’Avv. Annamaria Caputo.

Grande assente la parte civile del Comune di Molfetta.

Dopo questo alleggerimento processuale, l’aula ha continuato ad ascoltare il luogotenente Roberto Serafino in servizio presso il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Bari, Sezione Anticorruzione, autore di diverse informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari.

Il luogotenente Serafino, sollecitato dal pm Vaira, ha continuato a ripercorrere le fasi più salienti dell’indagine sul nuovo porto di Molfetta. La sua lunga e dettagliata escussione parte dall’origine del Procedimento Penale 1592/09, rappresentata da una segnalazione della autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di Roma, una segnalazione inviata alla Procura Generale alla Corte d’Appello di Bari e alla Corte dei Conti, che trasmetteva poi la stessa segnalazione per competenza alla Procura di Trani.

L’autorità per la vigilanza sui contratti pubblici era stata sollecitata da una segnalazione della Società Italiana per Condotte d’Acqua di Roma, la quale evidenziava all’Autorità l’irregolarità del bando di gara e del disciplinare di gara indetto per l’ampliamento del porto commerciale di Molfetta.

Nello specifico si prevedevano delle clausole limitative della concorrenza ovvero sia il bando che il disciplinare prevedevano il possesso di determinate attrezzature quali delle particolari draghe e il possesso anche, la disponibilità di cave ove smaltire i prodotti che residuavano dall’attività di dragaggio dei fondali; soprattutto con riferimento alle draghe, ipotizzava la società Italiana per Condotte d’Acqua che, essendo delle draghe molto particolari, ve ne fossero pochissime al mondo e quindi sostanzialmente avrebbe vinto e si sarebbe aggiudicata la gara la società che riusciva ad ottenere la disponibilità di queste draghe.

La draga D’Artagnan non è mai arrivata a Molfetta e la Direzione Vigilanza Lavori avviò un’attività di monitoraggio dell’attività svolta in cantiere mediante delle richieste di documentazione rivolta alla stazione appaltante al Comune di Molfetta e, successivamente, furono eseguite delle ispezioni dirette in cantiere avvalendosi anche della collaborazione del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza di Roma. All’esito di queste ispezioni in cantiere si rilevarono diverse illegittimità. E poi il Luogotenente Serafino attraverso la lettura di numerosissime intercettazioni telefoniche ha ripercorso tutte le attività d’indagine sulla perizia di variante e della realizzazione del “pennello  sperone”, i dubbi sulla qualità dei materiali lapidei usati non corrispondenti al capitolato d’appalto, la mancata protezione e tutela del Posidonieto, sito d’interesse Comunitario, la dubbia provenienza dei massi dalle cave non autorizzate, i sub appalti avvenuti e non comunicati alle autorità di controllo e tanti altri illeciti.

La prossima udienza è prevista per il prossimo 19 Marzo per completare l’escussione del Luogotenente Serafino e l’eventuale controesame delle difese e delle parti civili.

Al processo per il nuovo porto di Molfetta, 6 parti civili contro i 41 imputati

fonte: http://edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it di  – Antonello Norscia

Sono sei le parti civili che possono sedere nel processo sui presunti illeciti nella costruzione del nuovo porto commerciale di Molletta. Al Comune ed alla Regione Puglia, già ammesse in sede di udienza preliminare dal gup del Tribunale di Trani Francesco Messina, si aggiungono ministero dell’Ambiente, ministero dell’Interno, Legambiente e Comitato per la Bonifica dell’area portuale. Non hanno avuto breccia, dunque, le eccezioni mosse dalle difese degli imputati che, per varie ragioni, si erano opposte alla loro ammissione.

Ieri pomeriggio, il Tribunale di Trani ha ammesso tutte le richieste di costituzione di parte civile, limitando però la futura eventualità di chiedere risarcimento nei confronti degli imputati-persone fisiche e non anche di enti-società imputati come persone giuridiche. Ammesse anche le richieste istruttorie avanzate dalle diverse parti processuali. Il protrarsi della camera di consiglio e l’impegno del collegio giudicante in altri processi ha fatto slittare le audizioni dei primi testi indicati dalla Procura.

