Strage del Francesco Padre: «Fu un atto di guerra». I pm di Trani: è un caso Ustica

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di GIOVANNI LONGO e MASSIMILIANO SCAGLIARINI

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

Vent’anni fa a bordo del «Francesco Padre» non c’erano né esplosivi né armi che potessero saltare accidentalmente in aria. Un «tragico errore», oppure «una rappresaglia», o infine una mina accidentalmente finita nelle reti, causarono l’affondamento nelle acque territoriali montenegrine del peschereccio partito da Molfetta. La Procura di Trani ha chiuso la terza inchiesta su ciò che avvenne alla mezzanotte e trenta del 4 novembre 1994. Uno slalom tra depistaggi, muri di gomma, perizie sbagliate e incredibili coincidenze che ribalta la verità ufficiale su quanto accadde quella notte in mare, a 20 chilometri a sud-ovest di Budva. Ma la tragedia in cui morirono 5 pescatori molfettesi rimarrà senza colpevoli. Adesso possiamo dirlo: è la nostra Ustica.

Il procuratore Carlo Maria Capristo e il sostituto Giuseppe Maralfa (oggi in servizio a Bari) avevano di fatto chiuso le indagini lo scorso febbraio, dopo due anni di lavoro. Nei giorni scorsi la Procura tranese ha chiesto l’archiviazione su cui ora dovrà esprimersi il gip Francesco Zecchillo. In questi mesi non sono arrivate risposte esaurienti alle rogatorie dettagliate inoltrate a otto governi, a partire dagli Usa. L’imponente indagine è concentrata in centinaia di pagine di ricostruzione, dalle quali emerge una verità totalmente nuova. Da un lato c’è la parola «ignoti», che non potrà essere cancellata dal capo di imputazione. Tuttavia, scrive la Procura, «si profila con alto grado di probabilità la pista omicidiaria». E, con essa, il terribile sospetto che il «Francesco Padre» possa essersi trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Proprio come il Dc-9 dell’Itavia, con le stesse macabre analogie tra l’equipaggio del peschereccio Francesco Padre e i passeggeri del Bologna-Palermo precipitato nel 1980: vittime innocenti decedute in uno scenario oscuro tra guerre aperte, omissioni e, forse, depistaggi.

LE TRE IPOTESI Anzitutto, dunque, non ci fu alcuna esplosione a bordo del Francesco Padre. Proprio quello che i parenti delle vittime, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni, Nicky Persico, Nino Ghiro e Vito D’Astici, e i loro compagni di lavoro, dicevano da anni: il comandante Giovanni Pansini era un uomo di mare, non un contrabbandiere o peggio un trafficante. Le conclusioni dell’inchiesta su questo sono categoriche: si deve «escludere», scrive la Procura, che il Francesco Padre «affondò in conseguenza della detonazione di un ingente quantitativo di esplosivo trasportato a bordo per finalità (ovviamente) illecite». Ma cosa accadde, allora?

Le ipotesi sono tre.

Primo: una azione «comunque collegata alla operazione Nato-Weu “Sharp Guard” e alla guerra civile in atto nella ex Jugoslavia. Secondo: «Una condotta omicidiaria premeditata posta in essere, per rappresaglia o per intimidazione, in collegamento teleologico con le attività estorsive condotte dalla criminalità organizzata serbo-montenegrina, in danno dei pescatori italiani». Terzo: la «esplosione a bordo (zona poppiera sinistra) o fuori bordo (ma in prossimità della zona poppiera-murata di sinistra dello scafo) di un ordigno pescato accidentalmente dalle reti dell’imbarcazione nel corso delle operazioni di pesca a strascico».

NIENTE ESPLOSIVI – Per sostenere questa tesi la procura deve smentire la consulenza tecnica del professor Giulio Russo Krauss, che nel 1997, sulla base delle videoriprese subacque, ipotizzò appunto una esplosione a bordo del Francesco Padre. Il punto più danneggiato, dice la Procura, fu effettivamente la murata di sinistra, tuttavia «urta contro la logica l’affermazione che l’esplosione sia avvenuta all’interno dell’imbarcazione, e segnatamente nella cala del motorista».

