Solo nel 2014 al largo del Montenegro sono state disattivate diverse centinaia di mine inesplose

di Luigi Maria Rossiello – italintermedia.globalist.it

Il problema dei residui bellici delle due guerre mondiali e dei recenti conflitti dei Balcani riguarda più o meno tutti i Paesi dell’area in questione.

Solo nel 2014 grazie all’attività dei sommozzatori degli artificieri della polizia sono stati resi inattivi centinaia di ordigni disseminati al largo della costa montenegrina. Le mine inesplose sono una pesante eredità con la quale devono confrontarsi molti Paesi di tutta Europa, ma tale fenomeno è ancor più accentuato proprio nei Balcani.

I sub hanno trovato oltre 600 mine anti-nave inesplose che sono poi state fatte brillare in sicurezza nelle baie di Kotor (in italiano Cattaro) e Tivat (Teodo).

Tale lavoro di sminamento prosegue da molti anni e accade spesso che vengano scoperte intere aree contaminate da residui bellici di cui prima non si aveva cognizione.

Il Centro del Montenegro per lo sminamento subacqueo, un dipartimento fortemente voluto dal ministero degli Interni, ha lavorato per anni al fine di rilevare potenziali oggetti esplosivi presenti in mare e procede poi alla bonifica d’intere aree.

In Montenegro le mine inesplose rappresentano una seria minaccia per attività come il turismo e la pesca.

Da quando il Centro è stato fondato nel 2002 sono stati bonificati circa 2 milioni di metri quadrati di acqua e circa 120 tonnellate di mine ed altri ordigni sono stati distrutti.

Nonostante il gran lavoro delle autorità preposte c’è ancora molto da fare. In diverse zone rimane elevata la presenza di mine, una seria minaccia alla sicurezza.

“Le attività svolte quest’anno (riferimento al 2014, ndr) – rivela il direttore del Centro Veselin Mijajlovic – sono state abbastanza pericolose, ma grazie all’esperienza e alla professionalità dei nostri sub siamo riusciti a completare l’azione di sminamento con successo e senza alcun incidente”.

Mijajlovic ha precisato come il Centro continuerà nel suo estenuante lavoro anche in questo 2015, in quanto ci sono ancora molte aree costiere che devono essere bonificate. Sono previste delle operazioni di monitoraggio anche al largo della città di Ulcinj, considerata sospetta per la probabile presenza di mine.

È, inoltre, doveroso precisare come ai sensi della Convenzione dell’Unesco sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, trattato che il Montenegro ha sottoscritto, le mine presenti sott’acqua da oltre un secolo non possono essere distrutte senza prima aver seguito un apposito iter burocratico, in quanto gli ordigni stessi vengono classificati come parte integrante del patrimonio culturale nazionale.

Estendendo poi il discorso agli altri Stati dei Balcani si nota come il problema relativo a mine e ad altri ordigni inesplosi sia comune a quasi tutti i Paesi dalla Slovenia all’Albania passando per Croazia, Serbia, Bosnia e Kosovo.

In queste aree i residui bellici oltre a riportare alla memoria i conflitti mondiali fanno riemergere un passato molto più recente. Le guerre degli anni ’90.

Proprio nel 2014, a causa delle pesanti inondazioni che hanno coinvolto molte aree rurali di tutta la penisola balcanica le mine disseminate sul territorio sono state spostate dalle acque e il lavoro svolto per delimitare intere aree è andato perduto. Sarà quindi necessario un nuovo lavoro di ricerca e analisi del territorio, anche con l’ausilio di nuove teconologie al fine di ridisegnare le mappe delle zone considerate rischiose.

Lo slittamento del terreno e il riaffiorare in superficie delle mine anti-uomo risalenti alla guerra del 1992-95 comporta, infatti, diversi problemi. Finora le mine erano mappate e indicate con dei segnali, ma lo smottamento del terreno potrebbe averle spostate, provocando molti rischi per gli abitanti di tutte le aree in questione.