Si tornerà quindi in aula il 22 gennaio per ascoltare il luogotenente del Nucleo di polizia tributaria di Bari della Guardia di Finanza di Bari Roberto Serafino, autore di diverse informative redatte nell’ambito delle indagini preliminari. Sono 41 gli accusati tra cui il senatore ed ex sindaco Antonio Azzollini, ieri presente in Tribunale. Imputati a vario titolo figure apicali del Comune e di importanti società (Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna; Società Consortile Molfetta Newport; Società Italiana Dragaggi SpA; Fantozzi Group Srl; Spa Pietro Cidonio, tutte con sede a Roma) nonché alcune maestranze interessate ai faraonici lavori costati 147 milioni di euro: più del doppio rispetto ai 72 inizialmente previsti.

Fiumi di soldi pubblici piovuti con varie leggi di finanziamento dal 2001 in poi ma che, secondo quanto ipotizzò la Procura, sarebbero serviti, sotto mentite spoglie, anche a ripianare buchi di bilancio del Comune. A seconda delle presunte rispettive responsabilità sono stati contestati i reati di associazione per delinquere (accusa mossa anche ad Azzollini) finalizzata a delitti contro il patrimonio, la fede pubblica e la pubblica amministrazione; abuso d’ufficio (tentato e consumato), falso, truffa, omissioni d’atti d’ufficio, frode in pubbliche forniture, minaccia a pubblico ufficiale, favoreggiamento, concussione, danneggiamento, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi, violazioni della normativa ambientale, del testo unico sull’edilizia, del Codice del paesaggio e della disciplina speciale per la bonifica da ordigni bellici. La costruzione del nuovo porto sarebbe stata costellata da una serie di illeciti. Non ultimi quelli di natura ambientale, considerato che sui fondali giacevano diverse bombe.

La legge sugli ecoreati rischia di essere bloccata

Come bloccare una legge giusta

di Roberto Saviano – espresso.repubblica.it

Seguiamo l’iter tortuoso di un disegno di legge che farebbe bene al nostro paese. Seguiamolo per capire come accade che nel lavoro alle Camere su un disegno di legge si riescano a far entrare tali e tanti interessi da renderlo imperfetto pur se necessario. Seguiamolo per capire come tra Camera e Senato si arenino le migliori intenzioni. Seguiamolo per capire come dovremmo essere coinvolti sempre, perché solo il nostro sguardo e la nostra attenzione possono davvero richiamare all’ordine chi lavora per noi e per nessun altro. E chiediamo, infine, ai parlamentari uno slancio di responsabilità perché dimostrino di sapere quali sono gli interessi che devono tutelare.

Nel 1994 Legambiente pubblicò la prima edizione del Rapporto Ecomafia con l’obiettivo di inserire i reati ambientali nel codice penale. Dopo 21 anni i reati ambientali potrebbero entrare nel codice penale perché presenti in un disegno di legge promosso da tre partiti (Pd, M5S e Sel), approvato alla Camera in prima lettura il 26 febbraio 2014 e al Senato in seconda lettura il 4 marzo 2015 (dopo un’estenuante discussione fatta per 12 mesi nella commissione Giustizia presieduta dal senatore Nitto Palma di Forza Italia e nella Commissione ambiente presieduta dal senatore Ncd Marinello, entrambi contrari all’inserimento degli ecoreati nel codice penale). «Se la legge sugli ecoreati venisse approvata», riferisce Legambiente, «inquinamento, disastro ambientale, traffico di materiale radioattivo, omessa bonifica e impedimento del controllo, fino a oggi considerati reati contravvenzionali e quindi di natura minore, diventerebbero delitti da codice penale e quindi sanzionati adeguatamente per la loro gravità e contrastati in modo molto più efficace. I tempi di prescrizione si raddoppierebbero e si potrebbero utilizzare anche strumenti d’indagine efficaci come le intercettazioni e l’arresto in flagranza, propri solo dei delitti e non dei reati minori». Sarebbe una svolta dopo vent’anni di informazione e lotta.

Ma non è sempre tutto semplice come appare e soprattutto per bloccare un disegno di legge basta trovare un cavillo, solo uno – che poi spesso cavillo non è – perché tutto rischi di arenarsi. Nel passaggio al Senato del disegno di legge sui reati ambientali, il senatore di Fi Antonio D’Alì propone l’inserimento di un emendamento che stabilisce il divieto dell’uso dell’air gun (una tecnica di ispezione dei fondali marini ad aria compressa, molto controversa a livello internazionale per gli impatti su cetacei e pesca).

Tutto normale, uno slancio ambientalista e nulla più, se non fosse che l’air gun ha scatenato in modo evidente le preoccupazioni delle società energetiche e che tra gli ultimi emendamenti presentati in Commissione Giustizia della Camera ce n’è uno di Fi che prevede l’abrogazione del divieto dell’uso dell’air gun. Quindi D’Alì al Senato ne chiede il divieto e due suoi colleghi di partito, probabilmente in disaccordo, chiedono la fine del divieto in Commissione Giustizia della Camera.