La tesi secondo cui nella cuccetta a sinistra della poppa, utilizzata da Luigi De Giglio, fossero trasportati esplosivi o armi, «urta contro la logica» e semplicemente «non regge», «a meno che non si voglia ipotizzare, in assenza tuttavia del benché minimo elemento anche solo indiziario in tal senso, una condotta di suicidio-omicidio». E questo per due motivi. Primo, perché se l’equipaggio avesse voluto trasportare armi o esplosivi, «il “Francesco Padre”, come tutti i motopescherecci dello stesso tipo, disponeva di numerosi altri ambienti idonei». Secondo perché i collaboratori di giustizia sentiti nel corso delle indagini hanno escluso che la marineria italiana si fosse «mai resa protagonista di traffici di tal fatta».

Terzo, perché assodato che l’epicentro della esplosione è tra la poppa e la murata sinistra, se la detonazione fosse avvenuta all’interno, trattandosi di ambiente unico «avrebbe necessariamente interessato in modo catastrofico anche la zona poppiera di destra e la murata di quel lato dell’imbarcazione», circostanza esclusa dalle immagini subacquee del 1996.

LE ANALISI – Sui reperti del peschereccio sono state trovate tracce di nitroglicerina e dinitrotoluene, che nella prima inchiesta erano stati valutati come indizio di esplosivi cosiddetti «di circostanza», tipici di ordigni artigianali. Non militari, dunque. Ma, a parte che quella in corso nella ex Jugoslavia, era effettivamente una guerra civile, e dopo la riapertura delle indagini è arrivata una conferma dal Centro di supporto e sperimentazione della Marina Militare: quelle due sostanze «sono contestualmente presenti nelle cariche di lancio di alcune tipologie di munizionamento navale» impiegato dalla nostra marina.

DALL’ESTERNO – Valorizzando la perizia dell’ingegner Guglielmo Mele, nominato dall’assicurazione del «Francesco Padre», la Procura osserva che l’esplosione avvenne «dall’esterno dell’imbarcazione verso l’interno, e non viceversa». Esattamente il contrario di quanto era stato sostenuto fino a oggi. Ma anche la nuova verità si basa sulle stesse immagini girate allora: «Un serbatoio metallico originariamente addossato alla murata sinistra, ancorché apparentemente non deformato dall’esplosione – scrive ad esempio la Procura -, è scostato dalla detta murata di alcuni centimetri (e quindi si è spostato verso l’interno dello scafo)».

LO SCAMBIO E I SERVIZI – Ma allora perché è affondato il «Francesco Padre»? Una prima ipotesi valorizza una circostanza emersa dalle nuove acquisizioni documentali che la Procura ha effettuato presso l’Aisi (i servizi segreti interni): un dispaccio Nato riferisce che il 2 novembre, alle 9,30, il sommergibile spagnolo Tramontana avvistò «un peschereccio probabilmente dedito alla pesca con esplosivi». Non era il Francesco Padre (era molto più grande, circa 400 tonnellate di stazza contro le 58 dell’imbarcazione pugliese, e aveva «lo scafo e la sovrastruttura di colore bianco con due alberi rossi»), ma – scrive la Procura – «è noto e storicamente accertato l’utilizzo di motopescherecci nella lotta antisommergibile». Il Francesco Padre, insomma, «per un tragico errore» potrebbe essere stato «scambiato per uno di quei natanti utilizzati in funzione antisommergibile e, in particolare, per il motopesca individuato due giorni prima dal sommergibile spagnolo». Avrebbero potuto chiarirlo meglio le registrazioni delle navi presenti quella notte nel teatro di operazioni. Ma la Uss Yorktown «non disponeva più dei dati relativi alle registrazioni di comando e controllo», mentre le scatole nere del pattugliatore che avvistò per primo l’esplosione «vennero addirittura distrutte già 30 giorni dopo l’incidente».