L’alluvione ha così riportato alla memoria le conseguenze di una guerra dimenticata nel cuore dell’Europa, appena dall’altra parte dell’Adriatico.

 

La Croazia non lo sa: ordigni inesplosi nelle 10 aree concesse di fronte alle coste italiane

notriv-terradibari.blogspot.it

Qualche mese fa avevamo pubblicato il comunicato stampa di Comitato Bonifica Molfetta con una mappa degli Ordigni inesplosi nell’Adriatico Meridionale sulla quale erano state rappresentate anche le istanze di ricerca in mare d 80, d 81, d 82 e d 83 della Global Petroleum Limited.
Alla luce dell’annuncio del 2 gennaio 2015 del Ministero dell’Economia della Croazia in cui si comunica che il governo di Zagabria ha concesso 10 licenze per esplorazione e sfruttamento di idrocarburi in Adriatico, in seguito alla prima gara pubblica chiusasi il 2 novembre 2014, abbiamo deciso di riportare anche quelle prospicienti le coste pugliesi sulla stessa mappa.

È evidente che le concessioni nn. 25 e 26 della INA – Industrija Nafte dd ricadano in un’area segnalata da carte nautiche e da natanti come deposito di ordigni inesplosi; le prospezioni geofisiche che si vorrebbero condurre con tecniche Air-Gun (e simili), le future trivellazioni di pozzi provvisori e definitivi, probabilmente non sono mai state messe in correlazione con le migliaia di ordigni bellici affondati nelle sottozone di cui si chiede l’indagine e nelle altre zone confinanti.

Si presume, anche, che non siano stati valutati dalle società richiedenti i possibili effetti sinergici e cumulativi sugli ordigni bellici a caricamento chimico e convenzionale, sia delle onde sismiche prodotte dalle ispezioni con air-gun che dalle future perforazioni; e che non ci sia stata alcuna mappatura, prospezione e georeferenziazione degli ordigni inesplosi presenti in quella vastissima area sovrapposta o confinante, non solo con le zone d’indagine interessate alle odierne richieste, ma anche di altre.

Pertanto riteniamo urgente comunicare quanto rilevato alle autorità italiane e croate, affinché blocchino l’inizio delle esplorazioni e indagini fino a quando i rispettivi Ministeri della Difesa e organi militari non abbiamo verificato la pericolosità di una qualsiasi attività d’indagine per la presenza di ordigni bellici inesplosi in tutte le aree, e sottozone, interessate alla ricerca di idrocarburi. Lasciamo immaginare cosa accadrebbe se pur una sola bomba fosse casualmente incrociata da una trivella o dall’azione di un potente air-gun, e purtroppo non parliamo di una sola bomba ma di migliaia di bombe sparse a macchia di leopardo in tutto l’Adriatico.

Le offerte sono state ricevute da un totale di 6 aziende in 15 aree di ricerca. La commissione di esperti guidata dal Ministro dell’Economia Ivan Vrdolja ha valutato positivamente le offerte per 10 aree di esplorazione, che sono state concesse alle aziende Marathon Oil, OMV, ENI, Medoilgas e INA.

Il consorzio composto da Marathon Oil e OMV ha ricevuto il permesso per l’esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi in sette aree di ricerca: n. 8 nel Nord Adriatico, nn. 10, 11 e 23 nell’Adriatico Centrale, nn. 27 e 28 nell’Adriatico Meridionale. Il consorzio composto da ENI e MedOilGas ha ricevuto il permesso per l’esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi nella zona di ricerca n. 9 dell’Adriatico centrale, mentre alla croata INA – Industrija Nafte dd è stata concessa una licenza per l’esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi in due aree di esplorazione, la n. 25 e la n. 26 nell’Adriatico Meridionale”

Fonte: http://www.mingo.hr/page/pet-kompanija-izabrano-za-istrazivanje-10-istraznih-prostora-na-jadranu