Ora, la Camera potrebbe decidere di approvare il ddl sugli ecoreati così com’è, ma ne dubito, perché verrà giudicato imperfetto. Sarà quindi modificato nuovamente e rimandato al Senato, per un quarto passaggio parlamentare dove probabilmente si arenerà definitivamente rendendo vano il ventennale lavoro di Legambiente, l’impegno di Libera e delle associazioni ambientaliste, di medici, studenti e di categoria, come Coldiretti, Cia, Federambiente, Kyoto Club e Aiab che hanno chiesto un intervento diretto di Matteo Renzi.

Se il Ddl sugli ecoreati verrà bloccato per tutelare le compagnie petrolifere, sarà l’ennesima dimostrazione che le persone chiamate a rappresentare i nostri interessi in realtà rappresentano unicamente quelli di chi può far loro favori e distribuire prebende. Ma se verrà bloccato sarà drammaticamente chiaro come funziona il Parlamento. Sarà evidente cosa accade lontano dai nostri occhi. E se questo accade ogni volta vuol dire che il percorso democratico, che il meccanismo democratico, si è inceppato.

Se quando puntiamo la lente di ingrandimento scorgiamo questo, quale fiducia resta? Quale fiducia anche in chi promette di voler cambiare tutto, ma alla prova dei fatti non riesce a comprendere le dinamiche di palazzo? Siamo in balia di politicanti di professione, siamo in balia di chi fa politica con cinismo. Di chi dà supporto alle ecomafie con leggerezza criminale.

L’Italia è circondata da un mare di bombe

di Marco Sarti  – www.linkiesta.it

L’Italia è circondata da un mare di bombe. Letteralmente. Dal Basso Adriatico al Golfo di Napoli, sui nostri fondali sono sepolti migliaia di ordigni inesplosi più o meno recenti. Per far luce sull’inquietante fenomeno, a fine gennaio il deputato pugliese del Partito democratico Salvatore Capone ha presentato un’interrogazione al governo. Il documento è stato recentemente calendarizzato in commissione Attività produttive, entro una decina di giorni arriverà una risposta. «C’è stato qualche ritardo – racconta il parlamentare – ma mi hanno assicurato che al ministero dell’Ambiente ci stanno lavorando».

A colpire sono i numeri. «Oltre 30mila ordigni inabissati nel sud del mare Adriatico – si legge in un dossier elaborato da Legambiente nel 2012 e citato nell’interrogazione – di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari». Sono armamenti risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, nella maggior parte dei casi. Solo nel mare antistante Pesaro sono state inabissate «4.300 bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico», mentre nel golfo di Napoli si contano «13mila proiettili e 438 barili contenenti iprite». Retaggi di conflitti lontani e recenti, come la guerra in Kosovo. L’analisi di Legambiente – elaborata insieme al Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche – concentra l’attenzione anche su numerosi ordigni sganciati dagli aerei Nato nel Basso Adriatico. Si tratta di migliaia di bomblets, piccole cariche «derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo sganciate sui fondali marini».

L’interrogazione del deputato Capone passa in rassegna le località più colpite. Non fanno eccezione neppure le Riserve naturali. È il caso dell’isola di Pianosa, la più piccola del suggestivo arcipelago delle Tremiti. Il documento di Montecitorio ricorda «l’ordinanza della Capitaneria di porto di Manfredonia che, nel 1972, vietò per motivi di sicurezza l’ancoraggio, la pesca subacquea e la balneazione per una profondità di 500 metri dalla costa nelle acque di Pianosa, i cui fondali ospitano una distesa di ordigni della Seconda Guerra Mondiale». Un discorso a parte meritano i fondali della zona di Bari. Nel porto del capoluogo pugliese il 2 dicembre del 1943 un bombardamento tedesco affondò una ventina di navi alleate. Molte di queste si inabissarono con il loro contenuto, nelle stive, di migliaia di bombe caricate con diverse sostanze chimiche.