Così come le generalità dei piloti «sono state segretate dalla Nato con conseguente impossibilità di acquisirne la testimonianza». La Procura ha tentato allora con una rogatoria internazionale. Ma gli Stati Uniti si sono limitati a rispondere che «non ci sono informazioni disponibili a causa del lasso di tempo trascorso». e che «non abbiamo informazioni nei nostri archivi che indichino persone, navi o aerei statunitensi coinvolti nell’affondamento». Il Montenegro, cui è stato chiesto se c’era stata qualche operazione militare, si è opposto alla rogatoria sostenendo che le risposte «minerebbero la potenza militare dello Stato montenegrino». Il Regno Unito, poi, non ha neppure risposto.

LA RAPPRESAGLIA – L’altra ipotesi è che il Francesco Padre sia stato affondato dai montenegrini perché il suo armatore non sarebbe stato ai patti: alle imbarcazioni italiane veniva richiesto il «pagamento di tangenti per la pesca in acque montenegrine a vantaggio di una organizzazione criminale serbo-montenegrina con collegamenti di parentela ai vertici del governo di quella Repubblica». A suggerirlo, almeno in parte, una serie di documenti del Sisde secondo cui, appunto, il peschereccio italiano potrebbe essere stato affondato da parte di un sommergibile» delle forze armate Serbo-montenegrine, salpato dal «rifugio protetto» di Spiljice, quello da cui l’esercito regolare coordinava il dispositivo di blocco navale delle imbarcazioni mercantili italiane. I servizi segreti hanno consegnato i documenti, «privi tuttavia del nominativo di copertura, occultato, della fonte fiduciaria di quella divisione»: la Procura non li ha potuti interrogare, e dunque quelle informazioni non sono utilizzabili. L’inchiesta giudica tuttavia «inverosimile» il movente indicato fin dall’inizio dai servizi segreti, cioè la circostanza secondo cui il Francesco Padre trasportasse «armi ed esplosivo di provenienza russa» e dunque sarebbe stato affondato «perché non avrebbe rispettato gli accordi finanziari, relativi al carico, stipulati con funzionari governativi montenegrini». Un traffico che, sempre secondo i servizi italiani, sarebbe stato gestito direttamente dall’allora primo ministro Milo Djukanovic, già coinvolto in Italia in processi per contrabbando.

LA MINA – Terza e ultima ipotesi, quella di una mina accidentalmente impigliata nelle reti. Ma che richiede un ulteriore passo avanti rispetto all’inchiesta precedente, secondo cui al momento della tragedia l’equipaggio del Francesco Padre dormiva, tranne Mario de Nicolo (l’unico di cui è stato recuperato il corpo) che era al timone. Secondo la Procura, invece, in quei minuti l’equipaggio era intento in operazioni di pesca a strascico, in un tratto «che i pescatori di Molfetta chiamavano e chiamano Tramontana». De Nicolo, invece, non era al timone, perché altrimenti avrebbe dovuto avere «le spalle rivolte alla fonte dell’esplosione»: invece le ustioni rilevate sul suo corpo erano sulla parte anteriore del tronco. E anche gli altri marinai non erano sottocoperta, «tanto da essere scaraventati al di fuori del “Francesco Padre” esploso». In più, osserva la Procura, «la zona di mare teatro del tragico affondamento era anche all’epoca, ed è a tutt’oggi, una vera e propria pattumiera di ordigni bellici, residuati della Seconda guerra mondiale, un vero e proprio deposito occulto di esplosivi, anche di notevole potenziale, a disposizione della criminalità organizzata del Nord-Barese, come dichiarato il 30 luglio 1993 dal collaboratore di giustizia tranese Salvatore Annacondia alla Commissione parlamentare antimafia». Ma come si spiegherebbe allora la mancanza di schegge sui pochi reperti recuperati? Con il fatto che l’esplosione potrebbe essere stata causata da «una mina con involucro plastico», come sostenuto dal consulente tecnico del Comune di Molfetta, Alfieri Fontana. O in realtà le schegge ci sarebbero: lo dice la nuova relazione dei Ris, secondo cui sul tirante dell’albero di poppa (incredibilmente smarrito) ci sono «fori sospetti», uno dei quali «compatibile» con l’ipotesi della scheggia. Schegge che potrebbero essere «state trattenute dalle parti metalliche e dalle altre parti del relitto sommerso».