L’ENI ottiene dalla Croazia una concessione per trivellare di fronte alle coste pugliesi

notriv-terradibari.blogspot.it             –            foto di Nicoletta “Nikka” Mezzina

Nonostante in tutto il resto del mondo il petrolio si stia rivelando un inutile investimento energetico a fronte degli enormi danni ambientali sofferti dai territori, l’ENI ha da poco ottenuto una concessione in Croazia per trivellare lungo la linea di confine delle acque italiane.
L’ENI si è aggiudicata un’area di oltre 12 mila chilometri quadrati di mare posta davanti alle coste pugliesi ed abruzzesi, mentre altre aziende, quali l’inglese MedOilGas, l’americana Marathon Oil, l’austriaca Omv, la croata Ina e l’ungherese Mol, altre concessioni per un totale di dieci aree.
Entro il 2 aprile saranno formalizzati gli accordi di esplorazione con i candidati vincitori ed avviate le ricerche di idrocarburi.

Molto critiche le reazioni di rappresentanti del settore turistico croati dato l’impatto negativo che le trivellazioni avranno sulle coste, e delle associazioni ambientaliste, come Zelena Akcija (Azione Verde) che considera inaccettabile la decisione del governo croato, in quanto la gara per le concessioni è stata avviata senza le necessarie precauzioni e senza la consultazione della popolazione. Inoltre non vi è alcun documento per la gestione strategica e la tutela dell’ambiente marino e delle zone costiere stipulato con i paesi prospicienti che impedisca di svolgere attività potenzialmente dannose nel Mare Adriatico. Toni Vidan, responsabile del programma energetico di Azione Verde, denuncia l’assenza di un adeguato studio di impatto ambientale e che la decisione sia stata presa a porte chiuse, lontano dagli occhi del pubblico e fuori dall’ordinario dibattito in Parlamento.

Il governo italiano tace, mentre si prepara ad allargare le maglie per le concessioni di autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi con lo Sblocca Italia in nome di un “alleggerimento della bolletta energetica” per i cittadini.

Ma a quale prezzo?

E’ notizia di qualche giorno fa il ritrovamento di un’altra carcassa di delfno sulle spiagge di Bari e di alcune tartarughe a Barletta. Pesca a strascico o air-gun?

Fonti:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/04/petrolio-eni-ottiene-croazia-concessione-per-trivellazioni-in-adriatico/1313901/

http://zelena-akcija.hr/hr/programi/energetika_i_klimatske_promjene/reakcija_okolisnih

http://bari.repubblica.it/cronaca/2015/01/03/foto/delfino-104211196/1/#1

Il governo peggiora ancora lo sblocca-trivelle. Ora piu’ che mai le regioni ricorrano alla corte costituzionale

Continua, incessante e senza sosta, l’attività del Governo per aprire la strada alle trivellazioni petrolifere.

Aveva già destato allarme la conversione in legge dello Stato (L.11 novembre 2014, n.164) del decreto “Sblocca Italia”, in grado di scatenare la reazione dei territori contro la mancanza di coinvolgimento in ogni scelta di tipo energetico rappresentata dal disposto degli artt. 36, 37 e 38.

La Legge di Stabilità, approvata il 22 dicembre scorso, ha ulteriormente peggiorato la situazione, modificando ulteriormente l’art. 38 e rendendo chiare (se ancora ve ne fosse bisogno) le intenzioni del governo sul tema.

Così, diventano “strategiche” (e quindi seguono procedure autorizzative facilitate ed accelerate) “tutte le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento di idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti, comprese quelle localizzate al di fuori del perimetro delle concessioni di coltivazioni”.