«Ciascuna bomba – si legge nel citato dossier di Legambiente – lunga quasi 120 e del diametro di 20 cm conteneva circa 30 kg di iprite, un gas tossico e vescicante, dal caratteristico odore di aglio». Ordigni micidiali. «Con otto bombe si poteva contaminare completamente oltre un ettaro di terreno». Le operazioni di bonifica furono avviate alla fine della guerra e durarono alcuni anni. I rapporti dell’epoca raccontano l’entità del fenomeno. I soli ordigni chimici recuperati – una parte minoritaria rispetto al totale – ammontavano a 15.551 bombe d’aereo e 2.533 casse di munizioni. Oggi molte di quelle armi rischiano di essere ancora sotto i nostro mari. «Le operazioni consistevano nel recupero dei vari ordigni, dai fondali del porto, e nel loro caricamento su appositi zatteroni. Successivamente apposite ditte civili trasportavano al largo questi zatteroni e ne affondavano il carico su fondali del nord barese ed in particolare al largo di Torre Gavetone». Alcune di queste bombe, ad esempio, sono finite nel mare di Molfetta, dove è da poco terminata una lunga e complessa bonifica da parte delle nostre Forze Armate.

Salendo più a Nord si arriva nelle Marche. Come racconta l’interrogazione, anche questo mare non è immune dalla presenza di ordigni. Il documento depositato a Montecitorio cita una «cartografia dell’Arpa regionale frutto di indagini svolte negli anni ’50, che mostra con chiarezza la presenza di ordigni lungo la fascia costiera tra Pesaro e Fano». Secondo chi si è occupato della vicenda, qui si tratta di ordigni affondati nel 1944 dai militari tedeschi attestati lungo la Linea Gotica. Lo studio di Legambiente cita 84 tonnellate di testate all’arsenico e 1.316 tonnellate di iprite provenienti dal deposito di Urbino, finite in mare «dove ancora oggi continuano ad essere potenzialmente molto pericolose». Un mare di bombe, senza troppe eccezioni. L’interrogazione di Capone cita un articolo del quotidiano La Stampa che già nel 2013 – riprendendo il Portolano della navigazione dell’Istituto Idrografico della Marina – denunciava la presenza di «decine di mine magnetiche, siluri, proiettili o altri ordigni esplosivi» tra mar Adriatico, Ionio e Tirreno. «Solo per il basso Adriatico – si legge – sono più di 200 i casi documentati di pescatori intossicati e ustionati dalle esalazioni sprigionatesi da armi chimiche portate a galla con le reti».
L’interrogazione parlamentare non cita la Campania, presente invece nel dossier di Legambiente del 2012. «Per il Golfo di Napoli – scrive l’associazione ambientalista – la situazione è testimoniata al momento da documenti militari americani segreti, di cui sono noti alcuni stralci, che indicano l’area come sito di abbandono di bombe chimiche subito dopo le fine della Seconda Guerra Mondiale». Lo studio cita i “rapporti Brankowitz”, atti resi pubblici durante la presidenza Clinton e nuovamente secretati. Si tratta di un lungo elenco di spostamenti di armamenti chimici avvenuti dalla fine del conflitto fino agli anni Ottanta. «In un incartamento di 51 pagine del 30 gennaio 1989, sempre redatto a cura di Brankowitz, si legge che tra il 21 ottobre ed il 5 novembre, e tra il primo ed il 15 dicembre 1945, nel “Mar Mediterraneo, isola d’Ischia”, sono state affondate quantità non specificate di bombe contenenti fosgene, cloruro di cianuro (“cyanogen chloride”) e cianuro idrato (“hydrogen cyanide”)». Non è l’unico caso. In un documento del 2001 redatto a cura del Poligono americano di Aberdeen, invece, Legambiente denuncia sia stato tracciato l’affondamento di 13mila proiettili di mortaio carichi di iprite e 438 barili «nell’area di Napoli».
Sui nostri fondali ci sarebbero tracce anche di ordigni più recenti. Alcuni risalenti alla guerra del Kosovo. In assenza di certezze, il deputato democrat Capone chiede spiegazioni al governo. La sua interrogazione cita una mappa, diffusa qualche anno fa dalla Capitaneria di porto di Manfredonia, che evidenziava 11 diverse zone di sgancio di bombe inesplose nel basso Adriatico da parte dei caccia Nato. Mappa «non confermata, però a quanto si apprende, dal ministero della Difesa e dal Comando generale della Capitaneria di Porto». Il dossier di Legambiente cita lo stesso documento.«La mappa diffusa dalla Capitaneria di Porto di Molfetta durante il conflitto in Kosovo, parla chiaro: i caccia della Nato sganciarono ordigni inesplosi – probabilmente caricati con uranio impoverito – nel basso Adriatico in undici aree, due delle quali a 12 miglia dalla costa»

Aperta la “consultazione transfrontaliera” per discutere dei Piani petroliferi off-shore della Croazia

L’ADRIATICO DEI POPOLI

Il 26 febbraio 2015 il Governo Croato ha notificato all’Italia, in qualità di soggetto interessato, l’avvio delle consultazioni transfrontaliere e della procedura di VAS (Valutazione Ambientale Strategica) nell’ambito del “Piano e programma quadro di ricerca e produzione degli idrocarburi nell’Adriatico”.