UNITED STATES OF AMERICA: BOMBE CHIMICHE PROIBITE NEI MARI ITALIANI. UNA STRAGE SEGRETA

di Gianni Lannes – sulatestagiannilannes.blogspot.it

Si tratta di un crimine documentato a livello ufficiale, commesso ingiustificatamente dalle forze armate e dai governi di Washington e Londra, contro il popolo italiano a danno perpetuo del Mare Mediterraneo. Infatti, al termine della seconda guerra mondiale, i sedicenti “alleati” hanno inabissato nei nostri mari su bassi fondali a ridosso delle aree costiere, in particolare dell’Adriatico e del Tirreno circa 1 milione di ordigni, gran parte dei quali caricati con aggressivi  chimici vietati dalla Convenzione di Ginevra del 1925. Gli involucri delle bombe a causa della corrosione marina hanno ceduto i loro veleni, prevalentemente arsenico e mercurio, contaminando la catena biologica.

Tra l’altro proprio l’Air Force britannica ha utilizzato l’isola di Pianosa nell’arcipelago delle Tremiti (Parco nazionale dal 1989: il cuore della riserva marina) per affondare bombe al fosforo inesplose e mai bonificate. Presso l’Archivio di Stato di Bari, esistono rapporti ufficiali della Questura del capoluogo regionale che documentano l’affondamento da parte delle forze armate britanniche di zatteroni colmi di bombe proibite.Non a caso, gli inglesi hanno avuto il controllo dei porti italiani durante il secondo conflitto mondiale, e anche dopo. Inoltre, a ridosso dell’isola sono state affondate a metà degli anni ’80 ben due navi di veleni.
Più recentemente – nel 2012 – in risposta all’interrogazione numero 4/15092 (legislatura 16) il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola ha precisato che:
«i residuati bellici a caricamento chimico si trovano in uno stato di conservazione pessimo, a seguito della prolungata azione della corrosione marina: ciò determina ulteriori difficoltà di rimozione ed elevati rischi per gli operatori, oltre a richiedere l’impiego di mezzi tecnologicamente avanzati, con conseguente aumento dei costi».
Senza contare le bombe all’uranio impoverito affondate in tutto l’Adriatico, da Caorle ad Otranto, dal 1994 al 1999 dai velivoli della Nato di ritorno dalle missioni di bombardamento della Jugoslavia. Nonostante le promesse della UE (Solana) e di D’Alema, i fondali marini non sono mai stati bonificati. E noi tutti ne paghiamo le conseguenze, così come le generazioni future.
Ecco cosa ha attestato il biologo marino Ezio Amato che ha coordinato la ricerca in mare per conto del ministero dell’Ambiente ed in seguito della Commissione Europea (progetto Red Code):
 «I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all’insorgenza di tumori, subiscono danni all’apparato riproduttivo, sono esposti a vere e proprie mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi».
L’Icram, oggi Ispra ha documentato a livello scientifico l’ecatombe già nel 1999, ma tutti i governi tricolore hanno fatto finta di niente. Soltanto nella Daunia, dopo aver bombardato l’inerme città di Foggia e massacrato più di 22 mila civili inermi (allora su 67 mila residenti) distruggendo il 75 per cento delle abitazioni (come hanno documentato i vigili del fuoco), furono ammassate nei campi di aviazione utili a bombardare l’Italia del Nord e la Germania, ben 200 mila ordigni chimici, poi affondati tra il 1945 ed il 1946, in gran segreto, a ridosso del golfo di Manfredonia. Per la cronaca invisibile ai libri di storia: sugli abitanti della città Foggia, senza alcuna ragione se non l’azione terroristica di annientamento della popolazione locale, con reiterate azioni  sono state scaricate dagli angloamericani bombe al fosforo. Foggia è la Dresda italiana: lo Stato se l’è cavata elargendo due medaglie d’oro al valor civile. Tanti non sanno e molti hanno dimenticato quel bombardamento su case, scuole e abitazioni. Nonostante la città – com’è noto – non avese opposto alcuna resistenza è stata bombardata dagli “Alleati” anche dopo l’8 settembre 1943. Qualcuno forse rammenterà le direttive assassine contro la popolazione, emanate dal generale Harris, a capo della Raf.
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