E come se non bastasse, l’art.38 viene modificato proprio nella sua parte più discussa (la legittimità costituzionale del superamento dell’intesa vincolante con le Regioni), creando per di più una doppia regolamentazione:

  • per quanto riguarda le trivellazioni off-shore tutto rimane come stabilito nello “Sblocca Italia”
  • per le trivellazioni su terraferma, la definizione delle zone all’interno delle quali vengono individuate le aree “strategiche” avviene a opera dei Ministeri competenti, previa intesa non più con le Regioni direttamente interessate dai singoli interventi, ma con la loro Conferenza Unificata creando, in tal modo, una complicata situazione che, di fatto, continua a togliere poteri decisionali alle Regioni stesse.

Nella sostanza, il quadro resta molto grave e tale situazione, oltre a rappresentare un deliberato attacco alle autonomie regionali, continua a presentare evidenti problemi di legittimità costituzionale.

Legittimità costituzionale che va salvaguardata, e non barattata in cambio di piccoli miglioramenti che salvaguardino alcune situazioni specifiche.

Sempre più è importante la presentazione, senza ulteriori indugi, del ricorso alla Corte Costituzionale avverso agli artt. 36, 37 e 38 citati, che la Puglia (e altre regioni) hanno chiesto alle rispettive Giunte in questi mesi. Il termine ultimo per la presentazione del ricorso è il 10 gennaio 2015.

Sempre più è importante proseguire la battaglia civile e culturale contro le trivellazioni petrolifere avviata in Puglia cinque anni fa e proseguita, grazie al faticoso lavoro di comitati movimenti e associazioni, senza mai abbassare la guardia (non ultima la Carta di Termoli del 4 Dicembre 2014).

Sempre più l’impegno a favore di modelli di sviluppo moderni e sostenibili passa oggi per la ferma reazione, unanime e congiunta, contro lo “Sblocca Italia” e il suo insano attacco alle autonomie locali.

Comitato No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili

Coordinamento No Triv – Terra di Bari

No Triv Taranto

Rete No Triv Gargano

Comitato per la Tutela del Mare del Gargano

Comitato Tutela Porto Miggiano

 

ARCI- Biblioteca di Sarajevo di Maglie

ARTIsTà

Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi

Assoartisti Taranto

Brindisi Bene Comune

Comitato Bonifica Molfeta

Comitato No al Carbone Brindisi

Contramianto e altri rischi onlus

Forum di Agenda 21 del Comune di Molfetta

Garganistan

Italia Nostra – Sezione Sud Salento

LILT Lecce

Movimento “in Comune” di Fasano

Salviamo il Paesaggio – Terra di Bari

Comitato Med No Triv

1000 x Taranto

L’amministrazione comunale nega informazioni e documenti alla città e il CBM prepara una petizione

Comunicato stampa

L’amministrazione comunale nega informazioni e documenti alla città e il CBM prepara una petizione

Lunedì 1 Dicembre u.s. si è tenuta presso la sala stampa di Palazzo Giovene, a cura del COMITATO BONIFICA MARINA (CBM), una conferenza stampa sulle diverse criticità che minacciano la salute del nostro mare e sullo stato dell’arte delle attività di bonifica.

A fare da ponte con la precedente conferenza pubblica del CBM, tenutasi presso la Sala Finocchiaro l’8 aprile 2014, sono state una serie di clips-video estrapolate dall’intervento del nostro Sindaco Paola Natalicchio tenuto in quella occasione.

Il primo cittadino, allora, invitò la cittadinanza attiva a collaborare con le istituzioni sulle tematiche della bonifica del porto e di Torre Gavetone, nonché sulla necessità di costituire un osservatorio epidemiologico comunale di monitoraggio sugli effetti dell’alga tossica (Ostreopsis ovata). Tutti gli impegni presi pubblicamente dalla amministrazione sono stati tutti completamente disattesi.

Tutte le interpellanze, e successivi solleciti, presentate dal CBM all’amministrazione comunale non hanno mai avuto risposte. Questo atteggiamento poco rassicurante è ancora più inaccettabile dal momento che la nostra comunità è inserita nel circuito delle CITTÀ SANE.