Il Ministero ha successivamente provveduto ad avvisare le regioni interessate, ovvero, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia. Le osservazioni al suddetto piano dovranno essere inviate al Ministero dell’Ambiente entro il 20 Aprile 2015.

Le consultazioni transfrontaliere sono obbligatorie, ai sensi della Convenzione di Espoo del 1991, laddove uno Stato ritenga che gli effetti del Programma promosso da un altro Stato possano avere forti ricadute nel proprio ambito territoriale.

Il governo italiano, dopo aver fatto scadere il termine previsto dalla Croazia per poter prendere visione dei propri programmi in materia di trivellazioni off-shore, ha poi dovuto attivare la consultazione transfrontaliera a seguito delle pressioni esercitate dal movimento di associazioni e comitati contrari alle comuni politiche sulla ricerca del petrolio nel Mare Adriatico. Il procedimento avviato permetterebbe a tutti i soggetti coinvolti di rimettere in discussione scelte politiche ed economiche riguardanti entrambi i paesi.

La VAS serve a raccogliere le osservazioni ambientali provenienti da soggetti istituzionali che rappresentano interessi collettivi coinvolti nel procedimento, permettendo alla politica di avere ulteriori dati per valutare il reale impatto di piani e programmi sull’ambiente circostante e non solo. La Puglia è ritenuta dal nostro Ministero dell’Ambiente soggetto interessato nel procedimento di VAS al pari di tutte le altre regioni che s’affacciano sull’Adriatico.

Riteniamo che, nonostante il ristretto tempo a disposizione, la Regione Puglia possa essere tra i protagonisti di questo percorso, inviando al Ministero osservazioni pertinenti, redatte attraverso l’esperienza accumulata nel corso di questi anni, ma anche attraverso il coinvolgimento di altre realtà istituzionali, associazioni, comitati, coordinamenti attivi nella difesa da modelli di sviluppo tutt’altro che sostenibili.

Molti di questi comitati possono disporre di ulteriori elementi di discussione, non per ultimo le cartografie degli ordigni inesplosi, e “sepolti” nel Mare Adriatico, che stanno rallentando i programmi petroliferi della Global Petroleum al largo delle coste pugliesi.

Tuttavia, ci saremmo aspettati un atteggiamento più celere e rapido, e una maggiore sensibilità, da parte della Regione Puglia nel promuovere i meccanismi di coinvolgimento e partecipazione, non certo la scarna comunicazione apparsa giovedì 2 aprile sul sito istituzionale che invita a prendere visione dei documenti inviati dal governo croato.

Un atteggiamento forte e deciso, in linea con il ricorso alla Corte Costituzionale avverso la parte sullo sviluppo delle politiche legate all’energia dello “Sblocca Italia”, potrebbe riaprire la discussione attorno all’uso non conflittuale del Mare Adriatico, sia esso effettuato dal governo italiano che da quello croato. Quanto accade riguarda anche Montenegro, Albania e Grecia che, a differenza della Slovenia, non hanno ancora ritenuto di dover far parte della consultazione transfrontaliera.

 Tutte queste realtà collettive e singole chiedono, sollecitano e sostengono una rapida e decisa presa di posizione da parte di tutte le regioni coinvolte dal Ministero dell’Ambiente, a partire dalla Puglia.

I confini e i poteri degli Stati devono essere positivamente superati quando si tratta della tutela degli ecosistemi marini e costieri. Allargare il dibattito a tutti i paesi che s’affacciano sull’Adriatico significa ribadire che la “questione petrolio” non è circoscritta, ma coinvolge interi popoli che potrebbero vedersi privati dell’orizzonte del mare.