A rappresentare la marineria molfettese Vitantonio Tedesco (Vice Presidente del CBM) che ha delineato un quadro, a dir poco preoccupante, sullo stato di salute del comparto della pesca, flagellato appunto anche dalla presenza di ordigni bellici inesplosi e dalla presenza di anomale masse di mucillagini marine. A tal proposito è stato proiettato un documento filmato di Daniele Marzella e prodotto dal Nucleo Sub Molfetta, in collaborazione del Comitato Bonifica Molfetta, a testimoniare le più importanti criticità del nostro mare; gli ordigni, l’alga tossica e gli scarichi delle acque degli impianti di depurazione.

A fine conferenza è stata illustrata la petizione che il CBM promuoverà nei prossimi giorni in città per :

– l’istituzione di una commissione comunale di studio tecnico-scientifico sull’esposizione cronica alle tossine dell’Ostreopsis ovata (alga tossica);

–   la creazione di un osservatorio che rilevi le ricadute della stessa sull’ecosistema;

– la convocazione di un “Forum cittadino” permanente di comunicazione e informazione sulle problematiche inerenti l’alga tossica.

     Molfetta, 20.12.2014

                                                                                 Comitato Bonifica Molfetta

Chemical city, guai a inalare quei fumi…

di Daniele Camilli – www.tusciaweb.eu

Finita la guerra, della Chemical City non si seppe più niente fino al gennaio del 1996 quando una “nuvoletta” sfuggì al controllo nel corso dell’operazione “Coscienza pulita” investendo in pieno un ciclista che stava passando proprio da quelle parti mandandolo dritto dritto in ospedale.

Lago di Vico – “Passavamo accanto a magazzini aperti, senza porte. Dentro c’erano fusti in orizzontale sopra ad assi di ferro. E’ da quei fusti che usciva un materiale visibile anche di notte, che da terra evaporava. Dovevamo stare attenti a non inalarlo…”.

Andrea, nome di fantasia per garantirgli l’anonimato, ha fatto il militare di leva, tra il ’92 e il ’93, nella Chemical City del lago di Vico. La zona militare voluta dal fascismo nella seconda metà degli anni ’30 per produrre iprite, fosgene e altre armi chimiche per sterminare il nemico.

Durante la prima bonifica della zona militare del lago di Vico – a breve ne seguirà un’altra – vennero trovate “almeno 150 tonnellate di iprite del tipo più micidiale, mescolata con arsenico.

“In più – evidenzia Di Feo nel libro Veleni di Stato – c’erano oltre mille tonnellate di admsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E oltre 40 mila proiettili di tutti i calibri”.

Dal terreno sono poi sbucate “60 cisterne di fosgene assassino, ciascuna lunga quattro metri; tutte in pessime condizioni, con evidenti lesioni e tracce di ruggine”.

Molto si è scritto sulla Chemical City e molto è stato fatto grazie alla collaborazione tra associazioni, Legambiente, istituzioni e militari per disinnescare definitivamente una bomba chimica situata a poche decine di metri dal lago di Vico e al confine con una delle più importanti riserve naturali della regione Lazio. Poco si sa della vita quotidiana all’interno della zona militare prima dell’incidente del ’96. Ora sembra aprirsi uno spiraglio.

Quali erano i vostri incarichi all’interno della zona militare del Lago di Vico?
“Facevamo dei pattugliamenti, giorno e notte. Svolgevamo un servizio di guardia armata con la possibilità di sparare a vista e dovevamo stare molto attenti ai giornalisti. Il pattugliamento consisteva in un percorso, che effettuavamo prevalentemente di notte. Passavamo accanto a dei magazzini privi di porte. Erano completamente aperti. E al loro interno c’erano dei fusti messi in orizzontale sopra delle assi di ferro che li tenevano alzati da terra. E dai fusti usciva del materiale visibile anche di notte. Il materiale che usciva formava poi dei ruscelletti che si infiltravano nel terreno. Inoltre, dai ruscelletti veniva su anche del fumo. Come se quel materiale stesse evaporando. E dovevamo stare molto attenti a non inalare questi fumi”.

Erano previste delle protezioni per i soldati di pattuglia?
“Sì. Avevamo delle maschere antigas. Però non le indossavamo mai. Quando passavamo davanti ai magazzini che contenevano i fusti… trattenevamo il fiato”.

Quale era la distanza tra voi e i magazzini?
“Circa una ventina di metri”.

Perché non indossavate le maschere antigas?
“Perché eravamo giovani e ingenui. Ovviamente il maresciallo ci diceva di indossarle, soprattutto se vedevamo fuoriuscire del fumo”.

Sapeva che i fusti contenevano sostanze chimiche?
“No. Ne eravamo completamente all’oscuro. Tant’è vero che il nome Chemical City l’abbiamo scoperto dopo. Noi la chiamavamo la “Polveriera”. L’unica cosa che ci avevano detto era che dovevamo fare i pattugliamenti”.

Quanti fusti ci saranno stati?
“Non ricordo bene, probabilmente oltre cento a magazzino”.

Come si strutturava la zona militare del Lago di Vico?
“C’era una casa a due piani, dove si trovava il reparto e da dove partivamo per i pattugliamenti. Al pian terreno si mangiava e al primo piano si trovavano i dormitori. Lì sotto c’era una garitta che puntava direttamente verso il cancello. Quando eravamo di pattuglia si passava in mezzo al bosco dove si trovava un sentiero che si avvicinava sempre di più ai magazzini. Saranno stati in tutti 5 capannoni, gli ultimi due pieni di maschere antigas e casse chiuse. Dopodiché c’era una villetta. Lì era vietato arrivare. L’ordine era di passare ad almeno 200 metri di distanza perché – ci dicevano – potevamo entrare a contatto con delle radiazioni. Subito dopo si scendeva a valle e il percorso ‘costeggiava’ il lago fino a ritornare al punto di partenza”.

Quanti eravate all’interno della zona militare?
“Se non sbaglio, eravamo in tutto dalle 12 alle 14 persone. C’erano anche delle guardie giurate”.

Da quante persone era composta la pattuglia?
“Due persone che si alternavano con altre due ogni tre ore”.

Ci sono mai state delle persone che sono svenute?
“Uno di noi si è sentito male. Anche io ho avuto dei giramenti di testa. Ma nessuno di noi ha ricollegato il malore alla fuoriuscita di materiale dai fusti”.

Lei si è mai avvicinato ai fusti?
“Sì, una volta l’ho fatto. Trattenendo il respiro. Il fusto era lacerato e usciva del materiale”.

Daniele Camilli

Cosa è accaduto a Torre Gavetone il 2 e 3 dicembre, ricognizione o bonifica?

Mentre attendiamo ancora risposte dall’Amministrazione Comunale alle nostre interrogazioni, denunce e diffide, la scorsa settimana al silenzio delle istituzioni, si è aggiunta la beffa. L’ufficio stampa del Comune nella mattinata di sabato 29 novembre ha pubblicato sul sito istituzionale un comunicato stampa in cui si diceva:

“Partirà martedì 2 dicembre 2014 la prima operazione di ricognizione per la bonifica dagli ordigni bellici delle acque di Torre Gavetone. Quel tratto di costa è tra le spiagge libere più amate dai molfettesi ma abbiamo dovuto vietare la balneazione per la nota presenza di ordigni bellici. È per questo che siamo grati alla Marina Militare per aver accolto il nostro invito a operare anche in quella zona da anni oggetto di interdizione”…. E poi : “Il nucleo Sdai – spiega il sindaco – ha nelle ultime settimane effettuato la bonifica in un’area importante del porto, una zona di ingresso ad alta densità di ordigni, inerti e cavi in acciaio che sarà presto interessata dai lavori di messa in sicurezza. Come previsto dal contratto dopo lo Sdai entra in acqua una società privata incaricata di effettuare nelle stesse aree la verifica necessaria per ottenere la seconda e definitiva certificazione delle aree. Durante questa seconda fase il nucleo Sdai è libero di operare e per questo motivo abbiamo richiesto l’intervento nella zona antistante Torre Gavetone”.