Coordinamento NoTriv – Terra di Bari
Comitato No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili
Comitato NoTriv San Giovanni Rotondo
Comitato Bonifica Molfetta
Comitato per la Tutela del Mare del Gargano
Rete NoTriv Gargano
Comitato Mediterraneo NoTriv
A.B.A.P. – Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi
APS m|app
Associazione Sinistra Euromediterranea – Messina
Associazione Terra d’Egnazia
Brindisi Bene Comune
Centro Studi Torre di Nebbia – Comitati Alta Murgia
Circolo Arci Tuglie
Collettivo Agricolo Peppino di Pasquale – Barletta
Garganistan
Gruppo Agricolo Garganico “S.Ferri”
Rete della Conoscenza Puglia
Associazione AltraPolis
Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori /Area Valle d’Itria
Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori /Monopoli
Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori /Provincia di Brindisi
Movimento Il Grillaio Altamura
Coordinamento per la difesa del Patrimonio Culturale contro le devastazioni ambientali
Comitato Lucano Acqua Bene Comune – Matera
Comitato Pugliese Acqua Bene ComuneOrtocircuito – Bari
Rivoltiamo la Precarietà

Azzollini e il porto di Molfetta, una legge ad personam potrebbe assolverlo

di Mario Portanova – www.ilfattoquotidiano.it

Antonio Azzollini, campione delle leggi ad se stessum. Il latino è del tutto maccheronico, ma rende l’idea. Il senatore Ncd, presidente della Commissione bilancio, di recente attenzionato per la seconda volta dalla Corte dei Conti, potrebbe scampare dalle accuse che lo hanno fatto finire nel registro degli indagati per la vicenda del porto di Molfetta, città pugliese di cui era sindaco, un appalto da 57 milioni per un’opera mai finita, ma per la quale lo Stato ha stanziato finora oltre 169 milioni. Secondo Repubblica Bari, un piccolo comma inserito in una legge approvata l’anno scorso (quella dei famosi 80 euro di Renzi) potrebbe far cadere una delle accuse contestate al politico alfaniano dalla Procura di Trani. Quella di aver versato 5,7 milioni di euro alle imprese appaltatrici del porto con un “artifizio contabile”, sostengono i pm, in modo tale che il Comune di Molfetta apparisse comunque in regola con il patto di stabilità per gli enti locali.

Repubblica chiama in causa il comma 1-bis dell’articolo 18 del decreto legge n.16 del 2014, poi convertito in legge. E proprio in sede di conversione (prima stranezza) è comparso il “bis” incriminato. Il quale, “per i mutui contratti dagli enti locali antecedentemente al 1o gennaio 2005″ offre una nuova interpretazione di una precedente norma, il comma 76 dell’articolo 1 della legge 30 dicembre 2004, n. 311. Proprio quella che i pm di Trani contestano ad Azzollini di aver violato. La nuova interpretazione è tale che “l’ente locale beneficiario può iscrivere il ricavato dei predetti mutui nelle entrate per trasferimenti in conto capitale, con vincolo di destinazione agli investimenti”. Così facendo, “l’eventuale rimborso da parte dello Stato delle relative rate di ammortamento non è considerato tra le entrate finali rilevanti ai fini del patto di stabilità interno”. Un cavillo supertecnico, ma a sollevare sospetti è innanzitutto il riferimento netto al 2005, visto che il pagamento incriminato era stato iscritto nel bilancio del Comune di Molfetta giusto nel 2004. E l’inchiesta contro Azzollini e una sessantina di indagati era diventata di pubblico dominio il 7 ottobre 2013, con due arresti. Come mai sei mesi dopo, nel marzo del 2014, qualcuno si preoccupa di intervenire sui mutui contratti dai Comuni otto anni prima?

Non è la prima volta che il Parlamento licenzia leggine utili al potente ex sindaco di Molfetta. Fra le accuse della Procura di Trani contro Azzollini c’è quella di avere dirottato i copiosi fondi statali stanziati per il porto ad altre destinazioni, dalla pista di atletica alla sistemazione dei marciapiedi. Molti di questi dirottamenti, però, non possono essergli contestati in virtù di una norma del 2005 (il dl 203 poi convertito in legge), secondo la quale i fondi da quel momento in poi stanziati per il porto di Molfetta potevano essere utlizzati anche per “la realizzazione di opere di natura sociale, culturale e sportiva”. Il pronto soccorso ad Azzollini è spesso bipartisan. Nell’ottobre scorso il Pd è stato determinante per respingere la richiesta della Procura di Trani di utilizzare alcune intercettazioni telefoniche – sempre relative all’inchiesta sul porto – in cui compariva il parlamentare. Il prezzo pagato dai dem fu una lacerazione interna con tanto di autosospensione del senatore Felice Casson. Una vicenda che ha poi pesato sulla sua decisione di candidarsi a sindaco di Venezia, con la prospettiva di lasciare Palazzo Madama (e i suoi compromessi) se eletto.