Il sindaco ha anche emanato un’ordinanza di interdizione al traffico veicolare e pedonale dell’area a ridosso di Torre Gavetone, nel tratto compreso tra l’area di parcheggio terza cala fino al confine col Comune di Giovinazzo per una distanza dalla battigia fino a cinquanta metri, verso l’entroterra.

Un’ordinanza “fuori ordinanza”, sarebbe il caso di dire, perché oltre ad essere stata pubblicata alle ore 13,00 del 1 dicembre u.s., quindi 48 ore dopo l’annuncio dell’ufficio stampa e dopo l’inizio delle cosiddette “attività di ricognizione per la bonifica” annunciate dal Sindaco. Infatti, l’ordinanza così recitava: Ordinanza di interdizione al traffico veicolare e pedonale dell’area a ridosso di Torre Gavetone, nel tratto compreso tra area di parcheggio terza cala fino al confine con il Comune di Giovinazzo per operazioni di bonifica specchio acqueo antistante la battigia” (Ord. n. 79046 del 28.11.2014). Il Sindaco, ordina altresì al Vice-Comandante della Polizia Locale-Municipale ci concordare con le associazioni di volontariato preposte alla protezione civile di mettere a disposizione le unità di personale, necessarie a garantire la sicurezza della pubblica e privata incolumità, secondo le direttive impartite dal comandante del Nucleo SDAI di Taranto. Ebbene, la mattina dell’1 Dicembre abbiamo voluto verificare l’attendibilità del comunicato stampa del 29 novembre; dopo aver constatato che all’albo pretorio fino alle 12.00 non era stata pubblicata alcuna ordinanza e nemmeno il sito della Capitaneria di Porto riportava alcuna notizia, siamo giunti a Torre Gavetone, ma non abbiamo notato, almeno fino alle 12.30, alcuna attività.

Eppure l’ordinanza (che è apparsa nella tarda mattinata del 1 dicembre sul sito del comune) parlava di inizio bonifica dall’1 al 3 dicembre. L’unica novità era il transennamento della battigia della zona antistante la pinetina di Torre Gavetone. Abbiamo ricevuto notizie delle attività svolte nei giorni 2 e 3 dicembre, ma non risulta esserci stato alcun salpamento di ordigni con relativo trasferimento in cava, o altro sito, con relativo brillamento. Tra l’altro sono state pubblicate le foto del sindaco e assessore in compagnia di Polizia Municipale e volontari che passeggiavano tranquillamente nella zona interdetta dalla dubbia ordinanza n. 79046 del 28.11.2014. Forse si riferiva alla loro incolumità quando nell’ordinanza si invocava la presenza di Forze di Polizia e volontari necessarie a garantire la sicurezza della pubblica e privata incolumità”? A questo dobbiamo aggiungere anche la presenza di inconsapevoli cittadini a bordo di piccole imbarcazioni che pescavano polpi a pochi metri dai mezzi militari e all’interno delle coordinate interdette senza che alcun pubblico ufficiale presente li abbia invitati ad allontanarsi.

Pertanto, non essendo molto chiara la situazione, ci chiediamo che tipo di attività abbiano realmente svolto i militari dello SDAI nelle mattinate del 2 e 3 dicembre? Il comunicato del 29 dicembre parlava di “prima operazione di ricognizione”, mentre l’oggetto dell’ordinanza del 28.11.2014 parlava di “operazioni di bonifica specchio acqueo antistante la battigia”. Non crediamo si possa giocare con le parole quando si tratta di sicurezza e salute pubblica, la cittadinanza deve conoscere la verità ed essere aggiornata sulla presenza di ordigni convenzionali e chimici nello specchio acqueo antistate Torre Gavetone e all’interno delle coordinate dell’Ordinanza del 3.2.2011. Il Sindaco risponda a queste domande e anche a quelle che abbiamo inoltrato, con sollecito e diffida, da aprile ad oggi.

Il consiglio di gestione    “Comitato Bonifica Molfetta”

Ordinanza.T.Gavetone1.12.2014

NO TRIV… Un nuovo capitolo

notriv-terradibari.blogspot.it

Apprendiamo dal sito del Ministero dell’Ambiente che lo Stesso ha richiesto in data 14/11/2014, alla Global Petroleum Limited, d’integrare i documenti inviati dalla società australiana in merito ai quattro permessi di ricerca d’idrocarburi liquidi e gassosi lungo le coste pugliesi, risalenti ad inizio giugno.
Importante è il riferimento agli ordigni inesplosi presenti nella zona individuata dalla multinazionale australiana per le ricerche, come documentato dalle osservazioni inviate dal Comitato Bonifica di Molfetta.
Come Coordinamento No Triv Terra di Bari pensiamo che questo sia un primo passo per chiedere il definitivo annullamento delle quattro richieste della Global Petroleum. Se l’azienda invierà tra 60 gg. i documenti richiesti dal Ministero, saremo pronti sul piano amministrativo a confrontarci con nuove osservazioni e sul piano politico a coinvolgere tutte quelle parti sociali che in questi anni si sono opposte alla scellerata politica delle trivellazioni dentro e fuori della Puglia, proseguendo il percorso intrapreso quest’estate.
Le integrazioni richieste dal Ministero ribadiscono, seppur a grandi linee, quanto siano dannose per l’habitat marino le operazioni di ricerca condotte dalle multinazionali del petrolio. Ci sembra, però, importante sottolineare come lo stesso Ente sia poco attento o non conosca i nostri fondali, tanto da accettare le richieste della Global Petroleum nonostante le carte nautiche e della marina militare indichino la pericolosità del sito scelto per le stesse a causa della presenza di numerose quantità d’ordigni bellici della seconda guerra mondiale e del conflitto nella ex – Jugoslavia. Forse le scelte di sviluppo sono più importanti dell’incolumità delle persone (e di coloro che avrebbero condotto le operazioni di ricerca in caso di autorizzazione ministeriale)!
Adesso più che mai è importante che i comuni interessati dalle richieste, ovvero, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Mola, Polignano, Monopoli, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi, San Pietro Vernotico e Torchiarolo, si attivino per chiedere alla Regione Puglia di ricorrere alla Corte Costituzionale per l’abrogazione dell’art. 38 dello Sblocca Italia, creando un fronte comune che dal Salento alla Capitanata reclama la tutela dell’autonomia dei territori rispetto alle scelte energetiche del governo centrale.
Questo spiraglio che si apre può e deve portare a creare un fronte ampio che si opponga a tutte le altre richieste presentate sul territorio pugliese e supporti quelle regioni che oggi si stanno attivando contro il decreto Sblocca Italia.
La collaborazione tra “comitatini” ha dimostrato come le competenze di chi lavora quotidianamente sulle emergenze ambientali siano indispensabili nel confronto con processi economici spudorati che non hanno rispetto dei luoghi da cui intendono trarre profitto. Non essendo stati ascoltati a fine luglio, quando inviammo le osservazioni insieme al Comitato Bonifica di Molfetta, al Coordinamento No Triv Mediterraneo ed all’Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi, dalle amministrazioni locali che hanno scelto di non farle proprie, oggi auspichiamo un confronto serio sui territori che metta la politica di fronte alle vere responsabilità ed alla necessità di risolvere, prima di tutto, le emergenze ambientali provocate da scelte di sviluppo scellerate.