Il governo è stato battuto al Senato, un emendamento vieta l’utilizzo della tecnica “air gun” per le esplorazioni marittime

Ecoreati, governo battuto: stop alle esplosioni per le esplorazioni in mare

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Il governo è stato battuto al Senato su un emendamento di Antonio D’Ali (Forza Italia) che vieta l’utilizzo della tecnica “air gun” o altre tecniche esplosive per le esplorazioni marittime e prevede pene da uno a tre anni. Nonostante il no del governo, che voleva un ordine del giorno, i sì sono stati 114 e i no 103. Stesso esito ha avuto la proposta di modifica, analoga, proposta da Giuseppe Compagnone (Gal). Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, aveva chiesto di trasformare gli emendamenti in un ordine del giorno esprimendo attenzione al tema sollevato dai due emendamenti ma le proposte sono state mantenute sia da Compagnone che da D’Alì e l’Aula ha votato. “Una vittoria senza precedenti – dichiara Compagnone – che dimostra ulteriormente il grande impegno del gruppo Grandi Autonomie e Libertà per l’ambiente, per la Sicilia e per il Mar Mediterraneo”. Carlo Giovanardi (Area popolare, in maggioranza) lo ha definito un autogol “per la ripresa economica del nostro Paese, che ha rinunciato al nucleare, contesta lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio in terraferma, e adesso introduce un reato sino a tre anni per le società autorizzate a ricerche petrolifere in mare. Purtroppo in Parlamento troppi si interessano più dei problemi del benessere delle nutrie, dei pesci, degli uccelli migratori e della madre terra ma non dei 60 milioni di italiani la cui situazione economica diventa sempre più precaria”.

Il testo del disegno di legge, approvato dalla Camera e modificato dall’Aula, potrebbe essere approvato entro, domani 4 marzo: in ogni caso tornerà a Montecitorio in terza lettura. Il Senato ha anche dato l’ok, a larghissima maggioranza, a un ordine del giorno – anche questo con Compagnone e D’Alì primi firmatari – che blocca le trivellazioni “non conformi alla direttiva comunitaria”.

Tra gli emendamenti approvati anche due firmati da senatori del Movimento Cinque Stelle. Il primo elimina la “non punibilità” per chi, pur commettendo reati di inquinamento e disastro ambientale, si adopera a ripristinare lo stato dei luoghi inquinati. Il cosiddetto “ravvedimento operoso” prevede, comunque, la riduzione da un terzo alla metà della pena per chi si adopera a ripristinare lo stato dei luoghi e di un terzo per chi collabora con la magistratura. Il secondo testo M5s (firmato da Paola Nugnes) approvato introduce invece una nuova fattispecie di reato, l’omessa bonifica. L’emendamento prevede che “chiunque, essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un autorità pubblica, non provvede alla bonifica, al ripristino o al recupero dello stato dei luoghi è punito, con la pena della reclusione da uno a quattro anni e con la multa da 20mila a 80mila euro”.

Un emendamento del Pd (a prima firma Felice Casson) ha invece introdotto l’aggravante ambientale con un aumento delle pene. L’emendamento afferma che “quando un fatto già previsto come reato è commesso allo scopo di eseguire uno o più tra i delitti previsti dal decreto legislativo 152 del 2006 o da altra legge posta a tutela dell’ambiente la pena, nel primo caso è aumentata da un terzo alla metà, e nel secondo caso è aumentata di un terzo”. In ogni caso il reato è procedibile d’ufficio. Infine un emendamento dei relatori di maggioranza Pasquale Sollo (Pd) e Gabriele Albertini (Area popolare) è stato approvato con un voto bipartisan e prevede “la confisca delle cose che costituiscono il prodotto o il profitto del reato o che servirono a commettere il reato sarà sempre ordinata salvo che appartengano a persona estranea al reato”.

Porto Molfetta, 53 milioni di danni. La Corte dei conti contro Azzollini

di Giuliano Foschini – bari.repubblica.it

Il Senato ha votato contro l’utilizzo delle sue intercettazioni telefoniche. Ma il senatore di Ncd, Antonio Azzollini, rischia di pagare a caro prezzo la brutta storia del porto di Molfetta: 53 milioni. E’ questo il danno erariale per il quale lui, insieme con tutti gli amministratori coinvolti nella maxi inchiesta di Trani sono stati denunciati alla Corte dei Conti dalla Guardia di Finanza affinchè venga stabilito se sono stati spesi soldi non dovuti.

Il caso è noto. La realizzazione del porto a Molfetta, città guidata dall’allora sindaco Azzollini, senatore e presidente della Commissione bilancio.

Secondo l’accusa della Procura di Trani, il porto era un’opera irrealizzabile: il fondale del porto di Molfetta era pieno di ordigni bellici, residui della seconda guerra mondiale. Sminarlo era praticamente impossibile o comunque troppo costoso. Motivo per cui i lavori non avrebbero potuto mai essere terminati. Ciò nonostante però il lavoro fu appaltato e i lavori furono effettivamente sospesi. Ciò nonostante da Roma continuavano ad arrivare soldi che Azzollini, questa l’accusa della Procura, avrebbe utilizzato su altre spese di bilancio. In modo da soddisfare interessi elettorali. Qualche esempio: vengono presi dai soldi del porto i 624mila euro dati ai dipendenti come incentivi comunali, i due milioni e mezzo per i nuovi marciapiedi, i tre milioni per la pista di atletica, i 221mila per il palazzetto dello sport, i 375mila per i gabbiotti e le tende da sol del “mercato diffuso”, i 300mila per il centro minori più una serie di spese correnti compresi i “111.526 euro in “cancelleria e stampa” e 34.378 euro in “conti di ristoranti”. «In sostanza – scrive la procura di Trani in uno dei suoi atti di accusa – l’amministrazione Azzollini ha utilizzato quel denaro per creare un “fittizio equilibrio economico”, e a attestare falsamente il patto di stabilità. L’amministrazione sostituiva le spese d’investimento con uscite non aventi tale natura, e ‘copriva’ queste ultime a carico dei finanziamenti e trasferimenti finalizzati alla costruzione del nuovo porto commerciale». Porto che appunto cominciato, finanziato (sono stati costretti anche a pagare una penale milionaria alla Cmc, la società che aveva vinto la gara ma non ha potuto continuare per via delle bombe) e ora ancora rifinanziato con altri dieci milioni nell’ultima finanziaria.

Eppure che su quell’appalto ci fosse qualcosa che non andasse lo aveva già detto nel 2008 l’Authority sull’appalto che aveva parlato di una «illegittimità del bando di gara». L’appalto prevedeva l’esistenza di una draga, una particolare macchina per l’escavazione subacquea, che ha soli tre esemplari al mondo. «Una richiesta fortemente limitativa della concorrenza » diceva il Garante che aveva previsto anche il resto. In un’ispezione della Finanza del 2008 si diceva «che a causa delle attività di bonifica dei fondali dagli ordigni bellici, i lavori di dragaggio non hanno ancora avuto un concreto inizio» e quindi chissà quando sarebbero finiti. Da qui la possibilità che l’azienda appaltatrice, come effettivamente poi accaduto, potesse chiedere i danni «per fermo cantiere ed inutilizzo dei macchinari» con «profili di potenziale danno erariale» per le casse del Comune.

«Siamo stati facili Cassandre, purtroppo» dicono ora dall’Authority dove fanno notare anche una seconda circostanza. L’appalto era stato bandito per 63,8 milioni e vinto da una Ati tra Cmc, Società italiana dragaggi e Pietro Cidonio con un ribasso del 10 per cento portando il valore di contratto a 57,6 milioni. Sei mesi dopo, una volta presentato il progetto esecutivo, il costo lievita a 69,4 milioni. «Grazie a questo meccanismo scrive l’Autorità – l’impresa recupera di fatto il ribasso offerto, oltre ad un ulteriore maggiore importo del 10 per cento».

Ancora molti dubbi sulla bonifica del porto e di Torre Gavetone

Ospiti in studio di Video Italia Puglia, Rosalba Gadaleta, Ass. ambiente Comune di Molfetta, e Matteo d’Ingeo, portavoce Comitato Bonifica Molfetta, si confrontano sulla bonifica bellica marina di Torre Gavetone e porto. Intervengono fuori studio la responsabile scientifica del Comitato Bonifica, dott.ssa Maddalena De Virgilio e Pasquale Salvemini della L.A.C. Puglia. Gli interventi dei convenuti affrontano anche il problema dell’alga tossica e delle prospezioni nel mare Adriatico per le ricerche di pozzi petroliferi. Il Comitato Bonifica che aderisce al Coordinamento NoTRIV di Molfetta e Terra di Bari ha presentato le osservazioni contro i permessi di ricerca e trivellazioni in Adriatico della Global Petroleum e si appresta a presentare le controdeduzioni di quest’ultima. Conduce in studio Matteo Diamante.